Il Venezuela di ieri e di oggi

Venezuela. Da paese in via di sviluppo a ritorno alla miseria

Il Venezuela è situato al nord dell’America Latina, considerato quindi la porta d’ingresso del Nuovo Continente. È un paese spruzzato di acqua benedetta tanto che la fantasia di scrittori e poeti l’hanno definito la “succursale del Paradiso”, e con ragione. Nulla manca. Da una rigogliosa flora di varietà inimmaginabile, a una fauna con esemplari unici che popolano savane, pianure sterminate e catene di montagne alcune con le cime imbiancate da ghiacciai sempiterni. Da fiumi che serpeggiano per centinaia di chilometri lungo tutto il territorio, a cascate d’acqua tra le più alte del mondo. E poi risorse minerarie senza limiti: petrolio, oro, ferro, carbone, mercurio, ecc. ecc… Oltre che quotate università in cui si forma una gioventù con ottime prospettive. Eppure, negli ultimi due o tre anni il Venezuela è notizia sui principali giornali internazionali non per le virtù descritte ma per tutto il contrario: una crisi spaventosa per carenza di alimenti e medicine, una delinquenza fuori controllo che miete vittime senza pietà, una classe dirigente corrotta sostenuta dai cannoni dei militari, una quantità enorme di carcerati politici quasi tutti studenti universitari che si oppongono alla barbarie repressiva, e un’inflazione annuale che si aggira intorno al 1000%. Come mai? 

La vera storia democratica del Venezuela inizia nel 1960 quando le forze patriottiche costituite da quasi tutti i ceti sociali sconfiggono l’ultima dittatura del secolo scorso, quella del generale Marcos Pérez Jiménez la quale, in onore alla verità, aveva almeno intuito l’importanza della forza lavoro europea per lo sviluppo del paese. Infatti, negli anni Cinquanta un forte flusso migratorio dalla Spagna, dal Portogallo e soprattutto dall’Italia, comincia a creare le basi solide di uno stato moderno. I diversi governi democratici che si alternano sulla scena politica danno impulso alla costruzione di nuove vie di comunicazione, ampliano porti e  aeroporti in quasi tutte le regioni per gli scambi commerciali e stimolano una fiorente industria diversificata. Per ben 20 anni il paese vive momenti di gloria che dà come risultato la formazione di una classe media laboriosa e colta, invidia dell’America intera. Poi improvvisamente la decadenza morale. La corruzione comincia a dilagare e con essa a minare la meritocrazia per lasciare sempre maggiore spazio agli affaristi che a discapito del benessere collettivo svuotano le casse dello stato a vantaggio di stomachevoli privilegi. Così, il ricco diventa sempre più ricco ammassando immense fortune e il povero comincia a languire nella disperazione predisposto a essere vittima del primo canto di sirene che in effetti non tarda a materializzarsi sotto le spoglie di un militare “golpista”, di nome Hugo Chávez Frías, un vero e proprio predicatore di frottole, un abile venditore di speranze.

Questi parla di “potere al povero”, di uguaglianza sociale attraverso un modello ideologico che definisce “socialismo del secolo XXI”, e in tal modo riesce ad accattivarsi persino le simpatie degli intellettuali che assumono con lui responsabilità di governo. Ma dura poco la “luna di miele”. La megalomania, mista ad un autoritarismo assimilato nelle caserme militari, offuscano la mente del personaggio e fanno rivolgere i suoi interessi più verso il mondo alla ricerca di una leadership universale che alla soluzione dei problemi sociali ed economici del paese. Sperpera miliardi di dollari provenienti dagli alti costi del petrolio con lo scopo di comprare coscienze nell’ambito internazionale, e internamente stermina qualunque indizio di opposizione che gli potrebbe creare ombra. Statalizza le principali industrie affidandole ai lecchini incondizionati più che a veri amministratori capaci, dichiara una guerra spietata alle aziende private e inizia importazioni di beni e servizi da ogni parte del mondo. Il progetto funziona fino a quando reggono i prezzi del petrolio, cioè fino alla sua morte che avviene il 5 marzo del 2013.
Il suo successore, Nicolás Maduro, paga i piatti rotti. Anzi frantuma anche quei pochi che resistono allo scempio perché giura davanti al cadavere del “caudillo” che continuerà la sua politica. Privo delle risorse dell’unica industria in qualche modo produttiva, appunto il petrolio, Maduro cerca di mantenere le redini del potere appoggiandosi ai militari ai quali concede tutti i privilegi dello stato: tollera la loro corruzione, chiude gli occhi persino di fronte al traffico di stupefacenti del quale, si dice, i generali dello stato maggiore sono i principali responsabili, concede loro cariche ministeriali e rafforza l’esercito con armi sofisticate provenienti dalla Russia e dalla Cina.
Intanto il popolo languisce nella miseria. Oltre due milioni di giovani hanno abbandonato il paese e i più intrepidi sono scesi in piazza per rispondere con le pietre alle pallottole dei “gorilas” che in un paio di mesi di disordini hanno falciato più di 150 vite innocenti.
In questi ultimi giorni una calma sospettosa domina sul panorama del Venezuela. Forti pressioni internazionali hanno obbligato il governo a indire le elezioni regionali, primo passo verso quelle presidenziali del 2018. Riuscirà l’opposizione democratica a sconfiggere nelle urne una dittatura che ha dimostrato di essere esperta nella tessitura di brogli e di intrighi? Vedremo.

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