Venezuela: cosa c’è dietro la crisi? ALBA o declino?

Venezuela: Maduro si oppone agli Usa, e ricorre al sostegno della Cina, Russia, Iran e Brasile per sopravvivere

Parlare del Venezuela solo in termini di politica interna, sarebbe riduttivo di un discorso più ampio, ovvero quello geo-politico, che ha sempre interessato in passato ed ancora oggi tutta l’area latinoamericana vero e proprio bacino di interesse di altre grandi Nazioni nel continente. E’ necessario quindi rivedere la crisi del Venezuela all’interno dell’intera area geografica, menzionando i suoi alleati ed i suoi antichi e nuovi “temibili avversari”.
Pertanto, nell’analizzare la crisi venezuelana dobbiamo tenere conto di molti fattori endogeni ed esogeni.
Tra i fattori esogeni ricordiamo la crisi economica mondiale. Prima onda d’urto, in realtà in primis, alla situazione instabile economica venezuelana. Ovvero la crisi economica del Venezuela ha così maggiormente acuito la disgregazione di tutta l’area di alcune nazioni latinoamericane, legate al Venezuela da Accordi socio-economici, con la possibilità di un esito violento e caotico di effetti importanti sui governi di quegli stessi Paesi e quelli limitrofi.
La crisi, infatti si estende attraverso i Caraibi, colpendo parti dell’America Centrale, per approdare sulle regioni di confine al Venezuela, come la Colombia ma anche indirettamente altri Paesi.
Già l’ONU e l’OEA (Organización de los Estados Americanos) avvertivano che la crisi venezuelana avrebbe colpito altri paesi della regione. L’OEA circa la “situazione difficile” del Venezuela aveva dichiarato come il Paese stesse sperimentando un processo che aumentasse la pressione continentale su tutta la regione latinoamericana.
Ma perché il Venezuela è così importante per la Regione? Non tutti sanno che tramite un accordo socio-economico quale l’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe, 2007, da cui il nome, da Simón Bolívar) – promossa dagli allora presidenti del Venezuela (Hugo Chávez) e di Cuba (Fidel Castro) in alternativa all’Area di libero commercio delle Americhe (ALCA) voluta dagli Stati Uniti (che voleva unificare in libero commercio i territori dall’Alaska alla terra del fuoco) – avrebbe risposto alla domanda di un trattato più sociale e vicino alla popolazione.
L’ALBA in primis, differentemente dall’ALCA con l’esperienza del colosso Messico, integra le regioni in una forma di cooperazione solidale nel rispetto della sovranità degli Stati ad essa aderenti. L’ALCA invece, include solo gli interessi del capitale transnazionale, perseguendo politiche di estrema liberalizzazione del commercio dei beni e dei servizi, senza tener conto degli aspetti socio umani del Paese, dettando così una nuova “Lex Mercatoria”.
L’ALBA, a differenza dei precedenti trattati solo economici, promuove la lotta contro la povertà e l’esclusione sociale nell’espressione degli interessi dei popoli latinoamericani. Il trattato, lasciando che le consultazioni avvengano con posizioni comuni, si prefigge di creare vantaggi cooperativi fra le nazioni, onde poter compensare tutte quelle asimmetrie, soprattutto sociali, tecnologiche, economiche, sanitarie, che si basano sulla cooperazione tramite fondi di compensazione destinati alla correzione delle disparità che svantaggiavano i paesi deboli rispetto alle potenze economiche.
L’ALBA quindi, ha la possibilità di attuare quell’integrazione, dando la priorità alla negoziazione tra i blocchi sub-regionali, tanto voluta da Simón Bolivar.
A differenza anche del MERCOSUR, che doveva creare un mercato socio-laborale, l’ALBA effettivamente negli anni, si è lanciata e rafforzata attraverso le sue operazioni “Milagro” nell’applauso e nel consenso delle popolazioni che ne hanno beneficiato. Ha dato modo ai Governi di alcune regioni dell’area, di promuovere lo sviluppo nazionale e lo sviluppo regionale abbastanza autonomamente, con politiche volte allo sradicamento, laddove presente, della povertà strutturale, e all’eliminazione, per quanto possibile, delle disuguaglianze sociali portando le economie interne ad uno sviluppo sostenibile. Si potrebbe considerare l’ALBA il “manifesto delle nuove forze sociali emergenti”, ispirate al famoso “uomo nuovo” tanto a cuore a Che Guevara, e perseguite ai giorni nostri da Eduardo Galeano, per ripristinare la coscienza di una “nuova classe politica, economica, sociale e militare” non più corrotta in America Latina e nei Caraibi.
I paesi aderenti oltre al Venezuela e Cuba, Paesi fondatori del Trattato, sono: Antigua e Barbuda, Dominica, Ecuador, Nicaragua, Saint Vincent e Granadine.
Proprio grazie al trattato, il Venezuela diede modo di condividere la sua ricchezza petrolifera in tutto il continente e oltre (ad esempio, offrendo benzina sovvenzionata a Londra e ai poveri negli Stati Uniti nordorientali). L’irrigazione della prosperità venezuelana, a quel tempo, ebbe diversi impatti in tutta la Regione in modo positivo.
Oggi le cose sembrano essere cambiate. Le molte nazioni dell’America latina stanno guardando alle conseguenze del crollo di un’economia, che una volta era la loro salvaguardia (grazie appunto all’ALBA), e che invece ora soffre di una inflazione incontrollata e di carenze di materie prime.
Ecco spiegato soprattutto perché, come fattore endogeno, circa l’80% dei venezuelani di cui prima gran parte appoggiava il Governo rivoluzionario, voglia ora il cambiamento di quello stesso governo. Anche se dobbiamo dire che di certo Maduro non ha il carisma e il “κεφάλι” la testa nell’applicazione di un comunismo/socialismo scientifico, in termini di nazionalismo” di Hugo Chávez (ancor prima lo fu Fidel Castro) ed ha condotto negli ultimi tempi la popolazione ad una profonda mutazione di scelta, oltre restringere le libertà personali e costituzionali, con l’aiuto del governo come conseguenza di far sopravvivere il governo stesso.
Lo stesso presidente EOA, Luis Almagro ha denunciato la mancanza di rispetto del regime del presidente Nicolas Maduro contro la costituzione del paese, i diritti umani e politici e le sue violazioni della Carta Democratica Interamericana, di cui è firmatario.
Nonostante le sovvenzioni dell’ALBA ai Paesi della sua area, la crisi ha preso comunque piede. Uno degli elementi di punta dell’Alba è la costituzione di una unica compagnia petrolifera (fuoriuscita dalla nazionalizzazione di alcune presenti, anche straniere) che ha incarnato la diplomazia petrolifera della rivoluzione bolivariana, facendola altresì intrecciare con le neonate compagnie petrolifere degli altri Paesi della zona, quali ad esempio Petrocaribe (Repubblica Domenicana, 2005) ma che ora si trova a dover negoziare con fornitori alternativi la fornitura di petrolio in vista della diminuzione dell’arrivo del petrolio venezuelano (a prezzi sovvenzionati per i paesi ALBA) e la riduzione degli investimenti nel settore.
La produzione del petrolio è diminuita notevolmente e la maggior parte di esso è esportato in Cina come parte del prestito, concesso negli ultimi otto anni, di 56 miliardi di dollari per superare la crisi. Le politiche intraprese e la necessità di importare 40.000 b/d di carburante per fornire il mercato interno, a prezzi molto bassi, hanno causato rapidamente la diminuzione delle riserve di 15 miliardi di dollari. Situazione che si è ulteriormente deteriorata con Maduro, a causa anche della svalutazione monetaria, dell’inflazione rampante (stimata al 189% nel 2015) e della crescita negativa (circa il 7%) , che ha portato addirittura un paese ricco di risorse naturali, alla scarsità alimentare!
Il petrolio venezuelano ha quindi sovvenzionato gran parte dei programmi dell’ALBA. Tali sussidi hanno rappresentato una parte significativa dell’economia, oltre il 5% del PIL, in paesi come il Nicaragua o Haiti” prestando credito a più di una dozzina di nazioni, quali la Repubblica Dominicana, El Salvador. Ma ultimamente la Banca centrale dei Caraibi orientale (l’Ente che governa la politica monetaria di otto nazioni insulari nella regione) ha emanato una relazione sull’impatto della crisi che ha rilevato lo smantellamento dell’aiuto venezuelano alla regione, in quanto diverse raffinerie nei Caraibi hanno provveduto a negoziare con fornitori alternativi a fronte di un calo dell’arrivo del petrolio venezuelano. Ad esempio la raffineria Refidomsa nella Repubblica Dominicana si è rivolta prontamente verso altre offerte di Compagnie petrolifere per ricoprire la fornitura di 300.000 barili di petrolio.
Ma come sappiamo un fattore importante che riguarda la geo-politica è proprio la politica energetica e pertanto questo fattore endogeno è della massima importanza e spiega cosa ha ulteriormente aggravato la crisi e quindi provocato il malcontento e l’ondata di manifestazioni all’interno del Paese Venezuela e difficoltà nelle sue relazioni con gli altri Paesi.
Nonostante gli aiuti economici offerti da alcuni Paesi europei e nordamericani (ad es. USA hanno offerto un aiuto specifico per sviluppare programmi per l’energia rinnovabile e pulita nella regione), nulla può essere messo a confronto con l’enorme contributo venezuelano negli ultimi dieci anni per alleviare i bilanci energetici di oltre una dozzina di nazioni.
Il Venezuela contribuiva a sorreggere, l’Argentina, per cui ha rappresentato il suo maggiore acquirente di debito tra il 2001 e il 2006, anche a seguito dell’offerta del vicepresidente statunitense Joe Biden , che offrì un sostegno politico e sollievo economico alla “Casa Rosada”, per l’acquisto di titoli di debito argentini ufficiali, per un importo che raggiuse i 3,1 miliardi di dollari nel 2006. Oggi, il nuovo governo di Mauricio Macri ha iniziato a ripristinare i flussi finanziari internazionali. Quindi il ruolo cruciale giocato dal Venezuela per finanziare il debito argentino ha poi cominciato ad essere coperto da Wall Street.
Finanziariamente e politicamente, gli Stati Uniti sembravano quindi aver perso gran parte della loro manovrabilità sui popoli latinoamericani. In fondo i loro alleati sono sempre stati quei Paesi cui la volontà di condurre un rafforzamento di integrazione nella Regione è assai stata debole e oggi quegli stessi Paesi preferiscono affidarsi alle “cure amorevoli” della Cina. Ma i paesi dell’ALBA, ed entità intergovernative come la CELAC (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños) e le sconfitte che hanno fatto soffrire agli Stati Uniti nelle loro battaglie in Colombia e Messico, hanno contribuito alla perdita di egemonia.
Nel caso del Venezuela, da parte della amministrazione USA, sembra proprio che si ponga come unica uscita la sua destabilizzazione, la ‘guerra civile’ e l’imminente colpo di stato. Ma si sa, così è sempre avvenuto nell’area geografica del “patio trasero USA” . Laddove un governo è stato scalzato è subentrato, quanto meno, uno più inviso all’Amministrazione di Washington. Proprio a ricordare la mal interpretata dottrina Monroe dell’America agli Americani, intesa in senso ristretto agli USA! Ora bisogna constatare che costoro stanno patendo le conseguenze dell’incalzante potere economico cinese in tutta l’area, sebbene il nuovo Presidente USA pare essere più interventista del suo predecessore!
Poiché in passato, gli Stati Uniti erano riusciti a sottomettere i paesi della regione latinoamericana con la solita strategia che contrapponeva i settori dell’oligarchia in lotta tra di loro, siamo così sicuri che non stia succedendo un’altra volta? Scalzato il loro potere economico, resta sempre quello politico (geo-politico, per l’esattezza), a cui la Cina non sembra essere tuttavia interessata, proprio per la sua forma unica, ma generalizzata nel mondo, di “politica economica da piano sottile” ovvero circoscritta dall’alone di grandi bisogni da parte del globo intero, ma che fanno sopravvivere la Cina stessa a cui, per lezione storica, toccherà a sua volta implodere ed esplodere in futuro, data che si è comprata già i debiti di mezzo mondo!
Ricordiamoci l’espressione di Marx, che più o meno diceva così: “ogni grande civiltà porta in se i germi della sua distruzione”.
Un altro caso di crisi nell’area per via della crisi venezuelana, è quello maggiormente rappresentato dai contrasti tra Colombia e Venezuela. Dieci anni fa, il commercio annuale tra il Venezuela e la Colombia ammontava a 7 miliardi di dollari, ma la passata decisione dell’allora presidente Barack Obama di denominare il Venezuela come una “minaccia alla sicurezza nazionale” ha senz’altro messo le pulci nello scontro tra il governo di Nicolas Maduro e quello colombiano. Tra l’altro Maduro ha sbagliato, facendo rimpatriare i colombiani presenti in Venezuela, per dispute irrisolte sul deterioramento dell’integrazione commerciale, coronando la chiusura con dei valichi di frontiera tra i due paesi. Decretati, apparentemente come reazione all’intenso contrabbando di droga proveniente dalla Colombia (Curiosamente anche il neo presidente statunitense, per altri motivi, lo ha fatto con il vicino Messico!)
Di conseguenza, anche l’economia colombiana è entrata in crisi e di certo in questo caso la Colombia ha preferito, ai soliti Paesi del dialogo (Argentina, Brasile, Cile), la mediazione uruguaiana. “¿Quién sabe?” Nulla capita per caso. Se proprio i Paesi aderenti all’ALBA saranno i prossimi a cadere.
Non è solo la Colombia, ora anche la discordia con la Guyana sui territori controversi che ha aggravato la crisi interna del Venezuela. Sia l’EOA che il CELAC non intervengono dal momento che il Venezuela, con il sostegno dei paesi del Sud America, preferisce utilizzare UNASUR (Unión de las Naciones Unidas Suramericanas) per cercare di ridurre le tensioni politiche interne.
Non è proprio il cuneo tra Caracas e L’Avana, che ha fatto sì che Cuba accelerasse di intraprendere i negoziati con Washington?
Senza il Venezuela, Cuba sarebbe affondata, ma trovando Cuba utile questo nuovo surrogato di pseudo-alleanza, non ha fatto altro che adeguarsi e rendere ormai pubblico, ciò che avveniva da tempo (già dal 1991, Cuba aveva aperto il paese al capitale finanziario), quell’unica disponibilità visibile alla cosiddetta “normalizzazione” delle relazioni con gli Stati Uniti.
Su questa insegna si è trasformato il passato Vertice delle Americhe, tenutosi a Panama (normalmente frequentato dagli Stati Uniti, Canada e tutti i paesi della regione, ad eccezione di Cuba) ove in un eclatante quadretto Obama e Raul Castro si stringevano le mani; per eliminare in sostanza Cuba dalla lista dei “Rogue” paesi che Washington definisce di supporto al terrorismo internazionale.
In sostanza l’improcrastinabile unione degli Stati Uniti con Cuba ha fatto perdere il suo alleato politico venezuelano, per quanto il governo dell’Avana, abbia continuato ad esprimere il suo sostegno incondizionato a Maduro. Ciò è successo perché la “disperazione” cubana di attrarre ancora investimenti, turisti e il commercio e contro la crisi economica del Venezuela stesso (quale risultato di incompetenza governativa e il calo dei prezzi del petrolio di cui anche Cuba usufruiva perché il poco petrolio interno oltre che non è sufficiente al fabbisogno nazionale non è di buona qualità), ha fatto mettere da parte il rigoroso lemma del “fuori gli yanqui” della rivoluzione permanente cubana.
Al di là dell’evidente impatto economico, sembra essere prevedibile che la caduta del presidente Nicolas Maduro, avvenga più per la completa rottura dell’ordine costituzionale: essendosi arrogato i poteri dell’Assemblea nazionale, delimitando l’immunità parlamentare e interrompendo i poteri dell’organo legislativo, oltre che per la manifestazione di tutte le cause riportate antecedentemente. Maduro si è sentito provocato più dall’esterno e in una sorta di “autodifesa”, che gli costerà cara, si è arroccato al mantenimento del potere con ormai pochi sostenitori.
Ma non cadrà malgrado tutto, per la stessa motivazione anche Daniel Ortega, affidatosi troppo agli aiuti venezuelani e grande alleato, ma non accurato “consigliere” di Maduro. Ha anche egli cambiato la costituzione per avere accesso al terzo mandato. La caduta, se ci sarà, succederà solo alla scadenza del mandato poiché ha una grande fetta di appoggio dalla popolazione, o solo (come abitualmente) per cause esterne.
Al di dentro dei confini, infatti, (troppo platealmente forse) Julio Borges (un politico dell’opposizione e presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela, coordinatore dell’organizzazione dell’opposizione Primero Justicia) accusa Daniel Ortega, di essere responsabile della distruzione democratica del Venezuela, fornendo consulenza a Nicolas Maduro che a suo dire, cerca di promuovere il ‘terrore’ con l’impunità dei paramilitari e l’uso dell’esercito, senza dire che in realtà è insito nell’uomo il diritto di resistenza ad opporsi al ‘Tiranno’. Innalzare quindi le voci dei nuovi movimenti sociali, politici e aziendali che continueranno occupare le strade, finché in Venezuela non sarà ripristinato il vecchio ordine costituzionale. In fondo Maduro, non è che uno strumento in mano alle nuove oligarchie rappresentative che stanno perdendo i poteri forti, perché di fronte ad un popolo in ribellione, c’è ben poco da fare!
Inoltre, se per Borges, è stata la repressione del chavismo in Venezuela che ha causato la perdita della paura al Governo di Maduro, è vero invece che senza il sostegno della comunità internazionale, sarà difficile il ripristino di una democrazia, ma sempre ad immagine e somiglianza del volto occidentale!
Quindi alla fine i fattori endogeni, sembrano essere quasi sempre esogeni. Nulla toglie alla vera difficoltà che sta attraversando la popolazione venezuelana, poiché Maduro ha reagito in due modi ad Obama: chiedendo poteri speciali al legislativo, emanando nuove leggi e riabilitando la mobilitazione dell’esercito e delle milizie nelle manovre di soffocamento delle ribellioni. Ma il fatto più bizzarro, è che lo ha fatto come se l’invasione degli Stati Uniti potrebbe essere imminente! Il solito modus operandi che fa sì che un ‘nemico esterno’ costringa a serrare fortemente il portone per giustificarsi dalle aggressioni esterne e passare, senza trovare altra soluzione, alla ‘reprimenda’ interna.
Insomma Maduro, non troppo acutamente, ha chiuso i cancelli, senza accorgersi cioè che gli USA dal punto di vista economico, sono anch’essi sul viale del tramonto, ma il detto “Yanqui go home”, ha indirettamente perso la faccia di fronte alla loro silenziosa vittoria.
Ma storicamente non c’è mai stata una via di uscita facile per i paesi anti-interventisti, ed ora anche per i “prochavistas” che non possono schivare gli accordi di Panama senza impegnarsi in uno o nell’altro campo di opposizione.
Domanda: cosa faranno i presidenti del Brasile, del Messico, del Cile e degli altri paesi anti-interventisti, ma non i prochavistas, che hanno applaudito – con ogni ragione – la distensione tra Cuba e Stati Uniti?
L’opposizione agli USA si è schierata, con Maduro: sono Daniel Ortega, Evo Morales, Rafael Correa. Ma unica previsione ragionevole è che i grandi paesi dell’America Latina non sono in grado di arrestare la tragedia venezuelana. Se è vero che Maduro ha ricorso al sostegno della Cina, Russia, Iran e Brasile per sopravvivere, anche gli altri Paesi nella sfera geo-politica lo hanno fatto altrettanto, per motivi politico-economici.
Staremo quindi a vedere perché se cade il Venezuela, cade comunque mezza America. Per ora vi hanno posto rimedio la Cina e pochi altri.

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