USA. L’eco delle proteste lanciato alla #MarchForOurLives contro le armi

Centinaia di migliaia di americani in marcia per spronare il Congresso a legiferare più severamente sulla vendita delle armi: «basta pregare, è ora di legiferare!»

Tutto ebbe inizio il 14 febbraio a Parkland, nella Contea di Broward, in Florida. Proprio nel giorno della nota ricorrenza dedicata agli innamorati, la festa di san Valentino, alla Marjory Stoneman Douglas High School ebbe invece luogo una delle stragi scolastiche più terribili della storia americana.
Nikolas Cruz, 19enne ex-studente della suddetta scuola, indossando una maschera antigas e armato con un fucile d’assalto AR-15, iniziò a sparare all’impazzata uccidendo 17 persone tra studenti e insegnanti, e ferendone altre 15.
Poco più di un mese dopo, precisamente lo scorso 24 marzo, in tante città americane (almeno 800), per citarne solo alcune in ordine alfabetico: Atlanta, Boston, Chicago, Cincinnati, Dallas, Houston, Los Angeles, Miami, Minneapolis, Nashville, New York, Seattle; fino a culminare a Washington, dove hanno sfilato più di mezzo milione di persone, si è dato vita ad una delle più grandi manifestazioni della storia americana, quella che in italiano tradurremmo: «Marcia per le nostre vite».
Il Paese a stelle e strisce ha visto così una marea di persone riversarsi nelle proprie strade, non solo per rendere omaggio alle vittime, ma per reazione all’evitare il ripetersi di stragi del genere, e soprattutto per protestare contro la troppa facilità nell’acquisto delle armi, a cominciare da quella semiautomatica usata da Cruz.

Il movimento organizzatore Never Again MSD (MSD sono le iniziali della scuola superiore di Parkland, ndr.) viene fondato da una ventina di studenti sopravvissuti alla sparatoria che, reagendo prontamente all’indomani della strage a suon di simbolici hashtags (#NeverAgain e #EnoughIsEnough), hanno voluto testimoniare l’assoluta necessità di – come hanno recitato alcuni cartelli della marcia – «proteggere le vite, non le armi» perché la «paura non può avere spazio nelle scuole».
Ed è proprio da questa voglia – quasi rivoluzionaria – di cambiamento, di rivalsa verso uno status quo che rende letali luoghi che dovrebbero contribuire alla crescita e alla formazione delle c.d. nuove generazioni, che Never Again MSD condanna i legislatori statunitensi bendisposti verso i contributi politici della National Rifle Association (NRA), organizzazione a sostegno dei detentori di armi da fuoco, nonché lobby finanziatrice di campagne politiche a difesa in primis del secondo emendamento della Costituzione americana garante del diritto di possedere armi.
Di primaria importanza assurge il fatto che la March For Our Lives ha visto come protagonisti i giovani, la c.d. Millennial Generation, che hanno rivendicato con forza di voler essere «la generazione del cambiamento» e che i loro voti saranno l’arma migliore per porre fine a queste tragedie.

A Washington – cuore delle proteste – sul palco allestito proprio di fronte al Campidoglio, si sono viste le scene più evocative, tra cui il silenzio durato quanto la strage di Parkland (sei minuti e venti secondi, ndr.), imposto da una delle fondatrici dell’ONG organizzatrice, Emma Gonzalez, che in lacrime ma sempre a testa alta ha costretto l’America a guardarla negli occhi; per arrivare all’entrata in scena di una bimba di 9 anni, Yolanda Renee King, bisnipote del reverendo Martin Luther King Jr., leader del movimento per i diritti civili assassinato a Memphis, in Tennessee, il 4 aprile 1968. Yolanda che, facendo eco a suo nonno, ha proclamato di avere pure lei un sogno: «un mondo libero dalle armi».

Non è mancato il sostegno delle “celebrities” dello Star System americano, come quello di Oprah Winfrey, Paul McCartney, Justin Bieber, Steven Spielberg, Jennifer Hudson, Demi Lovato, Justin Timberlake, Miley Cyrus e Ariana Grande, fino ad arrivare alla donazione di mezzo milione di dollari da parte di Clooney agli organizzatori, che ha preso parte alla marcia con la moglie Amal.
Per quel che riguarda il mondo politico americano, si segnala l’appoggio di Clinton che durante il suo primo mandato riuscì a produrre due importanti normative sul controllo delle armi (il Brady Handgun Violence Prevention Act e il Federal Assault Weapons Ban, ndr.) e di Obama, quest’ultimo nei suoi due mandati presidenziali non riuscì a porre alcuna regolamentazione rilevante a riguardo. Infine, il Presidente Trump – nel mirino delle proteste – tramite la portavoce Lindsay Walters, ha definito coraggiosi i manifestanti dichiarando che «tenere al sicuro i nostri bambini» è la massima priorità, ma ciò non toglie che se ripensiamo alla passata campagna elettorale, la sua presidenza non farà sicuramente meglio di quella del suo predecessore.

La marcia, indubbiamente, ha avuto un eco internazionale dal momento che si sono visti centinaia di cortei sparsi nelle più importanti città del mondo, tra cui Londra, Parigi, Milano, Tel Aviv, Belfast, Sydney e così via.
Da sottolineare che la questione sulla detenzione delle armi non si risolve nel suo divieto, invero, nel luglio del 2008 la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarando incostituzionale la legge del Distretto di Columbia che sanciva il divieto di possedere armi ai residenti, ha fornito un’interpretazione definitiva al Secondo emendamento della Costituzione. In altre parole, il diritto ad avere un’arma ha – per intenderci – la stessa valenza di quello della libertà di espressione. Senza contare che, una qualsivoglia limitazione sulla vendita delle armi, non escluda un intervento del mercato clandestino. D’altro canto, neanche negli USA, le armi sono la prima causa di morte, anzi, stando all’agenzia governativa National Center for Health Statistics (NCHS) bisognerebbe preoccuparsi maggiormente dello stile di vita americano, visto che le prime due posizioni sono ricoperte dalla cardiopatia e dal cancro, mentre alla quarta troviamo le malattie respiratorie.
In breve, la marcia non si è di certo conclusa il 24 marzo, e l’eco delle sue proteste si riverbereranno per i prossimi anni nella politica americana, perché la determinazione mostrata da questi Millennials non può e non deve lasciare indifferenti. Trump e i suoi successori sono avvisati.

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Elia Ricciotti

Riminese di nascita, figlio unico di un romagnolo e di un’abruzzese, dopo un Diploma da Ragioniere e Perito Commerciale approfondisco l’interesse per le discipline storico-politologiche di carattere nazionale e internazionale, che mi portano ad ottenere una laurea triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna. Proseguendo con un Diploma in Affari Europei all’ISPI, conseguo una laurea magistrale in Scienze Internazionali presso l’Università di Siena, con una tesi redatta all’Università di Bath (UK) tramite borsa “Erasmus Plus”. Successivamente, ricevo un Master in Marketing e Comunicazione grazie al quale mi immergo nel mondo lavorativo del commercio, della comunicazione e del digital marketing.

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