Un triste anniversario per Israele

A pochi giorni dalle celebrazioni per l’anniversario della sua fondazione, Israele si macchia ancora una volta di crimini a danno del popolo palestinese che, a sua volta, ricorda la “nakba”

“Al-Nakba”, letteralmente “la catastrofe”, è il nome con cui il mondo arabo chiama l’esodo forzato cui è stato costretto il popolo palestinese durante la prima delle guerre arabo-israeliane del 1947-48. Dopo la fondazione dello Stato di Israele del 14 maggio ’48, più di 700 mila arabi palestinesi lasciarono città e villaggi, espulsi o indotti ad allontanarsi dal momento in cui le terre palestinesi diventarono appunto Israele. Da quel giorno, gli arabi che non si sono adattati alle disposizioni del neonato governo, hanno vissuto da profughi pur abitando nelle antiche terre di Palestina da generazioni.

Le due facce del 15 maggio

Quest’anno ricorre il settantesimo anniversario dalla fondazione di Israele, annunciata dal leader israeliano David Ben Gurion alla fine del mandato britannico in Palestina. In tutto il mondo la comunità ebraica ha celebrato la ricorrenza senza ovviamente menzionare i crimini commessi dal governo israeliano, che sono comunque venuti alla luce con le proteste degli arabi in ricordo della nakba. Il 30 marzo scorso ha avuto inizio quella che si è rivelata una stagione particolarmente sanguinosa per il popolo palestinese. Dal momento in cui Hamas ha convocato la “Grande Marcia del Ritorno”, un’ondata di proteste si è abbattuta su Israele catturando l’attenzione dei media di tutto il mondo. Per sei settimane, fino al 15 di maggio, il giorno dell’insediamento ufficiale delle istituzioni, migliaia di persone hanno marciato per la “riconquista” delle terre espropriate dal movimento sionista alle famiglie palestinesi prima e dopo la nascita di Israele. Le proteste hanno subito assunto un carattere estremamente violento; il giorno 7 maggio fonti giornalistiche presenti sul posto hanno registrato un totale di 53 morti tra i palestinesi dall’inizio della Marcia.

Uno scontro impari

Tuttavia, la riflessione che suscita la vicenda non ha tanto a che vedere con lo scontro in sé, quanto con la profonda ingiustizia che sta (da sempre) alla base dei fatti avvenuti. Nessuno che possa dire di conoscere gli sviluppi della questione arabo-israeliana può non sentirsi amareggiato per le ingiustizie che il popolo palestinese subisce dal ’48, se dotato di un comune senso di obiettiva umanità. Non si tratta in fondo di una guerra tra eserciti che rispondono alle disposizioni dei loro governi: è piuttosto un accanimento spietato delle forze di “sicurezza” israeliane nei confronti del popolo palestinese che, da Gaza alla Cisgiordania, non solo vive da 70 anni sotto occupazione, ma versa in condizioni di disagio economico, energetico e sanitario. Sebbene dal 1966 i palestinesi non siano in teoria sottoposti alla legge militare, nella pratica le cose vanno diversamente. Nel territorio di Israele i palestinesi non godono delle libertà concesse agli ebrei. In tutti gli aspetti della vita, il governo vuole e riesce a svantaggiare i palestinesi, a partire dal sistema scolastico che penalizza gli studenti musulmani costringendoli ai margini della società. La mobilità sociale degli arabi è ridotta tanto quanto la loro libertà nel territorio di Israele. Tra tutti, gli abitanti della Striscia di Gaza sono i più penalizzati. Nel 2017 sono stati 54 i palestinesi deceduti in attesa che Israele desse loro i permessi per lasciare Gaza e raggiungere gli ospedali di Gerusalemme o della Cisgiordania. La progressiva riduzione della concessione di tali permessi contribuisce a far vivere la popolazione di Gaza in una condizione di crisi umanitaria prolungata: il blocco terrestre, aereo, marittimo hanno paralizzato la vita nella Striscia di Gaza in tutti i suoi aspetti. L’economia e le infrastrutture sono in profonda crisi, determinando un tasso di disoccupazione del 46%, il più alto al mondo. Oxfam ha dichiarato in un recente report che il blocco imposto da Israele ed Egitto nel 2009 “continua a distruggere la vita di 1,8 milioni di persone privandole dei mezzi più basilari di sussistenza”. Non è quindi solo una questione militare, anzi, non ha nulla a che vedere con la guerra: quando il popolo palestinese insorge è perché a Gaza il 95% dell’acqua non è potabile, perché sono concesse solo 4 ore di elettricità al giorno e perché l’intera popolazione vive in condizioni igienico-sanitarie inumane.

Ormai non si tratta nemmeno di una questione territoriale, in fondo; ben pochi palestinesi infatti crederanno che Israele si farà da parte e restituirà le terre appartenute ai loro avi. Sta diventando una lotta per la sopravvivenza e forse, nelle ultime settimane, i palestinesi stanno facendo sentire la propria voce al resto del mondo. Questo perché il Governo ha esagerato in termini di violenza contro i civili, essendo che appunto sul campo i militari israeliani si scontrano con il popolo palestinese, compresi donne, bambini e anziani. Solo nella giornata di lunedì 14 maggio sono state uccise oltre 60 e ferite più di 2000 persone durante le proteste nella Striscia di Gaza. Non è una guerra ad armi pari, assistiamo invece ad atrocità commesse da un paese che si definisce come “l’unica democrazia moderna del Medio Oriente”, ma cerca di nasconde ancora i soprusi e i crimini commessi dietro la maschera del “popolo perseguitato” che ha il diritto di governare sulla propria Terra Promessa. Uno dei pochi paesi ad esprimersi in modo fermo e deciso rispetto all’accaduto è stata la Turchia, avendo ha provveduto a richiamare il suo ambasciatore e ad espellere il console israeliano ad Istanbul. Intanto, in molte capitali, si tengono manifestazioni ed eventi in sostegno alla causa palestinese, ma purtroppo sono troppi i paesi che, intrattenendo rapporti commerciali vantaggiosi con Israele, non hanno in fondo un buon motivo per esporsi…

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