Turchia: una nuova sentenza colpisce giornalista del Wall Street Journal

Ancora una volta il giornalismo sotto accusa. Propaganda terroristica e sicurezza nazionale diventano un pretesto ricorrente in una Turchia in continuo stato di emergenza

La sentenza che un tribunale turco ha emesso nei confronti della giornalista del Wall Street Journal, Ayla Albayrak, riguardo alla sua copertura degli scontri tra separatisti curdi e forze di sicurezza turche, arriva in un momento delicato per la Turchia, sia dal punto di vista interno che internazionale.
La reporter, con doppia cittadinanza turca e finlandese, è stata condannata a due anni e un mese di carcere per “propaganda terroristica” in conseguenza ad un articolo da lei scritto e che risale all’agosto del 2015 quando si trovava a Silopi, nella Turchia sud-orientale, per coprire i combattimenti tra le forze governative e i membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).
Albayrak ha lavorato per l’Ufficio di Istanbul del Wall Street Journal dal 2010, occupandosi di politica turca, della situazione dei profughi siriani e della minoranza curda.

Condanniamo questa sentenza arbitraria e sproporzionata nei confronti di una giornalista il cui unico crimine è stato quello di entrare nel campo e riportare i fatti, e quindi fare il suo lavoro“, ha dichiarato Reporter senza frontiere (RSF) in un comunicato. “Pensiamo che la decisione del tribunale è stata progettata per scoraggiare i giornalisti stranieri ad andare  in Turchia e limitare le loro attività”.

La Turchia si colloca al 155° posto su 180 paesi nell’indice “World Press Freedom 2017” di RSF. Un dato che non sorprende: la situazione dei media e della libertà di espressione ha subito un ulteriore deterioramento dopo il tentativo di colpo di stato nel luglio del 2016, a cui è seguito lo stato di emergenza, prorogato ogni tre mesi e tutt’ora in vigore.

Il paese è amministrato attraverso decreti governativi emanati sotto il controllo assoluto del presidente. A questo proposito sono stati promulgati 28 decreti legge legittimati non dal parlamento, in virtù del quale circa 150mila funzionari pubblici sono stati destituiti e 50mila sono stati arrestati.
Inoltre sono stati arrestati undici deputati dell’opposizione, 63 sindaci (quasi tutti curdi), 172 giornalisti e dieci attivisti per i diritti umani, spesso senza processo. Sono state chiuse 19 università e 2.099 istituti scolastici e 8.500 accademici hanno perso il loro lavoro, senza alcuna possibilità di trovare un impiego universitario.
Lo stato di emergenza conferisce quindi all’esecutivo turco un potere discrezionale pressoché illimitato e gli consente di applicare misure radicali, compreso contro i media e le ONG, sulla base di criteri non chiari per le accuse di “collegamento” a un’organizzazione terroristica.

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Elisa Cassinelli

Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università degli Studi di Genova, appassionata di Medio Oriente e politica internazionale, con un focus su Iran e Turchia e i processi di democratizzazione. Ho svolto tirocini presso l’International Center for Contemporary Turkish Studies, nell’area formazione dell’ISPI a Milano e ho collaborato con il sito “Italnews” curando la sezione esteri. Ho approfondito la questione dei diritti umani, per me centrale, grazie alla mia esperienza in ONG come Amnesty International e Iran Human Rights Italia. Amo leggere, la poesia e fare meditazione.

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