Turchia: le elezioni confermano Erdoğan alla presidenza

Nonostante il testa a testa con l’opposizione, Erdoğan si riconferma alla guida della Turchia con maggiori poteri nelle sue mani

Domenica 24 giugno, gli elettori turchi sono tornati alle urne per decidere le sorti del proprio Paese. Per la prima volta nella storia turca, si è votato in un solo giorno per le elezioni presidenziali e per quelle parlamentari. In virtù del referendum costituzionale elettorale approvato nell’aprile del 2017 e fortemente voluto da Erdoğan, è stata inoltre ufficializzata la trasformazione della Turchia in una sorta di repubblica presidenziale in cui il presidente concentrerà, d’ora in avanti, poteri molto più forti nelle sue mani.
La competizione è stata particolarmente serrata nelle elezioni parlamentari, dove si è avuto un testa a testa tra la coalizione guidata dal partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), di matrice islamico-conservatrice e guidato da Recep Tayyip Erdoğan, con il sostegno dell’ultra-nazionalista Partito del movimento nazionalista (MHP), e la coalizione all’opposizione che riunisce il Partito repubblicano del popolo (CHP), di orientamento social-democratico, il Partito buono (İyi  Parti), di destra nazionalista, e il Partito della felicità (Saadet), di natura conservatrice.
Nonostante un’opposizione solida e determinata, Erdoğan è riuscito ad ottenere un secondo mandato come presidente della Turchia, ottenendo più del 50 percento dei voti ed evitando la necessità di un ballottaggio. Il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) ha perso terreno nelle elezioni parlamentari, ma Erdoğan manterrà la sua maggioranza in parlamento grazie a una forte dimostrazione di fiducia arrivata dai suoi alleati del Partito del movimento nazionalista (MHP). Muharrem Ince, il principale contendente all’opposizione e il candidato del Partito repubblicano del popolo (CHP), ha ricevuto oltre il 30 per cento dei voti. Si tratta del miglior risultato per un candidato socialdemocratico in Turchia negli ultimi 40 anni.

Per la prima volta da quando è salito al potere, 15 anni fa, come primo ministro, Erdoğan ha dovuto affrontare movimenti che rappresentano le tendenze sociali in aumento: la socialdemocrazia e la destra nazionalista. Quest’ultima è stata rappresentata alle elezioni da Meral Akşener, la leader del partito nazionalista di destra nato nell’ottobre 2017 e nominato “il partito del bene” (Good Party or Iyi Parti).
Akşener avrebbe dovuto trovarsi in una posizione migliore di quella di Ince, poiché i due terzi dei turchi si identificano come pio, nazionalista e conservatore e meno di un terzo si identifica a sinistra, come socialdemocratici o come socialisti. Le elezioni hanno però dimostrato che l’insoddisfazione per le crescenti differenze di classe in Turchia ha aiutato il socialdemocratico Ince, piuttosto che la nazionalista Akşener, ad emergere come principale sfidante di Erdoğan. Tuttavia, anche se l’ascesa di Ince potrebbe riflettere una società in evoluzione verso ideali di democrazia e giustizia sociale, il candidato socialdemocratico è stato un pilota solitario in un aspetto di fondamentale importanza: il sostegno ai curdi. Proprio su questo punti, altri esponenti della socialdemocrazia turca hanno rifiutato di considerare la formazione di un fronte progressista con la sinistra curda moderata. Un tale fronte avrebbe offerto un contrappeso all’alleanza nazionalista di destra tra l’AKP e il MHP. Il partito socialdemocratico si è dunque trovato costretto ad allearsi con il Good Party di Akşener al fine di creare un’opposizione credibile alle elezioni parlamentari.
La mancanza di visioni comuni tra i socialdemocratici e l’improbabile alleanza con la destra nazionalista, del tutto contraria a aperture nei confronti della sinistra curda, hanno dunque permesso a Erdoğan di riconfermarsi presidente. Erdoğan ha vinto un nuovo mandato per altri cinque anni, assicurandosi il potere fino al 2023. Il successo elettorale gli consente ora di accelerare la definitiva trasformazione del sistema politico-istituzionale del Paese in suo favore. Le recenti elezioni completano infatti la transizione della Turchia verso l’instaurazione di una repubblica presidenziale di stampo autoritario. Il nuovo sistema, approvato già nell’aprile 2017 con un margine ristretto attraverso un referendum costituzionale (51,3% contro 48,7%), abolisce la figura del Primo Ministro e assegna al Presidente il doppio ruolo di capo di Stato e di governo. Con l’abolizione della carica di Primo Ministro, il Presidente della Repubblica potrà nominare direttamente i ministri e i sottosegretari.

In questo nuovo sistema istituzionale viene meno il principio della divisione dei poteri, in quanto il Presidente della Repubblica avrà anche la possibilità di intervenire nel potere giudiziario. L’altro grande potere nelle mani di Erdoğan sarà la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza, grazie al quale negli ultimi due anni il partito dell’AKP ha potuto mettere in atto una vera e propria epurazione politica che ha silenziato gli oppositori attraverso detenzioni arbitrarie e violenze incontrollate, non solo in ambito politico ma anche culturale, con gravi conseguenze sul rispetto dei diritti umani e sulla libertà di espressione per giornalisti, docenti universitari e attivisti politici in particolare.

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Luigi Limone

Mi chiamo Luigi Limone. Sono laureato in Relazioni e Istituzioni dell'Asia e dell'Africa presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". Specializzato in geopolitica e relazioni internazionali del Medio Oriente, nutro un interesse particolare per le dinamiche geopolitiche e socio-culturali che riguardano la regione euro-mediterranea.

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