La Turchia e i curdi, venti di instabilità in Medioriente

Turchia e Stati Uniti, due alleati NATO che rischiano lo scontro

La caduta dello Stato Islamico ha nuovamente destabilizzato la regione Mediorientale, spostando l’attenzione verso conflitti latenti, già presenti prima della crisi siriana, ma che nel caos geopolitico di Daesh sono stati sottovalutati. Il caso curdo è sicuramente uno di questi.
Il Kurdistan è una regione mediorientale, politicamente inesistente ma culturalmente rilevante, che compre una vasta zona territoriale tra Iran, Iraq, Siria e Turchia. La popolazione curda (stando a stime, ma senza comprovati numeri) si aggirerebbe attorno ai 30-40 milioni di persone, la maggioranza delle quali (circa 20 milioni) nella parte sud-est della Repubblica turca. Un’area che, dopo la crisi civile siriana, è tornata centrale nelle agende politiche internazionali, vedendo uno scontro tra due principali attori NATO: gli Stati Uniti e la Turchia.

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La Turchia ha sempre considerato le forze curde minacce per la propria sicurezza interna. Sin dagli anni ‘70, quando prorompente si è affermato un fronte curdo semi-coeso che chiedeva a gran voce l’indipendenza territoriale e politica[1], Ankara si è ritrovata incastrata in un conflitto interno, quasi civile, tra le forze del PKK (Partito dei Lavoratori Curdi) e l’esercito nazionale. La battaglia contro Daesh ha visto i curdi come importanti alleati statunitensi, considerata anche la non-volontà di Washington di ‘put boots on the ground’ e rischiare un altro Afghanistan. Gli statunitensi sono stati ben felici di delegare lo scontro di fanteria ai peshmerga, i curdi iracheni, promuovendo aiuti militari e un supporto aereo che comunque risultarono fondamentali[2].
Alla conclusione del conflitto, quindi, le forze curde detenevano un political leverage importante nei confronti di una comunità internazionale che fu sempre riluttante all’idea di un nuovo conflitto armato nella regione. Da una parte gli Stati Uniti. con una sempre più forte sentimento isolazionista, dall’altra parte un’Europa divisa tra timori geopolitici (provenienti dalla Russia e dalla Libia) e problemi interni (sia economici che politici).

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I curdi del post-Daesh rivendicano i risultati militari ottenuti e richiedono a gran voce l’istaurazione di un Kurdistan indipendente, eventualità considerata ‘red line’ dai governi di Teheran, Ankara e Baghdad. Con la caduta di Raqqa, i curdi iracheni hanno indetto un referendum regionale[3], decretando l’autoproclamazione di uno Stato indipendente, che però non viene riconosciuto (o spesso ignorato) dalle potenze regionali e mondiali. L’avversione alla creazione del Kurdistan ha, addirittura, riportato allo stesso tavolo attori mediorientali che, nel conflitto siriano, hanno supportato economicamente e militarmente forze diverse: da una parte la Turchia e i ribelli anti-Assad, dall’altra l’Iran e il regime di Damasco.
Questo ci può offrire una panoramica di come il problema curdo sia centrale nelle agende regionali, al punto da far passare in secondo piano quelli che sono obiettivi geopolitici e strategie strategiche di lungo termine.

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Il recente attacco turco nel nord siriano[4], segue una propria politica internazionale che punta a risolvere la minaccia curda percepita come molto più presente di qualche anno fa, quando il nemico comune aveva congelato temporaneamente tensioni minori. Le manovre militari seguono un progetto militare che aveva già visto l’entrata di carri armati turchi nel territorio siriano, con l’Operazione “Scudo dell’Eufrate”[5].
Le tensioni internazionali degli ultimi giorni dimostrano che, per Ankara, l’insicurezza interna alla Siria non si è attenuata con la caduta dello Stato Islamico, ma ha assistito all’emergere di una nuova minaccia militare, che stavolta rischia di ripercuotersi ancora più violentemente anche all’interno dei propri confini. La possibilità, infatti, che sempre più cittadini turchi di etnia curda possano essere spinti a ribellarsi e imbracciare le armi per un Kurdistan libero è, per l’establishment centrale, un pericolo da non sottovalutare.
L’effettivo successo sul campo di questi nuovi attori dipenderà principalmente dal ruolo delle potenze internazionali e da come anche alleati NATO risponderanno alla politica estera anti-curda di Erdogan. Sembrerebbe difficile poter pensare ad un vero e proprio intervento americano (politico più che militare) a sostegno degli ex-alleati nel campo, anche considerando il corrente stato di instabilità politica interna deli USA.
D’altra parte, però, i curdi godono di un certo favore (acquisito durante la battaglia contro lo Stato Islamico) nella opinione pubblica europea (e mondiale), mentre la Turchia, dopo la fallita scommessa siriana, è sempre più isolata e politicamente instabile. Inoltre, gli Statunitensi sono consapevoli che la ‘carta curda’ è fondamentale per mantenere indirettamente un’influenza regionale su una Siria che ancora è lontana dal trovare un equilibrio politico.
Ciò che è chiaro è che con la caduta di Daesh la sicurezza della regione ha subito un nuovo scossone, stavolta portando ad un tutti contro tutti, nella difficile sida per il controllo del Medioriente.


[1]
Si veda Pisanò. F (2017), La questione curda: analisi e riflessioni sullo scenario mediorientale post-ISIS, Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence
[2] Si veda http://www.newsweek.com/us-military-million-arms-deal-kurds-fighting-isis-iraq-586904 per maggiori informazioni

[3] http://www.aljazeera.com/news/2017/09/iraqi-kurds-vote-independence-referendum-170925032733525.html
[4] http://edition.cnn.com/2018/01/21/middleeast/turkey-military-forces-enter-syria-intl/index.html
[5] http://www.occhidellaguerra.it/tag/scudo-delleufrate/

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Francesco Pisanò

Studente all'University of Glasgow in Studi strategici, di sicurezza e d'intelligence, sono appassionato di Medioriente e di dinamiche geopolitiche mediterranee. Convinto Europeista, ho portato avanti studi anche sul ruolo dell'Italia nell'Unione Europea e nel Mediterraneo. Mi interesso di strategie militari e nazionali dei paesi del Golfo e del Levante.

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