Trinidad e Tobago. Dalla crisi degli anni ‘80 ai giorni nostri

Sangue e povertà della politica neoliberista del FMI avevano gettato, negli anni ’80, il Paese nel caos. Oggi è il più fiorente dell’Area Caraibica grazie a petrolio, turismo e rum

Poco lontano dalle coste del Venezuela, nell’arcipelago delle Piccole Antille nel Mar dei Caraibi, c’è una giovane repubblica parlamentare: la Repubblica di Trinidad e Tobago. I nomi delle due isole principali risalgono alla scoperta di queste terre da parte di Cristoforo Colombo durante il suo terzo viaggio verso le Americhe. Soggetto alla dominazione spagnola fino al 1789, questo piccolo Stato insulare divenne in seguito colonia inglese, e solo nel 1962 Stato sovrano e indipendente.
Inizialmente famoso per la sua esportazione di canna da zucchero, cacao, caffè e noci di cocco, Trinidad e Tobago conobbe un’importante crescita economica con la scoperta di giacimenti petroliferi e riserve di gas naturale, e con l’incremento degli introiti derivanti dal settore turistico. La popolazione si spostò dalle campagne alle città per lavorare nelle raffinerie, nelle aziende petrolchimiche e nell’industria dell’asfalto, di cui il Paese possiede le riserve naturali più grandi al mondo. L’incremento dei prezzi del petrolio seguenti agli shock degli anni Settanta risultò in un aumento del prodotto interno lordo del 6% annuo nel periodo 1974-1981 e le entrate nelle casse dello Stato triplicarono tra il 1973 e il 1974 crescendo con una media del 44% annuo fino al 1980.
Con l’inizio degli anni Ottanta però i petroldollari cominciarono a diminuire. L’impoverimento dei giacimenti petroliferi e il crollo del prezzo dell’oro nero scatenarono una pesante crisi economica a causa della mancata diversificazione delle attività economiche nazionali. La produzione di petrolio passò dagli 80 milioni di barili del 1978 a 61.6 milioni nel 1986. Il prodotto interno lordo si ridusse, la disoccupazione, l’inflazione e la povertà aumentarono vertiginosamente e il debito estero si aggravò. Durante il biennio di crisi 1982-84 il governo trovò finanziatori fuori dai confini nazionali e mise in atto politiche conformi ai principi di equità economica e giustizia sociale per uscire dalla depressione, incluse misure di salvaguardia per i settori più poveri della società.
Nel 1985 qualcosa cambiò; iniziarono le missioni del Fondo Monetario Internazionale a Port of Spain, la capitale di Trinidad e Tobago e i capitali stranieri smisero di affluire. Le relazioni del FMI consultate dalle banche commerciali, infatti, dipinsero uno scenario economico talmente disastrato che il Paese caraibico non riuscì più ad attrarre finanziamenti stranieri. Secondo il Fondo, Trinidad aveva subito “un’erosione della sua competitività internazionale” e aveva bisogno di drastiche misure di austerità per avviare la ripresa economica. L’indicatore principale su cui si basavano i report del FMI era il costo del lavoro (RULC index), il quale risultava essere di particolare rilievo poiché, analizzando le capacità di esportazione di un’economia, rispecchiava la competitività internazionale dell’arcipelago. Considerato che Trinidad e Tobago era caratterizzata da un’economia trainata dalle esportazioni, per lo più petrolifere, e che sia la produzione che il prezzo del petrolio erano crollati, l’indice si rivelava di importanza economica primaria.

Venuti meno i prestiti provenienti dal mercato finanziario internazionale, l’unica via di salvezza per Trinidad era proprio l’aiuto del Fondo Monetario. Tale aiuto è sempre subordinato all’adozione da parte del Paese richiedente di una serie di riforme strutturali del sistema economico. Nel caso di Trinidad e Tobago il FMI richiese tagli ai salari, forti svalutazioni della moneta, licenziamenti nel settore pubblico e una riduzione degli interventi statali nell’economia. Questo pacchetto era in linea con la politica neoliberista seguita dal Fondo e applicata anche in Africa, America Latina e Asia. Nel corso del 1985 la moneta venne svalutata circa del 50% e negli anni seguenti crebbero la domanda per ulteriori tagli alla spesa pubblica e ai salari reali, per la riduzione dei controlli dei prezzi dei beni fondamentali e per una riforma del sistema di tassazione interna. I provvedimenti gettarono il Paese nel caos politico e sociale. Nel 1987 grazie al cocktail di riforme voluto dal FMI la disoccupazione salì, i salari reali scesero e il prezzo del cibo di primo consumo e delle medicine aumentò talmente tanto da spostare diversi strati della popolazione sotto la soglia di povertà. Per contro, le manovre economiche non erano riuscite a scoraggiare sufficientemente le importazioni e la bilancia dei pagamenti con l’estero non era migliorata.
Sulle attività del Fondo a Trinidad e Tobago esiste un’importante testimonianza fornita da un ex dipendente dell’istituzione. Davidson Budhoo si licenziò nel 1988 dopo più di dodici anni di servizio con una lettera di dimissioni indirizzata al direttore Michel Camdessus, neoliberista e filo friedmaniano. Budhoo paragonò le politiche del Fondo alle azioni poste in essere da Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale e definì le proprie dimissioni una “liberazione senza prezzo”, primo passo lungo il cammino intrapreso al fine di “lavare le proprie mani (…) dal sangue di milioni di persone povere e affamate”. Davidson si chiese, come accadde per il dittatore mitteleuropeo, se: “gli eredi di coloro che noi (il FMI) abbiamo fatto a pezzi con il nostro particolare Olocausto, reclameranno un’altra Norimberga?”. Secondo l’ex impiegato i dati diffusi attraverso i rapporti dell’istituzione erano stati appositamente falsificati. Secondo il report ufficiale del FMI del 1986 tra il 1980 e il 1985 il RULC risultava essersi alzato del 164.7 %, mentre nella realtà sarebbe incrementato solo del 66.1%. Tra il 1983 e il 1985 i dati divulgati dal FMI riportano un aumento del medesimo indice del 36 % contro il 14.9% riscontrato dal Signor Budhoo. Nel 1985 secondo Davidson l’URLC sarebbe addirittura sceso del 1.7% e non salito del 9% come riportato dal rapporto del Fondo. Nella sua lettera di dimissioni Budhoo affermò che il Fondo si fosse “inventato letteralmente dal nulla” enormi debiti governativi oltre che essere “ricorso a illeciti statistici e palese disinformazione per trascinarla (Trinidad) all’inferno” e questo poiché il Paese continuava a “resistere alla nostra (del Fondo) più mortale medicina (il cocktail di riforme economiche neoliberiste che l’FMI aveva presentato al governo caraibico)”. Le accuse di Budhoo non risultavano completamente inaspettate in quanto l’anno precedente alle sue dimissioni una bozza di rapporto della Banca Mondiale riportava dati e statistiche differenti da quelli forniti dal Fondo. Tale bozza fu poi modificata e nella sua versione finale nel 1988 risulta appoggiare le politiche e le analisi del FMI. Tale modifica di prospettive venne interpretata da Budhoo come il frutto di forti pressioni esercitate dal FMI sulla BM.

In seguito alle accuse mosse al Fondo Monetario internazionale da Davidson Budhoo il governo di Trinidad e Tobago avviò due commissioni incaricate di far luce sull’accaduto. I risultati di tali inchieste comprovarono le tesi di Davidson dimostrando che i dati economici relativi al loro Paese erano stati alterati. Il FMI non rispose mai ufficialmente alle accuse di broglio e la faccenda si chiuse con un nulla di fatto.
Condividendo con le banche commerciali e gli investitori stranieri rapporti basati su dati falsati, il FMI avrebbe esacerbato la crisi economica del Paese e gettato la popolazione nella povertà provocando innumerevoli morti. Il fine di tale operazione sarebbe, secondo Budhoo, imporre modifiche politiche volte al raggiungimento di obiettivi propri della comunità internazionale (come l’imposizione di un determinato ordine economico) che tale Paese sarebbe disponibile ad accettare solo in un momento di profonda crisi economica e sociale. Il caos e la crisi economica in cui Trinidad venne trascinata avrebbero così aperto una finestra di possibilità che avrebbe permesso l’imposizione di riforme che in tempi normali la popolazione non sarebbe mai stata disposta ad accettare: il pacchetto di riforme richiesto dal Fondo, quella che Budhoo chiama la loro “più mortale medicina”: tagli ai salari, svalutazioni, licenziamenti, cancellazione dello stato sociale e privatizzazioni. Il programma di aggiustamento strutturale venne definito da Budhoo una “tortura di massa in cui i governi e i popoli, fra urla di dolore, sono costretti a inginocchiarsi davanti a noi (il Fondo), distrutti, terrorizzati e annichiliti, e a chiedere un barlume di ragionevolezza e decenza. Ma (il Fondo) ride loro in faccia, e la tortura continua indisturbata”.

Oggi, quasi trent’anni dopo, grazie ad un lungo percorso di ripresa, l’economia di Trinidad e Tobago è tra le più fiorenti dell’area caraibica e il settore energetico rimane di gran lunga la principale attività economica del Paese costituendone più del 40 % degli introiti. Anche l’ecoturismo attrae innumerevoli capitali grazie ai paesaggi incontaminati, le foreste e le più di 300 specie di coralli. Fiore all’occhiello è la produzione del Legacy of Angostura, il rum più costoso del mondo, degustato in ogni angolo del pianeta. La storia di povertà e sangue che macchiò gli anni Ottanta dello scorso secolo è stata dimenticata, sepolta dalla polvere della storia. Rimane solo un piccolo arcipelago nell’oceano Atlantico di cui in molti faticano addirittura a ricordare il nome. Chissà, magari un giorno Nicki Minaj scriverà una canzone sulle tristi sorti della sua terra natia.

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