Sud Sudan. Crisi dei rifugiati e ripercussioni sul vicino Uganda

Con oltre 1,6 milioni di persone in fuga, quella dei sud sudanesi è la più ampia crisi dei rifugiati nel continente africano e la terza nel mondo dopo quella di siriani e afghani

Dal dicembre 2013, il Sud Sudan vive una sanguinosa guerra civile che vede contrapporsi le forze regolari, guidate dal presidente Salva Kiir, e i ribelli del Sudan’s People Liberation Movement-in-Opposition (SPLA-IO), guidato da Riek Machar, vicepresidente accusato di aver progettato un colpo di stato ai danni di Salva Kier. Nonostante un accordo di pace stretto nell’agosto 2015, i combattimenti sono ripresi nella capitale Juba nell’estate 2016, spingendo milioni di persone ad abbandonare le proprie case.
Ad oggi, il conflitto in Sud Sudan ha già causato decina di migliaia di morti e circa 1,6 milioni di profughi. Alcuni di loro hanno attraversato le frontiere e si sono rifugiati nei Paesi confinanti. I rifugiati fuggono verso il Sudan, l’Etiopia, il Kenya, la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Centrafricana.

Circa 900 mila persone sono arrivate in Uganda, lo Stato che ha accolto il maggior numero di rifugiati in fuga dal Sud Sudan. Il flusso di arrivi ha raggiunto il suo picco nel febbraio 2017, con più di 6000 persone arrivate in un solo giorno. A marzo, il picco in un singolo giorno è stato di oltre 5000 persone, con una media che attualmente si aggira intorno ai 2800 arrivi giornalieri.
I richiedenti asilo che arrivano in Uganda provengono in via principale da Equatoria, regione meridionale del Sud Sudan che dal 2015 è interessata da violenti scontri tra le forze governative e gli alleati del SPLA-IO, con numerose vittime e vere e proprie distruzioni di proprietà. Alcuni rapporti di Amnesty International rivelano dettagli di orribili torture, uccisioni indiscriminate, saccheggi e stupri. Sempre secondo Amnesty International, l’86% dei rifugiati sudanesi in Uganda è costituito da donne e bambini e il 64% da minori non accompagnati. Si tratta di categorie altamente vulnerabili che necessitano di modalità di accoglienza e standard strutturali ben precisi.

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L’Uganda come accoglie i profughi?

L’Uganda dispone di una legislazione in materia di rifugiati fra le più avanzate al mondo: i rifugiati possiedono una certa libertà di movimento, hanno accesso ai servizi di base come la salute e l’educazione e possono lavorare, anche in proprio. Tuttavia, di fronte al sempre più rapido afflusso di persone, i centri di accoglienza stanno riscontrando numerose difficoltà e l’intero sistema di asilo potrebbe essere sul punto di collassare da un momento all’altro. I campi profughi e i centri di transito situati nelle province settentrionali del Paese sono sovraffollati, con mancanza assoluta di cibo, acqua, ripari e altri servizi di prima necessità per soddisfare i bisogni di tutti.

Vertice Mondiale su rifugiati e migranti a New York, settembre 2016

La situazione in Uganda si sta rivelando come il primo e più importante test degli impegni assunti durante il Vertice Mondiale su Rifugiati e Migranti che si è tenuto nel settembre 2016 a New York e che ha visto l’adozione della Dichiarazione di New York su Rifugiati e Migranti (New York Declaration for Refugees and Migrants), un documento molto importante che intende fare il primo passo verso una risposta più completa e sostenibile agli spostamenti forzati e verso l’introduzione di un sistema di governance per le migrazioni internazionali.
Con riferimento ai rifugiati, la Dichiarazione di New York intende sottolineare l’impegno cruciale di adottare un approccio, definito come Quadro di Risposta Complessiva sui Rifugiati (Comprehensive Refugee Response Framework – CRRF), teso a realizzare un cambiamento definitivo nella gestione della crisi dei rifugiati a livello globale.
L’Uganda è in prima linea nell’adozione di tale quadro. Il Paese ha già accettato il Quadro di Risposta Complessiva sui Rifugiati e ha promosso interventi volti ad integrare le misure di carattere umanitario con quelle relative allo sviluppo. Queste ultime includono la distribuzione di terreni ai rifugiati, l’inclusione dei rifugiati nei piani di sviluppo nazionale e nel mercato del lavoro.

Gli sforzi dell’Uganda in questa direzione rischiano seriamente di essere compromessi, se non accompagnati dal sostegno della Comunità internazionale. I finanziamenti da parte dei Paesi donatori sono ancora insufficienti, mentre cibo, acqua e ripari scarseggiano giorno dopo giorno.
La crisi dei rifugiati sud sudanesi, terza crisi dei rifugiati al mondo dopo quella di Siria e Afghanistan, necessita di un’erogazione tempestiva di fondi per soddisfare i bisogni immediati e di lungo termine dei rifugiati. Ciò è vero se si vuole evitare che queste persone diventino “le nuove vittime del fallimento collettivo e vergognoso della cooperazione internazionale”, come dichiarato da Muthoni Wanyeki, direttrice di Amnesty International per l’Africa orientale, il Corno d’Africa e la regione dei Grandi Laghi.

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