Spagna: il Paese diviso

Il referendum svoltosi in Catalogna il primo di ottobre ha raccolto più di due milioni di voti. Il 90% dei cittadini della regione si sono espressi a favore dell’indipendenza, creando una forte cesura con il governo centrale spagnolo

La Spagna in questi giorni sta vivendo una crisi per l’unità territoriale e governativa del Paese cominciata la sera dell’1 ottobre, quando il Presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha annunciato che la vittoria del sì dei voti raccolti in occasione del referendum che si è tenuto durante la stessa giornata, porterà all’indipendenza della regione del nord est della Spagna. Se portata a termine, questa decisione motivata dagli indipendentisti con ragioni politico-economiche, avrà un importante impatto non solo sulla Spagna, ma anche sull’intera Europa. La Catalogna gode, allo stato attuale, di un buon grado di autonomia. Dispone, infatti, di un proprio parlamento regionale con il potere di legiferare sull’educazione, sui servizi sociali e sulla sanità, un proprio corpo di polizia, il riconoscimento del catalano come lingua ufficiale. Tuttavia, parte della popolazione non si ritiene soddisfatta e vorrebbe trasformare la richiesta di fare della Catalogna un vero e proprio Stato repubblicano capace di condurre una propria politica estera e decidere sulle politiche fiscali. I catalani che reclamano l’indipendenza si sentono economicamente sfruttati dallo Stato a cui appartengono. La Catalogna contribuisce per il 20% al PIL spagnolo. La Spagna, naturalmente, non ci sta. Inoltre, vi sono le rivendicazioni politico-istituzionali. Già nel 2004 la Catalogna chiese il riconoscimento, da parte dello Stato centrale, di maggiori poteri. Un referendum si tenne, dai risultati più o meno simili a quelli registrati pochi giorni fa. Lo scontro tra il Partito socialista e il Partito Popolare spagnoli, l’uno a favore e l’altro contro l’indipendenza, porta la Corte Costituzionale di Spagna ad esprimersi nel 2010 per l’incostituzionalità della richiesta. Stessa sorte ebbe il referendum organizzato in Catalogna nel 2014. Non solo la Spagna, ma anche i catalani si trovano effettivamente divisi sulla convenienza di perseguire il progetto indipendentista: l’1 ottobre alle urne si sono presentati poco più del quaranta percento dei cittadini. L’imbarazzo è causato anche dalle recenti esternazioni e dalle azioni promosse i giorni scorsi dal governo centrale di Mariano Rajoy, che ha consentito l’intervento massiccio della polizia. Così ci si aspetta che l’Unione Europea assurga ad arbitro della questione. Puigdemont, coerentemente con le posizioni degli indipendentisti, ha conservato un atteggiamento favorevole nei confronti dell’Unione Europea, chiamando in causa le istituzioni UE al fine di mediare con il governo centrale spagnolo. I capi europei, pur avendo richiesto alla Spagna il rispetto dei dettami costituzionali, non sembrano disposti ad essere coinvolti nel problema: hanno infatti ufficialmente dichiarato di considerare quella dell’indipendenza catalana una problematica dello Stato spagnolo. Ufficiosamente, poi, gli Stati europei temono che sostenendo il movimento indipendentista in Spagna, potrebbero fomentare ulteriori indipendentismi in altre parti dell’Europa, creando un effetto domino di rivendicazioni secessioniste che, allo stato attuale, l’Unione Europea non è in grado di fronteggiare. La crepa apertasi l’1 ottobre in Spagna è profonda non solo per la situazione politica, sociale ed economica nel Paese, ma si aggiunge, di fatto, alla lista di minacce alla coesione degli Stati europei.

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