Siria: l’inferno di Ghouta e la risoluzione delle Nazioni Unite

Il 25 febbraio il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha approvato all’unanimità una risoluzione che richiede un cessate al fuoco alle parti in conflitto a Ghouta Est

Quella dell’assedio a Ghouta Est, nella periferia di Damasco, non è una notizia degli ultimi giorni. Fin dall’inizio del conflitto siriano, infatti, questa zona si è sempre configurata come una roccaforte delle forze anti-Assad e per tal motivo è stata oggetto di frequenti attacchi. Già nel 2013 le forze governative siriane erano state accusate di aver utilizzato armi chimiche per riprendere l’enclave ribelle. Sebbene gli attacchi non si siano mai placati, la situazione ha cominciato a peggiorare in modo sensibile dall’ottobre del 2017 quando Assad ha bloccato tutti gli accessi all’area provocando in tal modo una crisi umanitaria di enormi dimensioni. Più di 350mila persone sono intrappolate e i continui bombardamenti del regime hanno portato il Segretario Generale delle Nazioni Unite a definire tale situazione come un “inferno sulla Terra” richiamando tutte le parti in conflitto a cessare immediatamente le ostilità per permettere l’ingresso di aiuti umanitari e medici. Fonti dell’UNHCR affermano che dal 4 febbraio fino al 21 dello stesso mese, le civilian casaulties siano state circa 1200, tra cui 878 feriti e 346 morti. Medici Senza Frontiere (MSF) ha tuttavia dichiarato che nel giro di soli quattro giorni, dal 18 al 23 febbraio, le strutture sanitarie supportate dall’organizzazione hanno ricevuto 2500 feriti e oltre 520 morti (il 48% dei quali erano donne e bambini).

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Bisogna qui sottolineare che l’azione delle truppe governative non è da considerarsi illegittima sotto il profilo giuridico. L’utilizzo della forza per riconquistare parti di territorio in mano a gruppi armati organizzati è infatti previsto dal diritto dei conflitti armati, come afferma l’art. 3 del Protocollo II addizionale alle Convenzioni di Ginevra del 1949, riguardante i conflitti armati non internazionali (“nessuna disposizione del presente Protocollo potrà essere invocata per attentare alla sovranità di uno Stato o alla responsabilità del governo di mantenere o di ristabilire l’ordine pubblico nello Stato, o di difendere l’unità nazionale e l’integrità territoriale dello Stato con tutti i mezzi legittimi”). Ciò che, al contrario, non è permesso, è il deliberato e continuo bersagliamento di obiettivi civili (che comprendono sia individui sia edifici di critica importanza per la sopravvivenza della popolazione civile). Tale divieto è espresso, seppur in modo abbastanza generale, nell’art. 13 del Protocollo testé citato, che afferma che “la popolazione civile e le persone civili godranno di una protezione generale contro i pericoli derivanti da operazioni militari” e che “né la popolazione civile in quanto tale, né le persone civili dovranno essere oggetto di attacchi.”

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Il precipitare della situazione ha dunque portato Kuwait e Svezia alla proposta di una risoluzione, più volte modificata a seguito degli emendamenti proposti dalla Federazione Russa, ed infine approvata nella giornata di ieri. Essa prevede che tutte le parti in conflitto cessino ‘senza ulteriori ritardi’ le ostilità per un periodo di 30 giorni consecutivi per permettere gli aiuti umanitari e l’evacuazione dei malati e dei feriti gravi. Le parole in questo caso sono fondamentali e la mancanza di una specificazione temporale all’interno del testo crea una certa incertezza. È inoltre importante notare che tale cessate il fuoco non si applica alle operazioni militari contro i gruppi terroristici che siano considerati tali dalle Nazioni Unite (Isis, al-Qaeda e Hayat Tahrir al-Sham). Ciò implica che il governo siriano possa comunque portare avanti la sua azione militare nella zona contro alcuni gruppi specifici.

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Nonostante la risoluzione sia stata votata all’unanimità, i bombardamenti continuano a Ghouta. L’Ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bashar Ja’afari, ha infatti affermato che il governo siriano si riserva il diritto di rispondere in modo appropriato nel caso di attacchi ai civili da parte di gruppi terroristici (quelli che Assad considera tali). Dall’altra parte, le due principali fazioni ribelli nell’enclave – Faylaq al-Rahman e Jaish al-Islam – si sono dichiarate aperte a mettere in atto la tregua ma hanno lasciato chiaramente intendere che risponderanno al fuoco se provocate.

Il cessate il fuoco è dunque una blanda misura che difficilmente fermerà l’inaudita violenza delle armi in Siria. Il motivo non è un mistero. Come già affermato, Ghouta è una delle ultime roccaforti ribelli ed è peraltro ubicata nella periferia della capitale siriana. Riconquistare tale zona sarebbe una vittoria importante per Assad e per il suo alleato russo. È dunque verosimile che gli attacchi non si fermeranno fino alla resa dei gruppi asserragliati nella enclave.

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