SCOZIA: ritorno al futuro

SCOZIA  Referendum
SCOZIA Referendum

 La Scozia rigetta l’indipendenza, ma cambia in meglio il volto del Regno Unito che si proietta in un’ottica di un Paese federalista.

Il risultato del referendum è stato più netto del previsto: il 55% dei voti sono andati agli indipendentisti e il 45% agli unionisti, dieci punti percentuali di distacco, 2.001.926 voti contro 1.617.989, con un’affluenza alle urne che ha fatto segnare l’85%, un record per la Scozia e il Regno Unito.

Le 383.937 schede di differenza hanno deciso che la Scozia non sarà (almeno per il momento) un paese indipendente, e il Regno Unito non si spacca, anzi ne esce più forte che mai.

Se fosse dipeso da Glasgow, la città più popolosa e ribelle, i separatisti avrebbero vinto. Ma Edimburgo, cuore della battaglia, le Highlands, le Isole Ebridi, il Galloway, l’Abeerdeenshire – la Scozia rurale, che vive tra la brughiera e il Mare del Nord – hanno pensato di mantenere intatto il matrimonio sancito tre secoli fa con Londra.

Gli scozzesi per via del voto, sono stati costretti a confrontarsi con la fondamentale questione della loro identità e senso di appartenenza: sono più le cose che ci dividono dalla Gran Bretagna o quelle che ci uniscono? E’ una simbiosi che non è facile spiegare. E’ come dire sono scozzese, ma sono orgoglioso di far parte del Regno Unito e non ci rinuncerei per nulla al mondo. Come diceva l’antropologo francese Jean-Loup Amselle l’identità non è un prodotto confezionato, calato dall’alto, bensì è frutto della scelta individuale e può mutare nel corso della vita di un individuo come nella storia di un gruppo umano.

La gente scozzese ha scelto l’unità sulla divisione, riaffermando gli antichi legami che li unisce agli inglesi. Ha adottato, in silenzio, il buon senso, perché preoccupata dai rischi economici e politici imprevedibili che l’indipendenza avrebbe comportato. Tra gli elettori poi, la forte componente di anziani ha pesato moltissimo. Loro, a differenza dei giovani, il cui voto è stato Yes, hanno legami quasi viscerali con l’Inghilterra. Non dimentichiamo che tanti anziani di oggi hanno combattuto sotto la stessa bandiera, gomito a gomito nella seconda guerra mondiale, con gli inglesi, creando così un legame indissolubile. Senza poi escludere a priori le pressioni psicologiche ricevute da chi era contro l’indipendenza: banche, industrie di whisky, compagnie petrolifere, società quotate sulla Borsa di Londra, per citarne solo alcuni dei poteri forti, i quali temevano, tutti, in caso di indipendenza della Scozia, un vero tracollo dei loro affari. La Regina Elisabetta II, amatissima dagli scozzesi, ha fatto il resto. Alcuni giorni fa quelle dieci parole: “Spero che la gente (in Scozia) penserà con molta attenzione al futuro”,  pronunciate in pubblico di fronte alla chiesa Crathie Kirk, con garbo e inserite in una regia minuziosamente preparata per coprire la sua intrusione , avranno avuto un’influenza irruente sul destino della Scozia e del Regno Unito. Non è mancata poi dalla Regina, in una nota personale inviata dalla residenza di Balmoral in Scozia, un appello alla riconciliazione dopo la campagna referendaria …«Ora andiamo avanti …. Nonostante la differenza di opinioni abbiamo in comune un amore duraturo per la Scozia, che è una delle cose che aiuta a tenerci uniti».

La sorte che sarebbe toccata a Cameron in caso di vittoria degli indipendentisti, ha riguardato Alex Salmond, primo ministro scozzese che, dopo aver accettato democraticamente il verdetto del popolo, ha annunciato le dimissioni, precisando che la partecipazione ha costituito comunque un trionfo e ha ricordato a Londra che “sono state fatte delle promesse che vanno onorate.

Infatti negli ultimi giorni, l’establishment britannico, nel timore che gli indipendentisti potessero vincere, ha assicurato maggiore autonomia fiscale, meno interferenze sulle politiche locali e soprattutto una House of Lords, la Camera alta del Parlamento britannico, con un nuovo compito, quello di accogliere e gestire le istanze delle quattro nazioni del Regno, e soprattutto di cercare di accogliere le loro istanze a livello nazionale, tutte cose che finora erano praticamente riservate ai vari governi in carica e alle loro decisioni spesso legate ai politici di turno. Secondo le indiscrezioni della stampa, il compito di ridisegnare il Paese potrebbe essere assegnato a Gordon Brown, ex premier laburista, scozzese, storico rivale dei Tory e del premier in carica.

Il premier David Cameron nel suo intervento a  Downing Street ha detto: “Era un passo di democrazia che andava fatto. Uniti siamo migliori”.

E ha promesso che entro gennaio sarà prodotta una bozza di leggi per la devoluzione della Scozia promesso prima del referendum. Non solo: più autonomia sarà garantita anche alle altre regioni del Regno: Inghilterra, Irlanda del Nord e Galles. I tre più grandi partiti del Regno Unito – i conservatori, laburisti e liberal-democratici – che durante la campagna referendaria hanno firmato un accordo a devolvere maggiori poteri alla Scozia, se avessero vinto i no, dovranno lavorare attraverso le loro differenze, per arrivare con una proposta unica. Va osservato che con una maggiore devoluzione di poteri al Parlamento scozzese, molti vogliono affrontare la cosiddetta questione West Lothian: è giusto che i parlamentari inglesi non hanno voce in capitolo su questioni devolute in Scozia, ma i parlamentari scozzesi a Westminster possono ancora votare gli stessi problemi che riguardano  l’Inghilterra?

E’ chiaro che il dibattito sul futuro della politica del Regno Unito è solo all’inizio, e il processo di concessione di poteri inerenti le tasse, la spesa pubblica e il welfare, da Westminster al Parlamento scozzese avrà il suo corso e i suoi tempi.

La sterlina nella notte ha toccato il massimo sull’euro dal luglio 2012 e poi si è stabilizzata.

La Casa Bianca e l’UE tirano un respiro di sollievo.

Per il presidente americano Barack Obama «Gli Stati Uniti accolgono con favore il risultato del referendum sull’indipendenza della Scozia e si congratulano con gli scozzesi per il pieno ed energico esercizio della democrazia». Per il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, si tratta di un voto a favore di una Europa «unita, aperta e più forte».

Viene spontaneo chiedersi: il Regno Unito è più vicino all’America o all’UE ?

E ancora : le frontiere sono aperte o chiuse ?

Resta per ora davanti agli occhi di tutti la lezione di stile e di democrazia della Regina Elisabetta II e del suo popolo.

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