Russiagate e il caso Jared Kushner: le prossime sfide di Donald Trump

Tra l’inchiesta sulla Russa e il nuovo caso sul genero, Donald Trump dovrà uscirne bene se vuole sperare veramente in una sua ricandidatura nelle elezioni del 2020

Se fino ad oggi aveva avuto accesso alle informazioni più riservate grazie ad una autorizzazione temporanea, ora non sarà più così. Infatti, Jared Kushner, genero e stretto collaboratore di Donald Trump, non potrà più accedere alle informazioni classificate “top secret” della Casa Bianca.
Secondo quanto riporta il Washington Post, una delle ipotesi per cui è stato negato il rinnovo definitivo della cosiddetta “security clearance” a Kushner, vede la possibilità che rappresentanti di Emirati Arabi Uniti, Cina, Israele e Messico abbiano preso in considerazione l’occasione di poter manipolare Kushner, attraverso proprio i suoi affari. L’obiettivo era quello di sfruttare le dinamiche dei suoi business e l’insufficiente esperienza in politica estera, per avvantaggiarsi. Queste debolezze erano già note alla Casa Bianca, quindi il timore di influenze, messe in atto da governi stranieri, su uno dei collaboratori più vicini al presidente era ben radicato.
La scorsa settimana, il segretario John Kelly aveva divulgato un comunicato in cui ribadiva la sua fiducia nei confronti del genero del presidente: “Come ho detto a Jared qualche giorno fa, ho piena fiducia nella sua capacità di portare avanti i suoi incarichi in materia di politica estera, in particolare a proposito dei nostri sforzi sul processo di pace israelo-palestinese e la questione delle nostre relazioni con il Messico”. Tuttavia, il vero punto interrogativo è: Donald Trump come prenderà questa nuova vicenda?

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Nell’arco del suo primo anno come inquilino della Casa Bianca, Donald Trump nella stragrande maggioranza dei casi ha affrontato battaglie e preso provvedimenti facendo leva più sulla sua impulsività che sul raziocinio. Un modus operandi poco consono alla sua carica politica ed istituzionale.
A tal proposito, basti ricordare la disputa sorta con alcuni giocatori della NFL, come Colin Kaepernick, che si inginocchiavano in segno di protesta contro le violenze razziali, durante l’esecuzione dell’inno nazionale prima dell’inizio di ogni partita. In quell’occasione, il vulcanico commento del tycoon fu: “mandate via dal campo quei figli di puttana”.
Un’impulsività filtrata anche attraverso i social, come testimoniano i tweet pubblicati da Trump durante i primi mesi del suo nuovo mandato, in merito al suo eventuale coinvolgimento nell’inchiesta Russiagate, ossia i tentativi messi in atto dal Cremlino di condizionare il risultato delle presidenziali del 2016 favorendo Trump contro la candidata democratica Hillary Clinton.
“La più grande caccia alle streghe” della storia politica statunitense, un “complotto” messo in atto dagli stessi democratici restii ad accettare la sua elezione a 45esimo presidente degli Stati Uniti, addirittura una “farsa” finanziata grazie ai soldi dei cittadini stessi. La sua rabbia non si è scagliata solo contro i suoi oppositori politici, ma ha investito anche Jeff Sessions, Attorney general coinvolto anch’egli nell’inchiesta russa dato che aveva tenuto nascosti i suoi contatti con l’ambasciatore russo in occasione della campagna elettorale. Giudicato da Trump, debole e incapace di silenziare la vicenda.

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Se verso la fine del 2017 il presidente era riuscito a moderare i toni, è bastato poco per tornare sui soliti standard. Nelle precedenti settimane, è tornato ad attaccare l’operato dell’Fbi, colpevole secondo Trump di spendere troppe risorse nella vicenda Russiagate, invece che nel prevenire stragi come quella di Parkland in Florida, dove un diciannovenne ha ucciso 17 persone. Trump non ha risparmiato critiche nemmeno al suo dipartimento di giustizia, definito “una sciagura”.
Nonostante il procuratore speciale Mueller stia pian piano accumulando sempre più prove, assicurandosi tra l’altro la collaborazione di persone disposte a rilasciare interessanti testimonianze, che potrebbero minare la sua amministrazione, Trump rimane per così dire “tranquillo”.
Solo qualche giorno fa, per l’esattezza il 23 febbraio, quando l’ex vicedirettore della campagna elettorale di Trump, Rick Gates, si è dichiarato colpevole, Donald Trump ha presenziato la Conservative political action conference, il meeting annuale degli attivisti e dei politici conservatori, non soffermandosi mai sul Russiagate o sull’incriminazione del suo ex collaboratore.
Dietro questo stato di calma apparente, potrebbe esserci il lavoro svolto dal suo entourage, che lo ha convinto di non imitare il percorso fatto in passato da Richard Nixon, che in occasione della vicenda Watergate ordinò il provvedimento di licenziamento del procuratore speciale che guidava l’inchiesta, perdendo la fiducia di tutti i suoi alleati.

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Inoltre, non è da escludere la possibilità che Trump non sia effettivamente coinvolto nell’inchiesta. Nel libro Fire and fury, Michael Wolff rivela che subito dopo ogni nuova prova presentata da Mueller, il presidente domandava ai propri collaboratori il perché dovesse perdere tempo in questa vicenda, come se effettivamente non fosse affar suo.
Ovviamente questo non vuol dire che alla Casa Bianca il clima sia rilassato. In un’intervista rilasciata al New York Times, Christopher Ruddy, amministratore delegato di Newsmax molto vicino a Trump, ha ammesso: “La buona notizia è che in 18 mesi non è venuta fuori nessuna prova di collusione. La cattiva è che il procuratore speciale ha messo in piedi una strategia che punta a far cadere uno dopo l’altro i collaboratori del presidente”.
Ecco, quindi, che la figura chiave di tutta la vicenda potrebbe essere Jared Kushner, genero di Trump nonchè uno dei funzionari principali dell’amministrazione. Secondo quanto riporta la CNN, il procuratore Mueller intende capire il motivo della partecipazione di Kushner, nell’estate del 2016, ad un incontro con un’avvocatessa russa che sosteneva di essere in possesso di informazioni compromettenti su Hillary Clinton, e i suoi movimenti finanziari con investitori stranieri.

Alla fine dello scorso anno, Trump ha dichiarato che non accetterà nessun tipo di indagine di Mueller riguardo le finanze della sua famiglia. Se tuttavia Mueller decidesse di procedere su questa linea (ed ha tutte le carte in mano per farlo), Trump potrebbe incappare nell’errore cruciale di perdere il poco autocontrollo di cui già dispone, magari attraverso l’ennesimo tweet presidenziale, mettendo di fronte alla giustizia tutta la sua amministrazione, famiglia compresa.

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Andrea Petricca

Mi chiamo Andrea Petricca. Sono uno studente universitario di Lettere, affascinato da sempre dal mondo dell'informazione. Il piacere di sfogliare un quotidiano o immergersi nella lettura di un libro. Una routine di cui non riesco a fare a meno, dalla quale nasce la mia passione per la scrittura e la voglia di raccontare la realtà che ci circonda.

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