Relazioni UE-ACP: la convenzione di Cotonou e le prospettive post-2020

La Convenzione di Cotonou rappresenta uno dei principali pilastri attorno ai quali l’Unione europea ha a lungo costruito la propria politica estera e di cooperazione allo sviluppo

La Convenzione di Cotonou è il quadro generale per la regolamentazione delle relazioni tra l’Unione europea e i Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP). L’accordo fu firmato a Cotonou, in Benin, il 23 giugno 2000 per sostituire la convenzione di Lomé del 1975. Si tratta dell’accordo di partenariato più complesso tra Paesi in via di sviluppo e Unione europea. L’obiettivo di tale accordo è di ridurre e in definitiva eliminare la povertà e contribuire all’integrazione progressiva dei Paesi ACP nell’economia mondiale.
Siglata per una durata di venti anni con una clausola che prevede delle revisioni intermedie ogni cinque anni, la Convenzione di Cotonou è destinata ad estinguersi nel 2020 e l’Unione europea deve ora lavorare alla definizione di una nuova strategia per la gestione delle relazioni con i Paesi ACP.
Le discussioni sul futuro delle relazioni con il gruppo degli Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico sono attualmente in corso e le istituzioni europee hanno già sottolineato come un rinnovamento automatico della convenzione esistente non rappresenti ad oggi la soluzione più auspicabile. Questo perché ci troviamo di fronte ad un cambiamento evidente degli equilibri geopolitici globali e ad un’evoluzione nelle ambizioni delle stesse istituzioni europee.

Di fronte alle nuove esigenze e sfide globali, nell’ottobre 2015 il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) e la Commissione europea hanno lanciato un processo di consultazione per preparare una nuova fase degli accordi con i Paesi ACP, definita “fase post-Cotonou”. L’obiettivo di questa “nuova era” è di partire dai risultati positivi della Convenzione di Cotonou per migliorarne l’aspetto più strettamente politico.
Secondo un recente briefing del Parlamento europeo, la Convenzione di Cotonou ha avuto impatti particolarmente significativi nell’ambito delle relazioni commerciali e dello sviluppo economico; l’accordo presenta, tuttavia, evidenti lacune nella sua dimensione politica, dimensione in cui rientrano questioni chiave come la gestione dei flussi migratori, le sfide poste dai cambiamenti climatici e la lotta al terrorismo.
Mentre le relazioni economiche sono regolate in maniera piuttosto efficace da Accordi di Partenariato Economico (APE) che vincolano gli Stati ACP al rispetto di principi essenziali, quali democrazia, tutela dei diritti umani e stato di diritto, gli ambiti di migrazione e sicurezza presentano una situazione più eterogenea e, di conseguenza, più difficile da gestire nell’ambito della Convenzione. La regolamentazione di questi due settori è stata perciò spesso affidata ad altre iniziative europee come l’Approccio Globale per la Migrazione e la Mobilità, l’Agenda Europea sulla Migrazione, il Fondo per la Pace in Africa e il Fondo Fiduciario di Emergenza per l’Africa.

Di fronte a queste difficoltà, le istituzioni europee hanno già discusso una serie di scenari possibili sui quali le relazioni tra l’Unione europea e i Paesi del gruppo Africa, Caraibi e Pacifico potrebbero costruirsi a partire dal 2020. Tra questi scenari, la situazione maggiormente in linea con la strategia globale dell’Unione europea sembra essere la seguente: da una parte, la conferma di un accordo generale giuridicamente vincolante per tutti gli Stati ACP al fine di regolamentare ambiti di interesse comune e per i quali la differenziazione geografica non è rilevante, quali i cambiamenti climatici, i diritti umani, il rispetto per i principi democratici e lo stato di diritto; dall’altra parte, l’introduzione di una serie di accordi regionali e tematici paralleli che permetteranno all’Unione europea di definire un approccio più coerente ed efficace in merito a specifiche regioni e con riferimento a determinati campi strategici, migrazione e sicurezza in primis. Tali accordi regionali dovrebbero garantire ai Paesi ACP la possibilità di ricevere assistenza specifica nella realizzazione di obiettivi di sviluppo come la riduzione e l’eradicazione della povertà.
In definitiva, una soluzione di questo tipo sarebbe in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile promossi dalle Nazioni Unite nella sua Agenda 2030 e permetterebbe all’Unione europea di adattarsi ai cambiamenti geopolitici in corso e, allo stesso tempo, di rispettare le ambizioni dei Paesi ACP partner. Questi ultimi, di fronte alla mancata volontà dell’Unione europea di ripensare gli Accordi di Cotonou in chiave più egalitaria e sostenibile, potrebbero rivolgersi al cosiddetto “Sud globale”, mettendo così a rischio gli interessi economici e politici degli Stati europei.

I Paesi emergenti, noti anche come BRICS e guidati in prima linea dalla Cina, potrebbero infatti mescolare le carte in materia di cooperazione internazionale a scapito proprio dell’Unione europea. Agli occhi dei Paesi ACP, i BRICS appaiono a tutti gli effetti una valida alternativa al modello europeo di cooperazione, poiché sono disposti a fornire aiuti allo sviluppo non vincolati al rispetto dei diritti umani, dei principi democratici e dello stato di diritto.
Se l’Unione europea spera di riconfermare i propri rapporti di cooperazione con i Paesi ACP per il periodo post-2020, una riforma strutturale della Convenzione di Cotonou in chiave maggiormente egalitaria appare dunque necessaria ed urgente.

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Luigi Limone

Mi chiamo Luigi Limone. Sono laureato in Relazioni e Istituzioni dell'Asia e dell'Africa presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". Specializzato in geopolitica e relazioni internazionali del Medio Oriente, nutro un interesse particolare per le dinamiche geopolitiche e socio-culturali che riguardano la regione euro-mediterranea.

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