Regionali, termina 5-2. Vince l’astensionismo. Exploit del M5S

 

Beppe-Grillo-M5S
Beppe-Grillo-M5S

Renzi, il turbo Dc post-moderno, vince in 5 regioni, ma con metà dei voti delle europee. M5S sbanca e si afferma come seconda forza politica nazionale

 Alle elezioni regionali il risultato è 5-2. Il centrosinistra vince in Toscana con Rossi, nelle Marche con Ceriscioli, in Puglia con Emiliano, in Umbria con la Marini e in Campania con De Luca (l’impresentabile che dovrà vedersela con la Legge Severino). Il centrodestra vince in Veneto, che resta nelle mani di Zaia della Lega, e in Liguria (bruciante sconfitta del Pd) con Toti, consigliere politico di Berlusconi. Secondo le ultime proiezioni dell’Istituto Piepoli nel complesso il Pd è il primo partito con il 23,7%; secondo è il M5S con il 18%, terzo la Lega al 12,5%. Forza Italia è al 10,7%, Fratelli d’Italia al 4,2%, Area popolare al 3,5%.

 Astensionismo

Il primo partito ad affermarsi con forza sulla scena nazionale è quello dell’astensionismo, vera lesione della democrazia. Infatti l’affluenza si ferma al 52,2% dei votanti nelle sette regioni in cui si votava, quasi 12 punti in meno rispetto al 64,1% delle regionali del 2010. Affluenza che evidenzia a chiare lettere tutta la disaffezione nei confronti della politica italiana. L’affluenza alle elezioni comunali è stata pari al 65% contro il 73,6% delle precedenti omologhe, quando però si votò in due giorni.

 Renzi e il suo PD

Renzi, il turbo Dc post-moderno, nonostante tutto non ha granché da festeggiare. E’ vero che ha accumulato altri 5 governatori, ma le sue sono vittorie azzoppate. L’elettorato che aveva confidato in lui e nel Pd, si è dileguato in parte restando a casa barricandosi nell’astensione, e in parte votando il M5S.

Esattamente un anno fa il Pd di Renzi trionfava nettamente con la vittoria alle elezioni Europee. Ogni occasione era buona per sfoderare lo storico risultato del 40,8% ad avversari politici esterni e interni, editorialisti, critici, gufi e rosiconi. E con quella percentuale diceva di aver chiuso per sempre la stagione della vecchia sinistra arroccata che non andava altro che rottamata. Oggi si ritrova con una percentuale pressoché dimezzata, in bacini elettorali che sono nel frattempo decisamente arretrati. Alcuni analisti si affretterebbero a spiegare che le competizioni sono diverse. Eppure i numeri restano numeri. A distanza di un anno il Pd, targato Renzi, è stato respinto da una parte consistente dell’elettorato di sinistra che non si riconosce più in lui. Le riforme contro tutto e tutti, e in alcuni casi contro l’elettorato storico del suo partito hanno pesato molto. Per molti, l’immagine dell’uomo solo al comando, ha tradito le aspettative del giovane segretario-premier.

In più ha spaccato il partito in due tronconi.

Ha candidato “impresentabili” come De Luca in Campania, che non solo ha avuto ripercussioni in Italia, ma anche all’estero, basta leggere l’articolo pubblicato sul prestigioso Financial Times “Campania poll shows limits of Italian PM Matteo Renzi’s influence”, ovvero “Le elezioni in Campania mostrano i limiti dell’influenza di Renzi” (James Politi, autore) Una conferma, che all’estero l’immagine del ‘nuovo che avanza’ è tutt’altro che nuova e positiva.

Renzi aveva puntato ad attrarre a sé berlusconiani in fuga da Arcore, elettori che alimentano l’astensionismo, e i giovani che votano il M5S. Non è riuscito in tutto questo. Le regionali gli hanno dato un stop. Tutta la sua forza propulsiva di premier e soprattutto di segretario di partito rottamatore si è fermata. Cede la sua credibilità, il suo slancio di giovanilismo messo al servizio di un cambiamento che non c’è stato.

Gli italiani delusi da Forza Italia hanno abbracciato il partito di Salvini, espressione del populismo di estrema destra, che più a Sud della Toscana non è riuscito ad attrarre voti. Gli elettori, mentre, del M5S hanno rafforzato le loro convinzioni, allargando in lungo e in largo, senza alcuna distinzione tra Nord e Sud, in Liguria come in Puglia e Campania, i consensi oltre ogni aspettativa.

 Exploit del Movimento cinque stelle

Il M5S da quando Grillo e Casaleggio hanno fatto un passo indietro lasciando ampio spazio ai giovani, ha iniziato a percorrere una strada nella quale gli italiani, quelli che si sentono esclusi dal miracolo targato Renzi, soprattutto ceti popolari e giovani, iniziano a riconoscersi. Non più e solo un movimento di protesta, ma una vera realtà credibile e alternativa al panorama della politica italiana. Tale processo ha innescato un lento e graduale radicamento sul territorio. I dati delle ultime regionali ne sono una chiara conferma. M5S primo partito in Liguria, Campania e Puglia e secondo in altre regioni.

E’ vero che il dato oggettivo è che il partito di Grillo ottiene zero governatori, ma fa un botto di voti. Ha avuto il coraggio di non fare alleanze, inciuci con nessuno e tanto meno con il premier, e quei voti,che visti da soli sono tanti, non sono stati sufficienti per eleggere governatori, ma sicuramente per dare un posto di rilievo tra i partiti nel panorama nazionale. E dare speranza in chi crede possibile in un cambiamento dei partiti tradizionali. In più si può aggiungere che il M5S ha sempre sofferto di fronte alle amministrative dove gli apparati dei partiti strutturati sono più forti. Oggi il voto attesta il contrario. Inversione di tendenza che dimostra la maturità e l’evoluzione del progetto politico che si è arricchito di molteplici battaglie portate avanti. Ormai anche i candidati grillini meno noti dei loro avversari riscuotono credibilità e possono imporsi nelle diverse tornate elettorali perché hanno un proprio elettorato.

La strada ormai è tracciata dal M5S. Un partito, non più un movimento – come ha affermato in un tweet il suo leader Beppe Grillo – che alle prossime Politiche potrebbe rivelarsi la soluzione vincente per gli italiani e il loro futuro.

 

 

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