Referendum. Ecco perché in Veneto e Lombardia conteranno solo i numeri e meno i contenuti

La consultazione di oggi promette di essere uno spreco di denaro pubblico, se non porterà alle urne un gran numero di elettori

Per chi crede che il voto di quest’oggi porti alla (da alcuni) tanto bramata indipendenza, si sbaglia e non di poco. Ci sono delle forti differenze con il voto in Catalogna.
Prima di tutto, il valore stesso di indipendenza, portato avanti nella Costituzione Italiana all’Art. 5 e anche da quella spagnola, tanto da portare la Corte Costituzionale di Madrid a bloccare la consultazione popolare a Barcellona, per evidente violazione dei principi costituzionali[1].
Anche il Veneto ci provò, qualche anno fa. Nel 2014, due referendum erano stati proposti, con leggi n.15 e 16. Il primo sull’indipendenza (il testo cita proprio “Repubblica indipendente”) e il secondo sull’autonomia. Principalmente su temi riguardanti retribuzioni e Statuto Speciale[2].
Dopo la bocciatura del primo (così come avvenuto per Barcellona), il Veneto si è adeguato e ha portato avanti soltanto il secondo. Subito dopo, si è accodata la Lombardia di Roberto Maroni.
Le cifre per i referendum sono esorbitanti: quasi 50 milioni per la Lombardia e 14 per il Veneto. Soldi, ovviamente, pubblici, delle casse delle due regioni, per un qualcosa che appare, giuridicamente, superfluo.
Infatti, se è pur sempre vero che un referendum consultivo, con il quale i governanti non sono vincolati dalle decisioni popolari (a differenza di quelli abrogativi ad esempio), può aiutare notevolmente (sul piano ideologico) le pretese indipendentiste/autonomiste di Lega Nord e fronti popolari nordisti, dall’altra è vero che l’iter referendario è, di per sé, inutile.
Come sottolineato dal Fatto Quotidiano[3], all’Articolo 116 della Costituzione (quello che prevede la possibilità di concedere più autonomia a livello regionale), non si menziona alcun referendum. Anzi, la decisione è presa dal Parlamento con maggioranza qualificata. Si tratta dunque di decisione istituzionale ad organo nazionale. Sarebbe bastata, come molti sottolineano, una lettera da parte di entrambe le regioni.
Ciò che dunque pare chiaro è che quindi, le decisioni di domenica 22 non porteranno ad alcun risultato immediato e, verosimilmente, neanche nel lungo periodo. Con le elezioni dei prossimi mesi, e la questione elettorale (così come quella migratoria o economica) ancora così centrale, sembrerebbe difficile potersi aspettarsi che il Parlamento possa realmente prendere in seria considerazione la questione referendaria. Molto più probabilmente rimarrà in secondo piano per qualche tempo, prima di poter essere messa nel dimenticatoio, assieme ad altre questioni, probabilmente anche più importanti.
Ciò che conterà domenica, dunque, saranno il numero di persone che andranno a votare e che potrebbero fare la differenza agli occhi dei decisori e dell’opinione politica nazionale pubblica. Oltre alla scontata vittoria del “Sì” (che conta come visto veramente poco) sarà interessante dunque l’affluenza alle urne, e il peso politico che Roma darà questa consultazione che, ora come ora, parrebbe più uno spreco di denaro pubblico che altro.

[1] Il Post (2017), La Corte Costituzionale spagnola ha sospeso la legge sul referendum sull’indipendenza della Catalogna, Il Post
[2] Celotto. A (2017), Perché i referendum in Lombardia e Veneto sono giuridicamente superflui, Le Formiche
[3] Il Fatto Quotidiano (2017), Autonomia Lombardia e Veneto, due referendum identici ed inutili, Il Fatto Quotidiano

Please follow and like us:

Francesco Pisanò

Studente all'University of Glasgow in Studi strategici, di sicurezza e d'intelligence, sono appassionato di Medioriente e di dinamiche geopolitiche mediterranee. Convinto Europeista, ho portato avanti studi anche sul ruolo dell'Italia nell'Unione Europea e nel Mediterraneo. Mi interesso di strategie militari e nazionali dei paesi del Golfo e del Levante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *