Papa Francesco visita per la 4° volta il continente Asiatico. Obiettivo: ricreare relazioni diplomatiche con la Cina

Birmania, Bangladesh le tappe di Papa Francesco per ridare slancio al cattolicesimo e difendere le minoranze etniche e religiose, per arrivare alla Cina, il vero obiettivo

Papa Francesco, secondo quanto riportato dall’AGI, l’Agenzia Giornalistica Italia, sta organizzando una visita nel Sud Est Asiatico in autunno. Il viaggio, che vedrà il Santo Padre in Bangladesh e probabilmente in Birmania, rappresenta per il Vaticano un’occasione per sottolineare l’importanza della periferia del mondo cattolico.
Secondo Padre Sergio Ticozzi, missionario ad Hong Kong, anche la Santa Sede ha chiaro che il futuro è nelle mani dei paesi asiatici, e questa visita istituzionale ne è un’ulteriore dimostrazione.
Sarà la quarta volta di Papa Francesco in Asia, dopo i viaggi in Sud Corea (2014), Sri Lanka e Filippine (2015). Solo un altro Papa, Giovanni Paolo II, era stato in viaggio in Bangladesh. Correva l’anno 1986. È invece la prima volta che un pontefice visita ufficialmente la Birmania.
Le relazioni diplomatiche ufficiali tra Stato del Vaticano e Birmania sono iniziate solamente lo scorso maggio, con l’incontro a Roma tra il Papa e il Consigliere di Stato Birmano Aung San Suu Kyi. Proprio in quell’occasione Papa Francesco ha ricevuto l’invito di recarsi in Birmania: invito che sembra voler accettare adesso.
La visita del papa a Naypyidaw dovrebbe avvenire tra il 23 novembre e l’8 dicembre, ma non è ancora avvenuta la conferma ufficiale da parte della Conferenza dei Vescovi Cattolici Birmani, probabilmente a causa della continua minaccia alla sicurezza pubblica rappresentata dai gruppi ultranazionalisti nel paese.

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Nonostante l’avvio ufficiale delle relazioni diplomatiche, negli ultimi mesi il pontefice non ha risparmiato dei duri giudizi nei confronti della gestione da parte del governo birmano della situazione nello stato Rakhine. In questa regione situata nel nord del paese, la comunità Rohingya, a maggioranza musulmana, è oggetto di violenze e discriminazioni da parte dell’esercito. Nonostante vivano nel paese da generazioni, ai Rohingya non è stata concessa la nazionalità birmana, e al momento vengono considerati come immigranti irregolari dalle autorità. Il Santo Padre ha espresso le sue preoccupazioni direttamente a San Suu Kyi in occasione della sua visita a Roma in primavera, ma il Segretario di Stato non sembra aver riconsiderato la sua posizione sulla questione.
Chi sicuramente otterrà benefici dalla visita del Papa nel paese asiatico è la minoranza cattolica che vive principalmente nel nord della Birmania, e che è composta da circa 700.000 fedeli. La speranza è che l’incremento di visibilità portato dal viaggio del pontefice possa aiutare la comunità cattolica nella lotta per la risoluzione delle difficoltà che affliggono le minoranze etniche e religiose in Birmania.
Anche a Dacca l’arrivo di Francesco è atteso con trepidazione. Nonostante rappresenti solamente lo 0,5% della popolazione, la comunità cattolica bengalese è sempre stata seguita con attenzione dal pontefice, che ha anche nominato il primo Cardinale del paese, padre Patrick D’Rozario.
Per il governo bengalese la visita del Papa rappresenta l’occasione per cancellare l’immagine di un paese ostaggio del terrorismo e del fondamentalismo religioso dopo l’attentato dell’anno scorso in cui persero la vita 29 persone.
Negli ultimi anni gli sforzi della chiesa cattolica per aumentare la sua presenza ed influenza nel continente asiatico sono sempre maggiori. Oltre i già citati viaggi istituzionali, Papa Francesco ha santificato Joseph Vaz, il primo santo proveniente dallo Sri Lanka, e ha concesso per la prima volta l’onore della beatificazione ad un samurai, Takayama Ukon. Nel 2016 invece il Vaticano ha ospitato il Presidente vietnamita Tran Dai Quang.

Tentativi di riavvicinamento tra Santa Sede e Pechino
L’obiettivo della Santa Sede in Asia è lavorare per l’apertura di relazioni diplomatiche formali con Pechino, interrotte nel 1951 quando il Vaticano riconobbe Taiwan come unico governo Cinese. Nel passato recente vari tentativi di riavvicinamento sono stati annunciati dalle due parti, ma le difficoltà rimangono. Tra tutte, la questione della nomina dei Vescovi nel paese Asiatico. Infatti i Vescovi Cinesi vengono nominati dall’Associazione patriottica cattolica cinese, un organo creato nel 1957 dal governo di Pechino per gestire le attività dei cattolici in Cina, e mai riconosciuta dal Vaticano.

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La diffidenza di Pechino nei confronti della Santa Sede non si è ancora affievolita e la soluzione della questione sembra ancora lontana. La speranza del Vaticano è che aumentando la presenza nell’area, anche Pechino possa cambiare il suo approccio nei confronti del Cattolicesimo, e decidere di aprire la propria diplomazia anche alla Santa Sede.

 

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Antonino Clemente

Nato a Palermo nel 1992, una volta compiuti diciotto anni mi sono trasferito a Roma, dove ho conseguito la laurea magistrale in relazioni internazionali presso l’università LUISS Guido Carli. Da sempre mi divido tra due grandi passioni: la cultura spagnola e quella cinese. Ho raggiunto il mio grande sogno di vivere in Asia nel 2014, quando ho studiato 6 mesi all’Università di Macau, nel sud della Cina. Questa esperienza mi ha formato a livello accademico e personale, lasciandomi con un’estrema curiosità per la geopolitica del Sud-Est Asiatico. Al momento vivo a Siviglia, in Andalusia, e nel tempo libero mi dedico alla fotografia, digitale ed analogica.

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