Oman: il sultanato silenzioso del Golfo, tra libertà e diritti negati

Neutralità e non intervento sono il successo della politica estera dell’Oman. Ma sul piano interno le cose non sono così rosee come sembrano

L’Oman è uno dei paesi della Penisola Arabica meno visibile a livello internazionale e diplomatico in quanto da sempre mantiene una linea di non intervento nonostante sia circondato da paesi in guerra o in guerra tra loro. Ecco perché può essere definito come il “sultanato del silenzio“: mantiene un basso profilo, attraverso una ben definita politica estera basata essenzialmente sulla neutralità, senza rinunciare al suo ruolo di attore influente nella regione. La sua posizione geografica infatti è strategica in quanto lo porta a controllare, assieme all’Iran, il vitale Stretto di Hormuz, arteria essenziale per le rotte commerciali da e verso i paesi che si affacciano sul Golfo e, soprattutto, per le loro esportazioni di idrocarburi.
Tutto questo ha permesso all’Oman di costruirsi un’immagine di equilibrata neutralità, lontano dai riflettori a cui sono sottoposti  gli altri paesi dell’area e di rimanere indipendente rispetto alle logiche di conflitto e potere regionale.

La più grande minaccia per la sua stabilità potrebbe derivare invece da problemi di natura interna, a livello politico-sociale. L’Oman è una monarchia assoluta e il potere è concentrato nelle mani del sultano Qaboos bin Said al-Said, che governa il paese dal 1970. Il regime impone limiti a quasi tutti i diritti politici e le libertà civili e risponde duramente a forme di critiche e dissenso.
Il sultano ha poteri molto estesi: oltre a essere capo di stato e di governo, nomina l’esecutivo e ricopre le cariche di ministro degli esteri, della difesa e delle finanze. Il paese è dotato anche di un sistema parlamentare bicamerale, composto da un consiglio consultivo, chiamato Majlis al-Shura, e dal Consiglio di stato, Majlis al-Dawla.  Il primo è privo di sostanziale potere politico, malgrado il sultano sia stato costretto a cedere ad esso il potere legislativo, per frenare il malcontento esploso in alcune manifestazioni di protesta nel 2011.

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Il sistema omanita non prevede la formazione di partiti politici e il rapporto di fiducia tra governanti e governati si basa principalmente su relazioni di tipo tribale. La dialettica interna è pressoché inesistente, in un sistema dove il potere è totalmente accentrato.
L’Oman inoltre, non ha mai avuto una vera e propria Costituzione. Nel 1996 il sultano ha emanato la cosiddetta “Basic Law” che definisce le caratteristiche istituzionali e giuridiche del paese e stabilisce che la legge islamica, la shari’a, è l’unica fonte del diritto e l’Islam la religione di stato.
Si parla quindi di “sultanato del silenzio” per due motivi principali: il primo, in quanto l’Oman sembra muoversi senza far rumore nella scena internazionale e privilegiando la politica della neutralità; il secondo, è l’emergere di un potere che preme il tasto del silenziatore quando qualche forma di dissenso sembra esprimersi all’interno della società. Società che appare per lo più favorevole al proprio sultano ma che non può nascondere al suo interno – come ogni sistema politico, compreso quello democratico – un malcontento sociale che preme per un cambiamento.

Insomma, se si analizza più nel profondo questo paese, si scopre un mondo per lo più sconosciuto o della quale non si fa menzione proprio a causa dello scarso livello di interesse che suscita nell’opinione pubblica e nei mezzi di informazione. Ed è qui che sta l’errore: considerare l’Oman semplicemente come un intermediario regionale, un arbitro sulla scacchiera internazionale, dimenticando che cosa accade dentro i suoi confini.
Ci sono numerosi dossier e rapporti di ONG e di organizzazioni internazionali che parlano di un Oman dove la parola libertà rimane appunto solo una parola tra le tante. Secondo il rapporto annuale di Amnesty International 2016-17, le autorità hanno continuato a limitare le libertà d’espressione e d’associazione, arrestando e detenendo persone critiche verso il governo e attivisti per i diritti umani. La maggior parte degli arrestati è stata rilasciata nell’arco di qualche giorno ma alcuni sono incorsi in procedimenti penali e periodi di carcerazione, alimentando un clima di autocensura.

Nel mirino anche giornalisti e blogger. Proprio in questi giorni la Corte Suprema ha emesso una sentenza che dichiara la chiusura definitiva del quotidiano “Azamn“, un giornale indipendente nato nel 2007 che pubblica articoli inerenti alla corruzione nel paese. Nell’agosto del 2016 due dei suoi editori e un giornalista sono stati arrestati e solo uno di loro è stato in seguito rilasciato. A riferirlo è il  “Gulf Center for Human Rights” che in un comunicato condanna la chiusura del quotidiano e invita l’Oman a rispettare gli standard internazionali in materia di diritti umani.
Mascate ha accettato alcune delle raccomandazioni che erano state espresse in seguito all’Upr (esame periodico annuale) delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Oman nel 2015 ma ne ha respinte altre, come l’abolizione della pena di morte e l’allineamento delle libertà d’espressione e d’associazione con gli standard internazionali.

Le donne hanno continuato a essere discriminate nella legge e nella prassi. In Oman, dove i partiti politici non esistono, sono le tribù ad influenzare l’arena politica e poiché le tribù si basano su strutture patriarcali e svolgono un ruolo chiaro nominando i candidati, le donne non sono considerate nel processo di selezione o lo sono in minima parte.
Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha sollecitato il paese a cessare le vessazioni nei confronti dei difensori dei diritti umani impegnati nella tutela dei diritti dell’infanzia e a permettere alle donne la trasmissione della cittadinanza ai loro figli, al pari degli uomini.
La stabilità esterna potrebbe essere l’ultima delle preoccupazioni per il futuro del sultanato: la legittimità politica, le richieste di riforma e innovazione da parte della popolazione, formata da nuove generazioni, e le pressioni nell’ambito dei diritti e delle libertà, sono le vere sfide che l’Oman prima o poi dovrà affrontare in modo concreto.
Se è vero quindi che l’importanza dell’Oman all’interno del quadro geopolitico non può essere ignorata, così come il suo ruolo da intermediario nella diatriba tra Iran e Arabia Saudita, è vero anche che la questione della successione rappresenta la principale incognita per il futuro del paese, in quanto l’attuale sultano, con problemi di salute, non ha figli e non ha ancora nominato un suo erede.

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Elisa Cassinelli

Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università degli Studi di Genova, appassionata di Medio Oriente e politica internazionale, con un focus su Iran e Turchia e i processi di democratizzazione. Ho svolto tirocini presso l’International Center for Contemporary Turkish Studies, nell’area formazione dell’ISPI a Milano e ho collaborato con il sito “Italnews” curando la sezione esteri. Ho approfondito la questione dei diritti umani, per me centrale, grazie alla mia esperienza in ONG come Amnesty International e Iran Human Rights Italia. Amo leggere, la poesia e fare meditazione.

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