Nigeria: la difficile strategia di contro-insurrezione per il contenimento di Boko Haram

Il rapimento di 110 studentesse avvenuto lo scorso febbraio a Dapchi lascia seri dubbi sulle capacità di controllo di Boko Haram da parte del governo nigeriano

Lo scorso 19 febbraio Boko Haram ha rapito 110 studentesse, tutte di età compresa tra 11 e 19 anni, della scuola di Dapchi, località situata nel nord-est del Paese e da tempo sottomessa alle minacce del movimento integralista islamico. Il rapimento sarebbe avvenuto tramite 18 camion carichi di miliziani che, passando attraverso una zona priva di protezione, avrebbero condotto l’attacco alla scuola utilizzando esplosivi e mitragliatrici per spaventare le studentesse e poi rapirle durante la loro fuga.
Sebbene alcune delle ragazze rapite siano state liberate pochi giorni fa in seguito a trattative segrete tra Boko Haram e le forze nigeriane, l’episodio rappresenta l’ennesima dimostrazione che il movimento jihadista è ancora fortemente attivo sul territorio nigeriano.
Se è vero che dal 2015 ad oggi Boko Haram ha perso grande parte del controllo territoriale e non controlla più le grandi città situate nel nord-est del Paese, tuttavia la minaccia jihadista è lungi dall’essere eliminata e le politiche contro-insurrezionali attuate dal governo negli ultimi anni continuano ad apparire ambigue e preoccupanti.

Boko Haram ha causato 3.329 morti nel 2017, un numero di gran lunga inferiore agli oltre 11.500 attribuiti al movimento integralista durante il picco delle sue attività nel 2015, ma solo leggermente più basso dei 3.484 decessi collegati al movimento nel 2016. Inoltre, il numero di “incidenti violenti” causati dal gruppo jihadista è salito da 417 nel 2016 a 500 nel 2017. Sebbene Boko Haram non sembri più in grado di spostare interi battaglioni dell’esercito nigeriano, quest’ultimo ha faticato a stabilire un controllo efficace nelle aree liberate dal gruppo jihadista, alcune delle quali sono state nuovamente invase.
L’insurrezione terroristica rimane altamente attiva nelle aree del governo locale di Bama e Gowza, al confine settentrionale con il Camerun, dove circa l’80% degli ex-residenti rimane in campi per sfollati interni. In queste zone della Nigeria sono morte decine di migliaia di persone e si è verificata una massiccia devastazione economica in una regione già estremamente povera e sottosviluppata. Nel confronto con altri gruppi di matrice terroristica, come i talebani in Afghanistan o al-Shabab in Somalia, Boko Haram si distingue particolarmente per il suo comportamento predatorio e il fallimento nel fornire i servizi pubblici più essenziali alle comunità che controlla.

Nelle principali città nel nord-est della Nigeria è diffusa la convinzione che gli informatori di Boko Haram siano ovunque. Le forze dell’ordine nigeriane mancano della capacità effettiva di contenere i miliziani e le unità di polizia sono spesso assenti sul territorio. A ciò si deve aggiungere che in queste zone l’esercito e la polizia nigeriani sono stati loro stessi fonte di insicurezza, dislocazione, abusi di diritti umani e radicalizzazione. Gran parte della strategia contro-insurrezionale prima del 2015 ha infatti visto detenzioni in massa di civili, compresi donne e bambini, sfrattati spesso con la forza dai militari nigeriani senza preavviso.
Il risultato di tale contro-insurrezione violenta è stata la cancellazione di intere comunità. Secondo i rapporti di Amnesty International, tra il 2009 e il 2015 le forze militari nigeriane hanno arbitrariamente arrestato almeno 20.000 persone, compresi bambini di appena nove anni. I documenti riportano anche numerosi casi di uccisioni extra-giudiziarie e torture da parte delle forze di polizia nigeriane.

Dal 2015 gli atti di violenza dell’esercito nigeriano sembrano essersi attenuati, soprattutto in seguito all’esposizione mediatica e alle accuse da parte di organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti e di organizzazioni della società civile locale. Nonostante ciò, le forze nigeriane si impegnano ancora in azioni di deportazione e detenzione di massa nelle nuove aree liberate, anche se tali brutalità avvengono in maniera sempre meno visibile dal momento che riguardano aree rurali sempre più dislocate.
L’attuale risposta del governo nigeriano alle minacce di Boko Haram rimane imperfetta ed ambigua, oltre che tremendamente pericolosa per le comunità locali stesse. Se si prende in considerazione l’approccio adottato dalle forze di intelligence nigeriane si nota come l’esercito e la polizia di Stato stiano di fatto finanziando e collaborando con le milizie locali nate per combattere la presenza di Boko Haram sul territorio. Una di queste è la Civilian Joint Task Force (CJTF), una milizia di autodifesa civile che assiste i militari nella lotta contro il gruppo jihadista.
I sospetti provenienti dalla Civilian Joint Task Force sono spesso la base dominante, se non addirittura la sola, delle incursioni e degli arresti forzati attuati dalla polizia nigeriana, talvolta attraverso vere e proprie operazioni di pulizia. Tuttavia, le informazioni rilasciate da tali gruppi di intelligence locali sono spesso completamente inaffidabili, non verificate e del tutto casuale, poiché motivate spesso dal semplice desiderio di ricevere ulteriori finanziamenti dal governo nigeriano. La presenza di numerose milizie anti-Boko Haram nel nord-est del Paese rappresenta dunque un ulteriore fattore di complicazione nella lotta al movimento jihadista, rendendo la contro-insurrezione sempre più frammentata e facilmente strumentalizzatile.

Per poter contrastare efficacemente Boko Haram, le forze dell’ordine nigeriane e le milizie anti-Boko Haram devono smettere di essere fonti stesse di radicalizzazione tra le comunità di civili. Le politiche militari nigeriane, che si caratterizzano per detenzioni prolungate in pessime condizioni, massacri brutali ed esecuzioni extra-giudiziarie e che si avvalgono sempre di più dello scambio di informazioni con milizie locali al fine di identificare ed arrestare i membri di Boko Haram, sono illegali e finiscono per alienare le comunità locali, vittime prima delle brutalità del movimento jihadista e poi del governo nigeriano stesso, che invece di proteggerle finisce per alimentare il clima di tensione e paura.
Finora, la società nigeriana non è riuscita ad esigere la necessaria responsabilità da parte delle forze armate e delle milizie locali nell’affrontare correttamente la difficile situazione delle vittime. Organizzare un ampio dialogo sociale su questi processi è un primo passo essenziale. Anche la creazione di processi di disarmo, giustizia, responsabilità e riconciliazione per tutti gli attori armati che cercano di contrastare Boko Haram, inclusi i miliziani della Civilian Joint Task Force, appare cruciale. Solo se ripenserà le modalità della contro-insurrezione e se renderà queste ultime coerenti con le norme sulla protezione dei diritti umani, il governo nigeriano riuscirà a contrastare Boko Haram in maniera efficace e potrà allo stesso tempo superare la propria eredità di abusi e di abbandono delle comunità locali.

Please follow and like us:

Luigi Limone

Mi chiamo Luigi Limone. Sono laureato in Relazioni e Istituzioni dell'Asia e dell'Africa presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". Specializzato in geopolitica e relazioni internazionali del Medio Oriente, nutro un interesse particolare per le dinamiche geopolitiche e socio-culturali che riguardano la regione euro-mediterranea.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Warning: A non-numeric value encountered in /web/htdocs/www.ilcosmopolitico.it/home/wp-content/plugins/ultimate-social-media-icons/libs/controllers/sfsi_frontpopUp.php on line 63