Niger: un nuovo niet dal governo di Niamey alla missione italiana

In un’intervista rilasciata a RaiNews24 il 9 marzo, il Ministro degli Interni del Niger, Mohamed Bazoum, ha affermato che Niamey non accetterà una missione militare italiana di tipo operativo come annunciata dal nostro Governo. Bazoum ha altresì dichiarato che le autorità nigerine hanno appreso la notizia della missione dai media e che non vi sono stati contatti tra Italia e Niger in merito. Tali affermazioni sono smentite dai fatti: il 26 settembre dello scorso anno il Ministro della Difesa Pinotti aveva incontrato il suo omologo nigerino, Kalla Moutari, per discutere le specifiche delle missione, concludendo altresì un accordo bilaterale tra i due paesi. La stessa ha poi consegnato al Parlamento due lettere, datate 1° novembre 2017 e 15 gennaio 2018, nelle quali le autorità del Niger chiedono esplicitamente il sostegno italiano per l’addestramento e il controllo dei confini.

Le specifiche della missione

L’invio di soldati in Niger è stato approvato dalla Camera il 17 gennaio all’interno della risoluzione sulle missioni internazionali del 2018. Dal testo risulta chiaro che l’impiego di uomini in questa missione è conseguenza della riduzione della presenza italiana in Iraq (da 1.500 a 750 uomini) e in Afghanistan (da 900 a 700).  Si prevede dunque uno spostamento delle nostre truppe dal contesto mediorientale a quello africano, in particolare in Libia – dove saranno aggiunti 30 soldati a quelli già presenti sul terreno – e, appunto, in Niger.

La missione di supporto alla Repubblica del Niger, come affermato nel Consiglio dei Ministri del 28 dicembre 2017, è finalizzata a: 1) supportare, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel (Niger, Mali, Mauritania, Chad e Burkina Faso), lo sviluppo delle Forze di sicurezza nigerine (Forze armate, Gendarmeria Nazionale, Guardia Nazionale e Forze speciali della Repubblica del Niger) per l’incremento di capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza; 2) concorrere alle attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio e di sviluppo della componente aerea della Repubblica del Niger.

Il totale di unità da impiegare è 470, di cui 120 dovrebbero essere inviate nel primo semestre dell’anno corrente. Il contingente comprenderà: un team per ricognizione e comando e controllo, un team di addestratori, da impiegare anche presso il Defense College in Mauritania, un team sanitario, personale del genio per lavori infrastrutturali, una squadra rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN), una unità di supporto; una unità di force protection; una unità per raccolta informativa, sorveglianza e ricognizione a supporto delle operazioni (ISR). A livello di assetti, gli uomini sul terreno disporranno di 130 mezzi terrestri e due velivoli C130.
La base giuridica di tale missione si fonda su tre pilastri: la risoluzione 2359 del Consiglio di Sicurezza; un accordo bilaterale con il Niger del 27 settembre 2017 e la già citata richiesta delle Autorità nigerine risalente al 1° novembre 2017.

Perché in Niger?

Cominciamo dicendo che il Niger è uno dei paesi con reddito pro-capite più basso del mondo (363 $ nel 2016). Il paese africano è da sempre un crocevia di passaggio dei migranti ed il choke point principale è la città di Agadez. Dopo la caduta di Gheddafi nel 2011 il flusso di persone in transito è aumentato esponenzialmente grazie al quasi totale azzeramento dei controlli sul confine Sud della Libia. Tale fenomeno è stato accompagnato dal proliferare di gruppi di trafficanti che, per un lauto compenso, trasportano questi disperati oltre il deserto, che domina il Nord del paese. Tuttavia, nel settembre 2016 il governo nigerino approva un piano di controlli sulla rotta migratoria passante per Agadez e ciò porta ad una frammentazione degli itinerari, a un maggior costo di trasporto ma soprattutto ad un sensibile aumento della pericolosità delle traversate.

L’azione dell’Italia in questo contesto sarebbe dunque mirata al contrasto di questi gruppi criminali che spesso fanno parte o sono affiliati a grandi gruppi terroristici. Bisogna però sottolineare che la missione, come finora configurata, sarà “no combat” e dunque unicamente focalizzata sull’addestramento delle forze nigerine.
A queste finalità si aggiungono inoltre ragioni di carattere geopolitico. La Francia possiede a Madama, vicino al confine libico, una base militare – già utilizzata dalla Legione Straniera negli anni ’30 ma riaperta nel 2015 – con tanto di pista d’atterraggio che ospita 200 soldati transalpini. Tale postazione non si occupa di fermare i migranti ma serve unicamente come punto d’appoggio in caso di crisi. Gli Stati Uniti, già presenti con le loro truppe vicino a Niamey, stanno costruendo nei dintorni di Agadez la più grande base per i droni di tutta l’Africa Subsahariana. A inizio 2017 anche la Germania ha stabilito un proprio insediamento nella capitale nigerina. È dunque necessario guardare alla missione italiana nell’ottica di un ritaglio di una propria posizione nello scenario africano.

L’idea di andare in Niger è stata fortemente avversata da molti sia per la poca chiarezza del mandato sia per i forti rischi militari legati a un tale intervento. A questi fattori si aggiunge ora ulteriore incertezza sull’effettivo dispiegamento dei soldati italiani a seguito delle dichiarazioni del Ministro degli Interni nigerino. Un episodio simile si era verificato a fine gennaio quando l’emittente francofona Radio France Internationale aveva citato fonti interne al governo nigerino che affermavano di non esser state informate della missione italiana ed esprimevano la loro ferma opposizione ad essa. Dal momento che tale missione non può avvenire se non con il completo ed esplicito consenso delle Autorità di Niamey, è necessario che i vertici dello stato africano si allineino nell’accettazione o nel rifiuto.

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