Myanmar. È in corso una pulizia etnica?

In Myanmar centinaia di morti e migliaia di Rohingya, minoranza musulmana sunnita, in fuga verso il Bangladesh

È  in corso da diverse settimane una traversata dal Myanmar verso il confinante Bangladesh. Dacca ospita già circa 400 mila di questi rifugiati, i Rohingya, scampati alle persecuzioni iniziate alla fine degli anni ’70. Essi rappresantano una minoranza etnica di fede musulmana sunnita, stimati all’incirca nell’unità di un milione, e vivono per la maggior parte nello Stato del Rakhine, a Nord Ovest del Myanmar. Il resto del paese birmano è a maggioranza buddhista ma accoglie alcune migliaia di fedeli induisti, cristiani e tribali. Agli occhi della comunità internazionale i Rohingya sono le maggiori vittime di discriminazione: attualmente non godono di alcuni diritti basilari, quali il riconoscimento di una cittadinanza, il diritto al lavoro e all’istruzione. Inoltre, in passato sono stati sfruttati in massa per lavorare nei campi militari. Risiedono nelle zone più povere del paese, in precarie condizioni di vita e da decenni sono perseguitati anche dalle forze dell’ordine. Il governo birmano li considera dei profughi bengalesi, nonostante siano presenti sul territorio da diverse generazioni.
Nelle ultime settimane sono sorti migliaia di campi profughi al confine con il Bangladesh, il quale ha anche cercato invano di fermare il flusso di rifugiati chiudendo le frontiere. Il numero dei fuggitivi, secondo una stima recente condotta dall’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, sale oltre alle 123mila unità, cifra che, secondo l’ONU, è destinata a raddoppiare se non si interviene nell’immediato. La massa è composta da donne e bambini che cercano di raggiungere il Bangladesh attraversando zone forestali e paludose, rimanendo spesso vittime delle condizioni ambientali impervie. Una volta giunti sulle rive del fiume Naf, che separa i due stati, tentano di attraversarlo con mezzi di fortuna, rovesciandosi spesso lungo il corso della traversata. Purtroppo, circa una cinquantina di cadaveri sono stati rinvenuti sulle rive bengalesi, e si teme che il numero possa aumentare di giorno in giorno. A creare apprensione è la possibilità che una volta giunti a destinazione le condizioni non possano migliorare, visto che i campi allestiti da Dacca sono già al completo.

La fuga dal Myanmar è scaturita in seguito ad alcuni attacchi orditi il 25 agosto da un gruppo armato di Rohingya, l’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), nei confronti di alcune stazioni della polizia. La reazione da parte del governo non si è fatta attendere ed è stata durissima. Si contano, infatti, diversi villaggi in fiamme e il numero delle vittime, per la maggior parte civili Rohingya, è salito ad oltre 400. Il provvedimento è stato giustificato dal Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, come una legittima difesa contro gli insorti. In realtà la leader birmana non si è espressa fino al 6 settembre, e le sue posizioni in merito sono state estrapolate successivamente ad un colloquio telefonico con il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Suu Kyi ritiene che sia in atto una notevole disinformazione a riguardo, volta a creare tensioni religiose all’interno del Paese, che faciliterebbero l’insorgere di infiltrazioni terroristiche islamiche, e mirata a destituire la transizione democratica del Myanmar.

Nel frattempo, le accuse rivolte alla leader birmana provengono da diverse parti, compresa l’Unione Europea. Sia l’ONU che diverse ONG denunciano il divieto di accesso alle zone interessate dalle violenze, rendendo impossibile la documentazione dei fatti e il sostegno umanitario. A mettere in ulteriore cattiva luce l’immagine della Suu Kyi sarebbero le parole della vincitrice più giovane del Premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, la quale si è espressa contro il Consigliere birmano per la mancata presa di posizione sulle atrocità in atto. Ancor più pesanti sono le dichiarazioni del Bangladesh, che avrebbe denunciato il Myanmar per aver posto mine anti-uomo nei pressi del proprio confine con lo scopo di impedire il ritorno dei Rohingya. Accuse, queste, subito respinte dal governo birmano che ha sottolineato come le mine fossero già presenti fin dagli anni ’90, apposte dal regime militare antecedente o addirittura dai terroristi islamici.
A quanto pare, uno dei pochi sostenitori della linea birmana sembra essere il leader indiano Narendra Modi, che ha sottolineato la propria vicinanza al governo del Myanmar per quanto riguarda la lotta al terrorismo e alla diffusione di violenze contro le autorità. L’India, durante la stipulazione di accordi bilaterali con il Myanmar, pur manifestando solidarietà nei confronti delle vittime, ha ribadito la sua posizione sui Rohingya presenti nel proprio paese: anch’essi sono a rischio di reclutamento da parte delle organizzazioni terroristiche islamiche, e non è da escludere una loro possibile deportazione. A tal proposito rimarrebbe irrisolto il quesito sul luogo di destinazione, visto che non posseggono alcuna cittadinanza. La vicinanza mostrata da Modi potrebbe essere il frutto della strategia adottata per mantenere salde le alleanze con i paesi vicini ad oriente al fine di neutralizzare la concorrenza della Cina. Dall’altro canto, il Myanmar si è assicurato il sostegno della Cina e della Russia affinché la crisi non venga discussa al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Ciò che si augurano tutti, pertanto, è che la situzione possa rientrare al più presto nelle condizioni di normalità. Tuttavia, la eco delle violenze ha suscitato l’indignazione di tutta la comunità internazionale, fino alla richiesta di alcuni attivisti dei diritti umani indonesiani della revoca del Premio Nobel per la pace ad Aung San Suu Kyi . L’eroina birmana è chiamata a dare delle risposte più chiare il prima possibile.

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Fabiano Balzamino

Nato in Belgio, ho conseguito la maturità scientifica in Calabria e la Laurea Magistrale in Lingue e Civiltà Orientali a Roma. In particolare ho studiato la lingua e la cultura Hindi, concludendo il mio percorso universitario con una tesi sul movimento Naxalita (considerato la minaccia “maoista” del subcontinente indiano). Ho iniziato a collaborare con “il cosmopolitico” perché mi interessano le vicende e le lotte politiche delle minoranze in atto nella regione dell’Asia Meridionale, in tutte le sue forme. Ma sopra ogni cosa, il mio interesse principale è viaggiare.

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