Migranti. Il vertice di Parigi tra successi e incognite

Il summit ha decretato un nuovo corso della politica migratoria che coinvolge Europa, Africa e Organizzazioni Internazionali. Permangono tuttavia importanti questioni irrisolte legate in particolare ai due Governi libici presenti

«Il progetto Italiano di cooperazione con 14 comunità locali sulle rotte migratorie è molto positivo». «Il codice di condotta in materia di operazioni di salvataggio in mare costituisce un importante passo in avanti che consente di migliorare il coordinamento e l’efficacia dei salvataggi».

Dalla dichiarazione congiunta dei quattro capi di governo europei e degli omologhi africani di Ciad, Niger e Libia, è chiaro come ormai si stia affrontando il problema dei flussi migratori sotto una diversa prospettiva, cosa impensabile anche solo un anno fa. In questo contesto l’Italia sembra avere un nuovo ruolo, più attivo e autorevole (anche se nell’incontro di Parigi l’unico bilaterale è stato quello tra Macron e Merkel), determinato dai recenti successi diplomatici il cui merito va soprattutto al Ministro Minniti. Il codice di condotta sull’operato delle Ong nel Mediterraneo, il sostegno economico e logistico alla Guardia Costiera libica, gli accordi con alcune comunità locali libiche e, non da ultima, la conferenza alla Farnesina del 6 luglio scorso (che ha visto la partecipazione anche di Niger, Libia e Ciad), rappresentano senza dubbio un buon punto di partenza da cui l’Italia sta traendo vantaggio sia dal punto di vista degli sbarchi, diminuiti progressivamente da luglio, sia per quanto riguarda, più in generale, la politica europea sulle migrazioni.

Inizia a circolare la convinzione che l’unica possibilità per tentare di risolvere la principale sfida dei prossimi decenni, sia quella di coinvolgere attivamente tutte le parti in gioco. Angela Merkel arriva perfino a dichiarare superato il Trattato di Dublino e il suo sistema di presentazione delle domande d’asilo nel primo paese di approdo. Sembra chiaro, dunque, che Italia, Spagna e Grecia debbano ricevere un sostegno convinto non solo per motivi etici, ma anche per ragioni di Realpolitik, che tutti i leader europei dovranno considerare.
In questo contesto Gentiloni sa bene di avere voce in capitolo, visto che i principali risultati ottenuti negli ultimi mesi sono arrivati senza un particolare aiuto europeo, sia dal punto di vista economico che politico. Il codice di condotta per le Ong è stato riconosciuto dalla Commissione solo pochi giorni dopo la sua emanazione, e i 10 milioni di euro per il controllo delle frontiere libiche sono stati finanziati dalla Farnesina.
Nonostante tali meriti siano oramai riconosciuti anche a livello comunitario, permangono ancora numerosi punti oscuri che l’Unione Europea dovrà necessariamente affrontare per non rendere vani gli sforzi di mediazione fin qui citati.
Primo fra tutti la presenza di una Libia ancora divisa a livello politico e istituzionale in tre aree: la Tripolitania guidata da al-Sarraj, la Cirenaica di Haftar e il Fezzan, una zona desertica sotto il controllo di numerose tribù locali. Non è possibile risolvere la questione libica se è la stessa Europa ad essere divisa. Francia ed Egitto, che sostengono il generale Haftar, Italia ed Onu che da sempre appoggiano il governo di Tripoli. Sebbene negli ultimi mesi si sia assistito ad alcuni importanti passi in avanti (come testimonia l’accordo su cessate il fuoco ed elezioni tra Macron, Sarraj e Haftar dello scorso 25 luglio), il problema permane e dovrà essere affrontato a breve.
Se non è probabile, e al momento nemmeno auspicabile, una riunificazione del paese (Sarraj ha un sostegno internazionale ma non un grande consenso interno, Haftar ha un esercito potente ma senza istituzioni forti), i recenti sviluppi suggeriscono di coinvolgere entrambi gli attori nel processo di ricostruzione della Libia. La pluralità degli interessi in gioco e la precarietà della situazione dovrebbero condurre in questa direzione.
Da questo punto di vista la conferenza di Parigi ha rappresentato un momento decisivo verso una nuova politica migratoria: al di là dei risultati positivi, il summit ha però coinvolto soltanto il governo di Tripoli escludendo Tobruk, che rimane un attore fondamentale nella lotta agli scafisti. Se questa decisione sia derivata da ragioni di contingenza o da un chiaro sostegno a Sarraj anche da parte francese, si scoprirà nei prossimi mesi.

Embed from Getty Images

L’altro grande problema, stavolta interno alla Ue, è quello relativo alla politica di accoglienza e sostegno a coloro che hanno diritto all’asilo. Al di là delle maggiori economie presenti ieri a Parigi, bisognerà affrontare l’opposizione di alcuni membri dell’Unione, in particolare il cosiddetto “gruppo Visegrad” che si è sempre dimostrato intransigente per quanto riguarda la redistribuzione dei profughi. Non si deve dimenticare che l’intensificazione del traffico migratorio del Mediterraneo sia derivata in parte dalla decisione del premier Orbàn di erigere recinzioni e muri per impedire l’arrivo dei migranti sul territorio ungherese. Anche in questo caso le capacità di mediazione dell’Unione Europea saranno messe a dura prova, e sarà fondamentale riuscire a coinvolgere il più alto numero possibile di Stati membri senza perder di vista i veri obiettivi: salvataggio delle vite umane, accoglienza di chi ha diritto all’asilo, lotta contro lo sfruttamento degli esseri umani da parte delle organizzazioni criminali, gestione dei flussi migratori e delle richieste di asilo direttamente in Africa.
Da tali considerazioni sembra evidente che il vertice di Parigi possa rappresentare un ottimo punto di partenza per una nuova politica migratoria europea veramente condivisa e che coinvolga tutti gli attori in gioco (governi nazionali, Ong, organizzazioni internazionali come Unhcr e Oim).
Tuttavia, nel valutare le prospettive future, è necessario prendere in considerazione anche i numerosi ostacoli che dovranno essere affrontati e superati se non si vogliono mettere a rischio le fondamenta politiche e ideali dell’Unione Europea.

Please follow and like us:

Jacopo Simonetti

Nato a Roma nel 1991 la mia passione per gli studi politici mi ha portato a conseguire la laurea magistrale in “Relazioni Internazionali” nel gennaio di quest’anno. Dopo aver lavorato 5 mesi in un’azienda di traduzione del Regno Unito per migliorare la lingua e fare esperienza, ho ripreso la mia passione per la politica internazionale iniziando a collaborare con “Il Cosmopolitico”. Nel tempo libero pratico arti marziali e Calisthenics, e sfrutto qualsiasi occasione per viaggiare in Italia e all’estero.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *