Mafia. 23esimo anniversario strage di Capaci. Ricordo di Falcone

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Mafia strage Capaci 1992

 

‘No mafia day’. Oggi in Italia si ricorda strage di Capaci. A Scuola si forma la cultura della legalità

Oggi l’Italia, per coltivare la memoria, e per portare avanti la coraggiosa battaglia per legalità e democrazia, ricorda, attraverso cerimonie e commemorazioni, il 23 maggio 1992, giorno della strage di Capaci, dove vennero fatti saltare in aria con 600 chili di tritolo il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Nella stesso anno a distanza di poche settimane – questa volta in città in Via D’Amelio – fu ucciso Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

A Palermo cerimonia nell’Aula Bunker dell’Ucciardone – tempio del maxiprocesso frutto dell’impegno di Falcone, Borsellino e del pool antimafia – con il capo dello Stato Sergio Mattarella, e altre istituzioni tra cui il presidente del Senato Pietro Grasso (che in tasca porta l’accendino di Giovanni Falcone), il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, e la professoressa Maria Falcone, sorella del magistrato assassinato. In piazza 40.000 ragazzi giunti da tutta Italia, e qualche centinaio provenienti da Vietnam, Stati Uniti e Europa. Coinvolti nelle celebrazioni anche altri luoghi simbolo della città tra cui Via D’Amelio, dove poche settimane dopo la strage di Capaci fu ucciso l’amico e collega magistrato di Falcone, Paolo Borsellino. Iniziative all’Expo a Milano, a Corleone, a Rosarno, a Napoli e a casa Cervi.

L’Italia, tutta, celebra i suoi martiri.

Apprezzabili gli appelli contro la mafia espressi del presidente Sergio Mattarella che si dice convinto che la battaglia di Giovanni Falcone continua e la mafia verrà sconfitta, verrà eliminata dal corpo sociale perché incompatibile con la libertà e l’umana convivenza.

La rabbia dei familiari delle vittime

Tina Montinaro, vedova dell’agente Antonio Montinaro ai microfoni di Radio 1 : “…Antonio è morto per il nostro Stato, per il suo Stato, ha dato la vita per un uomo dello Stato e dallo Stato ci saremmo aspettati qualcosa di diverso. Non voglio dire che siamo al punto di partenza, perché altrimenti io stessa mi sentirei sconfitta, però devono cambiare ancora tante e tante cose e tante verità devono venire fuori. Noi cerchiamo la verità. Vogliamo la verità. Pretendiamo la verità”.

Alfredo Morvillo, è procuratore della Repubblica di Termini Imerese, ma è anche il fratello di Francesca Morvillo, moglie di Giovanni Falcone

E’ noto a tutti – dice Morvillo –  che Falcone avesse maturato rapporti difficili con taluni ambienti giudiziari e questi ostacoli incontrati sono anche all’origine della sua decisione di andare a Roma, al ministero. Alcuni, ben individuati colleghi, lungi dal riconoscere a Giovanni la sua grande capacità analitica e investigativa nei suoi sistemi di  lavoro, al di là della opportunità o meno di lavorare tutti insieme, lo ostacolarono in tutti i modi, addirittura prendendolo in giro e dicendo che dopo la Procura Nazionale Antimafia, il suo obiettivo era creare la ‘Procura planetaria’.  In conclusione, all’interno del tribunale vi era una parte di colleghi che sicuramente non lo amava”.

Per Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, “in questi anni è cambiato poco. I mafiosi sono criminali senza alcuna pietà. Lo sono stati 23 anni fa e lo sono tuttora”. 

Verità scomode difficili da spiegare

Il punto dolente della triste vicenda di Falcone e di Borsellino, è spiegare ai giovani quella scomoda verità sui secolari rapporti tra mafia e Stato, una storia fondata sul dialogo a tavolino ben prima delle stragi degli anni Novanta. Di personaggi potenti che si annidano anche nelle istituzioni e che vogliono a tutti i costi eliminare quei magistrati dalla schiena dritta in nome della giustizia, della libertà e della democrazia del nostro Paese.

*  Lo stesso presidente del Senato, Pietro Grasso, nel libro “La mafia invisibile” (Editore Mondadori, 2001) scritto insieme a Saverio Lodato, sostenne che “Cosa Nostra, molto spesso, è stata lo Stato. E ha sempre avuto la tendenza ad avere uomini delle istituzioni che potessero via via farla partecipare al sistema di potere”, una mafia che cerca di “infiltrarsi e convivere, piuttosto che contrapporsi frontalmente allo Stato e alla società” e che è stata il braccio armato di un sistema di potere politico e istituzionale. Grasso, anni dopo, descrisse la trattativa come un “meccanismo di ricatto nei confronti dello Stato” che ha causato la morte di Falcone, aggiungendo che “l’accelerazione probabile della strage di Borsellino può allora essere servita a riattivare, ad accelerare la trattativa con i rappresentanti delle istituzioni”, un accordo che “ha salvato la vita a molti ministri”. Proprio per le indagini sul dialogo mafia-Stato lo stesso Grasso, all’epoca Procuratore nazionale antimafia, ricevette forti pressioni da parte dell’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e dell’ex ministro Nicola Mancino, imputato al processo trattativa per falsa testimonianza, per avocare a sé le indagini o intervenire sui pubblici ministeri di Palermo. Pressioni alle quali, fortunatamente, oppose un secco “no”.

A Scuola la legalità avrà uno spazio dedicato

Significative le parole del Ministro dell’istruzione Giannini che oggi in un tweet dice: “La scuola può sconfiggere la mafia. È nelle aule che cresce la cultura della legalità.

Questo messaggio forte, che contiene la voglia di creare una coscienza della legalità nei giovani, è oggi più che mai attuale, non solo in ricordo del sacrificio di Falcone, di Borsellino e degli uomini della scorta, ma soprattutto in un momento storico come quello attuale in cui la mafia più che mai imperversa in lungo e in largo la penisola italiana, e l’antimafia (impotente nel suo impianto) sembra quasi da reinventare.

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