Libia: Ambasciata italiana chiude. L’Isis minaccia l’Italia

TRIPOLI-Isis
TRIPOLI-Isis

L’Ambasciata italiana a Tripoli, con l’aggravarsi delle violenze e l’avanzata dei jihadisti dell’ Isis che ormai sventolano le loro bandiere fin dentro Tripoli, chiude i battenti, almeno temporaneamente. I pochi italiani rimasti sono stati evacuati dalla Libia a bordo di un catamarano maltese che nella notte ha attraccato nel porto di Augusta (Siracusa). Durante la traversata, la nave degli italiani, è stata sorvegliata e scortata da un aereo senza pilota Predator dell’Aeronautica Militare, in un tratto di mare imperversato da scafisti senza scrupoli che ieri, addirittura, hanno sparato contro una motovedetta della Guardia Costiera italiana durante un’operazione di soccorso a 50 miglia da Tripoli.

L’Italia ieri sera ha ricevuto una nuova minaccia dall’Isis attraverso un video che mostra la decapitazione di 21 egiziani copti su una spiaggia del Mediterraneo, e dove il boia, con in mano un coltello insanguinato dice “Prima ci avete visti sulla collina della Siria, oggi siamo a sud di Roma….”. Minaccia che si aggiunge a quella diretta, qualche giorno or sono, al ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni, finito personalmente nella lista nera dei jihadisti come ministro crociato, per aver manifestato la volontà che l’Italia, nella sua battaglia contro il terrorismo, è pronta a fare la sua parte in Libia se le Nazioni Unite dovessero decidere di agire. Inoltre il ministro Gentiloni, in una nota, ha annunciato che giovedì riferirà in Parlamento per avviare un dibattito tra le forze politiche sull’eventuale partecipazione italiana ad un intervento internazionale “in ambito ONU”.

Anche il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, fa sapere che l’Italia è pronta a guidare una coalizione di Paesi europei e nordafricani (con i Paesi arabi che preferirebbero infatti una missione «regionale») e a contribuire con oltre 5 mila uomini.

A fianco dell’Italia si è già schierata Malta, con il premier Joseph Muscat che non vede altra soluzione che «un intervento sostenuto dall’Onu per ristabilire la sicurezza» in Libia.

Quali sono le preoccupazioni per l’ Italia ?

Dopo la caduta del regime di Gheddafi, molti miliziani gestiscono traffici illeciti, tra cui quello dei clandestini. Il pericolo reale è che questi miliziani-trafficanti si fondano con l’Isis, rappresentando così un unico esplosivo pericolo per l’Italia: flussi migratori in mano ai jihadisti.

A fronte di 600 mila stranieri presenti in Libia, 200 mila sistemati in 5 campi profughi (oltre al porto di Zwara, Sabrata, Janzur, Tripoli e Garabulli) e pronti a imbarcarsi, ci sono 7 mila combattenti di Ansar Al Sharia che hanno aderito all’appello di Abu Bakr alBaghdadi, leader dell’Isis, a cui potrebbero aggiungersi altri gruppi di fondamentalisti determinati a conquistare il Paese ed impedire l’occupazione di una coalizione occidentale. Una vera polveriera. Senza contare che una guerra civile in Libia farebbe di certo salire in modo considerevole il numero di chi si trova costretto a migrare.

Apparati di intelligence e di sicurezza, confermano un pericolo alto per l’Italia. Dopo l’attentato all’Hotel Corinthia di Tripoli del 27 gennaio scorso, l’Isis è riuscita con velocità strabiliante a controllare molte aree principali del Paese. E di fronte alle lungaggini che un possibile intervento dell’ONU potrebbe comportare, a cui il ministro degli esteri Gentiloni vorrebbe ricorrere, si potrebbe pensare di optare ad un intervento armato NATO, in virtù delle intese siglate nel settembre scorso a Cardiff e poi a Parigi per fronteggiare il terrorismo internazionale.

L’Isis potrebbe compiere poi attentati contro i giacimenti petroliferi e del gas, e alle sedi delle numerose aziende presenti in Libia. Tra queste figurano tante aziende italiane: l’Eni, con lo stabilimento di Mellitah, Finmeccanica, numerose aziende controllate e altre private.

Per l’Italia anche tanti interessi economici che potrebbero andare in fumo.

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