In Libano istruzione e disabilità non vanno d’accordo

I bambini libanesi  disabili hanno solo in teoria libero accesso all’istruzione pubblica; nella pratica le cose vanno diversamente…

Il Libano è uno tra i paesi del mondo arabo con il più alto tasso di alfabetizzazione – l’86% della popolazione. L’investimento nel sistema scolastico supera il 15% della spesa pubblica totale, più del triplo delle risorse dedicate in Italia all’istruzione pubblica. Il primato libanese è però macchiato dall’ombra della discriminazione nei confronti dei disabili. Sebbene con la Legge 220/2000 il governo libanese si sia espresso per il rispetto dei diritti fondamentali – compreso quello all’istruzione – contro ogni discriminazione, tuttora i ragazzi portatori di un handicap, mentale o motorio, sono effettivamente esclusi dalla società ed emarginati da un sistema scolastico inaccessibile, talvolta per carenza di risorse, talvolta per ignoranza. Come riconosciuto dall’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite, l’inclusione scolastica dev’essere perseguita tramite l’inserimento degli studenti disabili nei regolari percorsi educativi, fornendo aiuti e servizi supplementari di modo da favorire il loro pieno sviluppo nonché l’espressione del loro potenziale. Nonostante il Libano abbia ratificato la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia promossa dall’UNICEF, un report dello Human Rights Watch rivela che l’accesso all’istruzione da parte dei bambini disabili è ostacolato da problemi di natura logistica, fisica, sociale ed economica.

Se da un lato il governo registra un totale di 8.558 bambini disabili tra i 5 e i 14 anni, l’UNICEF e la Banca Mondiale hanno stimato che il 5% dei bambini libanesi sotto i 14 anni sia portatore di handicap. Questo secondo dato preoccupa le autorità internazionali poiché è noto che solamente 3.806 ragazzi abbiano accesso ad istituzioni scolastiche sostenute dallo Stato, il che evidenzia un enorme tasso di dispersione scolastica tra gli studenti disabili. Sebbene le disposizioni normative che trattano la questione possano sembrare esaurienti, l’ultima parola sull’ammissione dei ragazzi spetta ai singoli direttori. Infatti, seppur in teoria non sia permesso alcun tipo di discriminazione, i presidi delle scuole pubbliche e private hanno il diritto di esprimersi in modo discrezionale e definitivo sugli studenti da ammettere. La madre di Wael, bambino autistico di 10 anni, ha più volte provato ad iscriverlo ad una delle scuole dell’area di Beirut, ma ha sempre incontrato il rifiuto di insegnanti e direttori che si sono opposti per i motivi più disparati: da “non accettiamo portatori di handicap” a “gli altri genitori potrebbero non approvare”. Le famiglie dei bambini disabili devono inoltre fare i conti con istituti scolastici che non sono fisicamente e socialmente in grado di occuparsi dei loro figli. Il primo ostacolo per i ragazzi sono le stesse strutture scolastiche, dove le barriere architettoniche impediscono l’accesso agli istituti e richiederebbero enormi investimenti per essere superate. La maggior parte delle volte le scuole pubbliche non hanno fondi sufficienti per assumere insegnanti di sostegno e ad acquistare gli strumenti necessari all’assistenza, rendendo così difficili, se non impossibili, la crescita e l’apprendimento. Un report del 2009 pubblicato dalla Lebanese Physical Handicap Union rivelò che solo cinque scuole su un totale di 997 istituti pubblici libanesi rispettassero gli standard di accessibilità stabiliti dalla legge. Dove lo Stato si dimostra carente, interviene il settore privato. Le rette per l’assistenza ai disabili delle scuole private richiedono enormi sforzi economici alle famiglie che, molto spesso, non riuscendo a sostenerne i costi, sono costrette a ritirare i figli da scuola. Non essendo riconosciuta l’istruzione domestica dal sistema scolastico nazionale e non ricevendo alcun sostegno dallo Stato, i bambini disabili che abbandonano gli studi sono destinati ad un futuro di precarietà ed emarginazione sociale.

In questo difficile contesto sono intervenute le Nazioni Unite attraverso la missione UNIFIL, forza di interposizione creata in seguito all’occupazione israeliana del 1978. È notizia del 21 marzo scorso che i caschi blu italiani dell’UNIFIL hanno completato la ristrutturazione di un laboratorio di carpenteria in una scuola per studenti disabili, la “School for Children with Special Needs” di Ayta Ash Sha’ nel sud del Libano. L’opera, terminata in tre giorni di lavoro, ha creato uno spazio utile per l’educazione dei bambini e le attività motorie, nonché per l’apprendimento di un mestiere che consentirà ai giovani studenti di superare l’emarginazione sociale cui altrimenti sarebbero destinati. Questa, come altre iniziative, si pone il fondamentale obiettivo di favorire il passaggio da un approccio “clinico” ad un modello “sociale”, inclusivo, che ammetta le disabilità in un contesto di interazione avanzata tra individui in relazione all’ambiente circostante. Tale obiettivo richiede da un lato l’eliminazione degli ostacoli fisici che ostruiscono l’accesso alla vita in società, dall’altro l’abbattimento di quelle barriere mentali per cui, anche nel XXI secolo, la disabilità rimane in parte un tabù.

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