Le nuove problematiche turche al tramonto di Daesh

La sconfitta del nemico comune porterà a nuovi sanguinosi scontri, non localizzati solamente nella regione

Con la (apparente) fine dello Stato Islamico, a seguito della riconquista di Mosul e Raqqa, così come la prorompente avanzata delle truppe fedeli al regime di Bashar Al-Assad in Siria, molti hanno azzardato alla risoluzione di conflitti regionali mediorientali, che il fenomeno geopolitico delle Primavere Arabe aveva causato.
Così come la fine del bipolarismo, la caduta dello Stato Islamico minaccia una nuova ondata di violenze di Medioriente, causate principalmente dalla sconfitta del nemico comune. Con l’eccezione di pochi, praticamente tutta la comunità internazionale ha dichiarato guerra allo Stato Islamico. Da una parte l’occidente (Unione Europea, Stati Uniti, Canada, Nato), dall’altra l’Oriente (Russia, Cina, Giappone), ma anche gli attori regionali come Iran e milizie curde. La Turchia è stata una delle nazioni che più fra tutte si è trovata al centro di un fuoco incrociato. La forte rivalità con Damasco, a seguito dello scoppio delle rivolte di piazza a Damasco nel 2011, e le problematiche interne con un Kurdistan sempre più indipendentista e sempre più internazionalmente importante (anche considerando il ruolo delle milizie curde contro Daesh), hanno reso chiara una cosa: la Turchia ha perso un’importante battaglia.
La vittoria di Assad nella guerra in Siria isolerà sempre di più una Turchia, che ormai si è vista chiudere in faccia anche le porte di accesso all’Unione Europea. Le ripercussioni della fine della guerra civile, con un regime siriano sempre più dipendente dall’Iran, e Teheran sempre più geopoliticamente importante nel Levante, ridurranno ancora di più lo spazio di manovra di uno degli ultimi alleati occidentali nella regione.

Ankara ora si troverà un vicino sempre meno accomodante, un Iran sempre più influente e la popolazione curda sempre più esigente. Infatti, con il referendum sull’indipendenza nel nord dell’Iraq, la questione su un possibile Kurdistan indipendente tornerà a farsi sentire nelle agende politiche dei governi mediorientali. E la Turchia è possibilmente quella che più di tutti ne risentirà, avendo all’interno dei propri confini la più grande maggioranza curda del Medioriente (circa 20 Milioni di persone).

Infine, la questione dei combattenti islamici. Sarebbe ingenuo pensare che i foreign fighters possano veramente deporre le armi e l’ideologia estremista, e tornare a casa, come se nulla fosse. Volendo citare lo stratega militare Carl Von Clausewitz, “una sconfitta non viene mai veramente percepita dal perdente come decisiva e definitiva, ma piuttosto come una fase transitoria”. Con la caduta del sogno del Califfato, la minaccia terroristica non cesserà di esistere. Moltissimi combattenti, con passaporti europei ed internazionali torneranno nei propri paesi di origine, mentre altri si disperderanno nei paesi vicini, approfittando anche dei lunghi e scarsamente controllati confini. Questo rappresenta una delle più grandi minacce alla sicurezza degli ultimi anni. Sia per una Turchia già internamente divisa (tra oppositori di Erdogan e non), alla presa con una guerra civile interna con le milizie curde separatiste, sia per le cancellerie europee. La crisi migratoria, le difficili situazioni nazionali dei paesi membri, assieme alla crisi economica e sociale degli ultimi anni, hanno impedito all’Unione di poter esercitare un qualsiasi tipo di potere in Medioriente e di portare avanti una politica estera comune nei riguardi del regime siriano, della minaccia iraniana, e della difficile situazione del suo più vicino alleato: la Turchia.

Gli ultimi eventi geopolitici ci hanno fatto comprendere che non è più possibile per Bruxelles rimanere a guardare lo sviluppo degli eventi. È tempo per l’Europa di tornare ad essere un attore geopolitico militare, oltre che economico e umanitario. Questo vuol dire l’avere una maggiore rilevanza nella questione mediorientale, in quella turca e siriana, e portare avanti politiche condivise di difesa tra tutti gli Stati Membri.
In conclusione, è fondamentale comprendere come la caduta dello Stato Islamico, esattamente come fu per la caduta del Muro di Berlino quasi trenta anni fa, rischia di portare ancora più insicurezza nella regione e di risvegliare conflitti assopiti dallo scontro del “tutti contro uno”.

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Francesco Pisanò

Studente all'University of Glasgow in Studi strategici, di sicurezza e d'intelligence, sono appassionato di Medioriente e di dinamiche geopolitiche mediterranee. Convinto Europeista, ho portato avanti studi anche sul ruolo dell'Italia nell'Unione Europea e nel Mediterraneo. Mi interesso di strategie militari e nazionali dei paesi del Golfo e del Levante.

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