L’Accordo di Losanna ai tempi di Donald J. Trump

Ecco quanto ci costerà perdere l’accordo sul Nucleare iraniano e perchè

Che l’accordo sul nucleare iraniano (anche chiamato Accordo di Losanna) del 2015 non fosse andato giù al neo Presidente degli Studi Uniti, Donald J. Trump, non è di certo una novità.
Già nell’Ottobre del 2017, il neo-presidente disse che la partecipazione USA ‘can be cancelled by me at any time[1]. Il Tycoon ha più e più volte bollato l’intesa come ‘pericolosa’, ‘nociva per la pace mondiale e per l’America’, tanto da sottolinearlo anche durante la campagna elettorale, salvo poi far semi-ritrattare da fonti della Casa Bianca e dallo stesso ormai ex-Segretario di Stato Tillerson. Quest’ultimo in particolare aveva sottolineato come fosse nell’interesse degli Stati Uniti il mantenere l’accordo, seppur a patto di qualche necessario cambiamento[2].

Ad ogni azione corrisponde una conseguenza. Il 45esimo Presidente ha innescato (forse involontariamente, chi lo sa) una reazione a catena importante nella regione, che difficilmente risulterà positiva per le potenze europee e occidentali nel campo. Ecco perché.
Primo. Vi è come l’impressione che Donald J. Trump viva in un mondo tutto suo, dove l’America è all’apice della sua egemonia e non vi sono altre reali alternative all’appoggio statunitense. Qualcuno ,però, dovrebbe spiegargli che la Guerra Fredda è finita da un pezzo e il momento di sostanziale ‘vittoria’ geopolitica americana nel post 1992 (che ha portato scrittori importanti come Fukuyama a parlare di una vera e propria ‘fine della storia’) è ormai un ricordo passato. Chiudere le porte dell’Occidente a Teheran non farà altro che rendere la nazione sempre più dipendente e politicamente favorevole (più di quanto non lo sia già) a potenze orientali (Russia e Cina in primis) sia in termini di “hard” power che “soft” power. Questo può rappresentare un problema sostanziale non soltanto per il ruolo che Teheran sta esercitando in Medioriente, ma anche per le importanti risorse petrolifere ed economiche sulle quali la nazione degli Ayatollah può contare.
Secondo. Certo, qualcuno potrebbe sostenere che finalmente potremmo tornare a concentrarci sull’importante minaccia che Teheran rappresenta sia per il Vecchio Continente che per i nostri alleati nella regione (Arabia Saudita e Israele fra i tanti). Sarebbe però quantomeno discutibile pensare che innescare una spirale realista di corsa agli armamenti possa realmente risolvere i problemi di sicurezza di paesi come Teheran e Tel Aviv.

La sindrome di accerchiamento (la costante percezione della minaccia militare da parte dei propri vicini) di Israele è un dato di fatto. Molti (anche con ragione) potrebbero ricordare le guerre del 1949, 1967 e 1973 per sottolineare come la minaccia alla sopravvivenza dello Stato ebraico sia un dato difficilmente contestabile. Così come per la famiglia reale saudita. È ormai accertato l’importante ruolo propagandistico iraniano nei confronti delle comunità sciite (la maggioranza delle quali in Arabia Saudita si trovano nella parte est del paese, al confine con il Golfo Persico, in una zona estremamente ricca di giacimenti petroliferi). Il soft power Iraniano rappresenta un pericolo non da sottovalutare per Riyadh, che teme possibili dimostrazioni di piazza e rivolte delle proprie minoranze etniche. Per quanto possa aver senso immaginare che l’aiuto occidentale possa aiutare queste nazioni a riacquistare maggiore sicurezza a livello di difesa e di capacità offensiva, dubito gli ultimi eventi porteranno ad alcun tipo di pacificazione regionale.
Se c’è una cosa che la letteratura classica delle Relazioni Internazionali ci ha insegnato, è che il security dilemma è un problema esistente e preoccupante. L’ennesima corsa agli armamenti nella regione non aiuterà certo il raggiungimento di accordi di pace. Né rinforzerà il sentimento di sicurezza dei paesi dell’area. Al contrario, fornirà il perfetto pretesto per possibili piccole escalation militari che rischiano di catapultarci nuovamente negli anni bui della Guerra Fredda.

[1] https://www.theguardian.com/us-news/2017/oct/13/trump-iran-nuclear-deal-congress
[2] https://www.nytimes.com/2017/10/13/us/politics/trump-iran-nuclear-deal.html

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Francesco Pisanò

Studente all'University of Glasgow in Studi strategici, di sicurezza e d'intelligence, sono appassionato di Medioriente e di dinamiche geopolitiche mediterranee. Convinto Europeista, ho portato avanti studi anche sul ruolo dell'Italia nell'Unione Europea e nel Mediterraneo. Mi interesso di strategie militari e nazionali dei paesi del Golfo e del Levante.

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