La politica turca che fa male all’Europa

Il cambio di politica estera turca avrà importanti ripercussioni non solo in Medio Oriente, ma in tutto lo scacchiere internazionale

‘Our most urgent issue is the EU, and I will send my colleagues to Europe…We have no time to lose.’
Questa frase, spesso dimenticata da una politica internazionale sempre più in rapido mutamento, fu pronunciata da Recep Tayyip Erdogan, nei primi anni 2000, dopo la sua inattesa (quanto decisiva) vittoria alle elezioni politiche come leader del Justice and Development Party (AKP).
Scioccati? Non c’è da stupirsene.
Al giorno d’oggi, la maggioranza dei cittadini comunitari non vede di buon occhio la possibilità che Ankara possa realmente divenire una capitale europea, e sono numerosi i fattori che hanno portato al peggioramento dei rapporti tra la Turchia e la UE.
Sarebbe quantomeno complicato riassumere in poche righe le difficili relazioni diplomatiche che accomunano Ankara e Bruxelles e spiegare come mai quest’ultima ha da tempo tenuto una politica molto ambigua nei confronti degli alleati turchi.

Proviamo prima di tutto a spiegare il motivo dietro al desiderio turco di entrare in Europa. Con la nascita della Repubblica turca nei primi anni ’20, Ankara attraversò un processo di profondo cambiamento istituzionale e sociale, che impose alla nazione un profilo più occidentale e secolare rispetto ai difficili anni del Sultanato. Il paese, distrutto dalla fine della Prima guerra mondiale, entrò in un periodo di ibernazione politica, amplificato dai diktat del bipolarismo, durante il quale la nazione (entrata nella NATO nei primi anni 50), divenne un fedele alleato atlantico contro la minaccia sovietica.
La fine della Guerra Fredda, non portò la pace e stabilità che molti si aspettavano. Al contrario, per la Turchia significò un rinnovato interesse agli affari internazionali con un nuovo governo di matrice islamo-conservatrice, che aveva intenzione di ricostruire quella sfera di influenza geopolitica in Medioriente perduta con il trattato di Sevrès del 1920. A capo di questo partito, ovviamente, troviamo Erdogan.

L’entrata in Europa, dunque, aveva due obiettivi. Da una parte la volontà di entrare in un mercato economico in espansione. Dall’altra, l’ottenimento di una certa libertà di manovra in Merdioriente. Quelli erano gli anni dell’accondiscendenza, nel vano tentativo di dimostrare all’Europa la volontà di sedersi al tavolo delle trattative. La Turchia iniziò ad essere vista come un paese modello, uno dei pochi che riuscisse ad equilibrare fede islamica e democrazia.
Era quello il periodo delle ‘pacifiche relazioni con i vicini’, una politica estera volta alla ricostruzione di legami economici, militari e politici con i partner mediorientali. Uno tra questi, il regime di Damasco.
La guerra siriana ha decretato la fine di questa politica di soft power. L’avanzata delle primavere arabe e gli sconvolgimenti nello scacchiere mediorientale hanno portato la Turchia ad un progressivo isolamento internazionale. L’Europa, dal canto suo, ha sempre mantenuto una certa ambiguità nei confronti di Ankara, chiudendo ufficiosamente i negoziati di accessione solo a seguito del recente colpo di stato e della successiva possibile reintroduzione della pena di morte (abolita nei primi anni 2000 proprio dal nuovo governo dal AKP) contro i nemici nazionali.
La difficile situazione con i curdi, le purghe interne al paese e il sempre più accentrato potere politico nelle mani del singolo hanno allontano la possibilità che Ankara possa, un giorno, entrare veramente a far parte dell’Unione Europea. La crisi cipriota è un altro grande problema, ma inserirlo nella discussione potrebbe solo creare maggiore confusione.

Isolata, messa al muro, ma con un forte sentimento nazionalista e revanscista, la Turchia di Erdogan cerca disperatamente alleati. Se da una parte l’Unione Europea e gli Stati Uniti rimangono scettici e immobili (anche perché vittime di un rinnovato interno sentimento isolazionista e nazionalista), dall’altra parte la Russia di Putin sembra non aver abbandonato quel sentimento di superpotenza globale, solo temporaneamente venuto meno dopo il 1992.
La progressiva inclinazione turca verso la Russia significa la perdita di un alleato importante in un Medioriente sempre meno stabile. La creazione di un asse Turco-Iraniano-Russo potrebbe affievolire ancora di più l’influenza occidentale nella zona. Questo potrebbe portare ad un rafforzamento del sentimento di insicurezza israeliano e saudita, e la possibilità di future escalation militari e politiche.

Per quanto sia improbabile vedere Ankara come possibile capitale Europea nei prossimi anni (diciamo anche decenni), perdere il suo appoggio nella regione vuol dire regalare un assetto strategico agli avversari. Un assetto che, nel corso degli anni, è stato fondamentale nella definizione degli equilibri mondiali.

Please follow and like us:

Francesco Pisanò

Studente all'University of Glasgow in Studi strategici, di sicurezza e d'intelligence, sono appassionato di Medioriente e di dinamiche geopolitiche mediterranee. Convinto Europeista, ho portato avanti studi anche sul ruolo dell'Italia nell'Unione Europea e nel Mediterraneo. Mi interesso di strategie militari e nazionali dei paesi del Golfo e del Levante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Warning: A non-numeric value encountered in /web/htdocs/www.ilcosmopolitico.it/home/wp-content/plugins/ultimate-social-media-icons/libs/controllers/sfsi_frontpopUp.php on line 63