La Cina è diventata la prima potenza economica al mondo?

Nell’arco di un quarantennio, la Cina ha visto il proprio PIL in costante crescita arrivando così ad un passo dallo scalzare gli Stati Uniti d’America dalla posizione di prima economia mondiale

Se l’ascesa della Cina è ormai cosa nota, è lecito invece domandarsi: dopo anni e anni di crescita esponenziale, la Cina è diventata la prima potenza al mondo, scalzando gli Stati Uniti dal ruolo di faro economico? Un quesito a cui si potrebbe dare una risposta attraverso l’analisi dei dati del Fondo Monetario Internazionale relativi allo scorso anno: infatti secondo quanto riporta l’organizzazione internazionale, nel corso del 2017 il PIL della Repubblica Popolare Cinese ha sfiorato i 12 trilioni di dollari, arrivando a far registrare un tasso di crescita pari quasi al 7%. Al confronto gli Stati Uniti hanno sì conservato il primato di primo Paese mondiale per Prodotto Interno Lordo, raggiungendo i 19,36 trilioni di dollari, tuttavia il loro tasso di crescita è stato decisamente inferiore, 2,2%. Proprio qui si cela la risposta alla domanda iniziale: la differenza di crescita sarà la chiave con cui la Cina nell’arco dei prossimi anni ha buone possibilità di diventare la prima superpotenza al mondo. Un’ipotesi che trova sostegno ancora nei numeri: in 36 anni, cioè dal 1980 al 2016, la crescita media del PIL cinese si attesta attorno al 9,6% con annate record in positivo, come nel 1984 quando toccò il 15%, e in “negativo”, ad esempio nel 1990 si fermò al 3,9%.

La crescita incredibile della Cina, che dura da quaranta anni (1978-2018), è dovuta ad una molteplice serie di fattori: in primis l’adozione di un modello economico incentrato in particolar modo sull’esportazione dei prodotti connessi a processi di produzione di basso livello, sulla contenuta remunerazione del lavoro contrapposta ad un’alta produttività. Proprio queste scelte hanno permesso di raggiungere tassi di crescita annui quasi sempre in doppia cifra.
Linee che nel tempo hanno portato ad una radicale trasformazione del sistema economico del Paese, che si manifesta di conseguenza nelle quote del prodotto nazionale. Nel 1978, il 28% della crescita della PIL derivava dalla produttività del settore agricolo, il 27% da quella del settore non agricolo privato e infine il 45% dal settore non agricolo direttamente nelle mani dello stato. Mentre nel 2007, la situazione è completamente differente: il 10% per la produttività del settore agricolo, il 70% per quella del settore non agricolo privato e il 20% per quella del settore non agricolo statale.

Il quadro che negli anni è cambiato e continua tuttora a farlo: la Cina infatti continua a crescere, ma ad un ritmo via via sempre più lento che nella peggiore delle ipotesi potrebbe anche arrivare ad una stagnazione. Una prospettiva che non ha potuto non allarmare i vertici del Partito Comunista Cinese, che hanno deciso così di rivedere il modello di crescita e sviluppo, promuovendo inizialmente una serie di politiche volte all’eliminazione delle disuguaglianze economiche e sociali. Questo prima dello scoppio della crisi finanziaria globale che ha minato la stabilità di molti Paesi occidentali con lo spettro del default, ma non quella di Pechino la cui economia ha retto bene al contraccolpo. C’è da dire però che nel 2008 l’economia cinese fece registrare una crescita del 9,5%, di gran lunga inferiore al 14,2% del precedente anno.
Come tutte le altre però, anche l’economia della Repubblica Popolare Cinese ha i suoi punti deboli: l’eccessiva dipendenza dalle esportazioni (quindi dagli altri Paesi) e un livello insufficiente di consumi interni. Per quanto riguarda il primo, esemplificativa è proprio la guerra dei dazi ingaggiata con gli Stati Uniti, che rischia di creare una spaccatura nel commercio mondiale.

Proprio questi punti deboli hanno spronato la leadership del partito a tentare una nuova strada per dare una nuova sterzata alla politica economica del Paese. Il frutto di questo sforzo è il cosiddetto “New Normal”, basato proprio sulla convinzione delle autorità stesse che il modello di crescita a doppia non è più ipotizzabile, e l’approvazione del XIII° piano quinquennale (2016-2020) varato nel 2015.
Strettamente legato alla società armoniosa di Hu Jintao, il concetto di “New Normal”, che in cinese prende il nome di Xin changtai, venne introdotto dall’attuale presidente Xi Jinping in occasione di un discorso tenutosi nel 2014 nella provincia di Henan, per poi essere rievocato in un successivo intervento presso il forum dell’Asia-Pacific Economic Cooperation. Un concetto che sintetizza la volontà della Repubblica Popolare di consolidarsi all’interno dei propri confini e diventare uno dei maggiori protagonisti della scena internazionale.

Un concetto, ufficializzato definitivamente con il tredicesimo piano quinquennale, in linea con gli obiettivi futuri della Cina: un tasso di crescita annuo più basso (attorno al 6,5%) che permetta di dare spazio alle riforme; una crescita sostenibile e all’avanguardia da un punto di vista tecnologico; una diminuzione degli investimenti pubblici che a cavallo tra 2008 e 2009 hanno causato un aumento del debito; cercare di limitare l’enorme peso delle esportazioni nel PIL, in modo da non puntare esclusivamente sulla domanda proveniente dall’estero. Senza dimenticare poi il potenziamento della rete internet tra la popolazione grazie al progetto “Internet Plus”.
Le premesse affinché la Cina diventi la prima potenza al mondo ci sono tutte. Non resta che aspettare e vedere come andrà a finire la guerra commerciale con gli Stati Uniti, che rischia di compromettere seriamente i precari equilibri tra Oriente ed Occidente.

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Andrea Petricca

Mi chiamo Andrea Petricca. Sono uno studente universitario di Lettere, affascinato da sempre dal mondo dell'informazione. Il piacere di sfogliare un quotidiano o immergersi nella lettura di un libro. Una routine di cui non riesco a fare a meno, dalla quale nasce la mia passione per la scrittura e la voglia di raccontare la realtà che ci circonda.

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