Kurdistan iracheno: referendum sull’indipendenza

Il 25 settembre 2017 il popolo curdo-iracheno deciderà, pur senza la legittimazione di Baghdad, l’inizio del proprio futuro come Stato indipendente

Il 25 settembre, la popolazione del Kurdistan Iracheno sarà chiamata alle urne per decidere la piena indipendenza della propria Regione autonoma da Baghdad: una netta vittoria del sì è data per scontata. Molto probabilmente, però, questo referendum non sancirà la piena indipendenza deI curdi iracheni, ma, a causa della mancanza di legalità costituzionale e della mancata concertazione con Baghdad, servirà come fonte di legittimazione per pretendere in futuro maggiore indipendenza o ol’indipendenza stessa. Nonostante ciò, risulta particolarmente interessante esaminare come le reazioni e le opposizioni dei vari attori regionali a questo referendum riflettano a pieno il contesto transnazionale in cui si ritrova la popolazione curda.
La popolazione curda, composta da 25-30 milioni di persone, abita una zona a cavallo fra Turchia, Siria, Iraq ed Iran, da loro rivendicata come “Grande Kurdistan”. Al termine della Prima Guerra Mondiale, gli interessi maggioritari del momento storico negarono il neonato diritto all’autoderteminazione wilsoniano al popolo curdo che, con il Trattato di Seykes-Pycot (1916), l’istituzione del Regno dell’Iraq (1921) e il Trattato di Losanna (1923), si ritrovò diviso principalmente nei quattro stati sovracitati. Da allora, la storia curda è stata segnata dall’oppressione e dall’utilizzazione opportunistica e incoerente di questo popolo come un mero strumento nelle mani della potenza egemone di turno. Paradossalmente, proprio in questi due elementi, oppressione e sfruttamento, affonda le proprie radici l’autonomia del Kurdistan iracheno, che presto potrebbe trasformansi in piena sovranità.
Nel 1988, durante la Guerra fra Iran e Iraq, il regime di Saddam Hussein effettuò un bombardamento chimico sulla città curda di Halabja, provocando 500 morti, adducendo come motivazione la presunta collusione della popolazione curda di Sulaymaniyya con il regime teocratico iraniano. A questo tragico evento, seguì l’imposizione da parte di una coalizione internazionale, a guida statunitense, di una no fly zone sulla parte settentrionale dell’attuale Kurdistan iracheno. In realtà, l’imposizione della no fly zone era volta a mettere in difficoltà il regime di Saddam Hussein, ma servì allla popolazione curda per sviluppare una notevole autonomia de facto dal governo di Baghdad. Successivamente all’invasione statunitense dell’Iraq del 2003, i peshmerga curdi affiancarono la “coalizione dei volenterosi” nella guerra contro Saddam Hussein. Come ricompensa per il loro aiuto, nella Costituzione irachena del 2005 fu riconosciuta de iure una notevole autonomia al neonato Governo Regionale del Kurdistan (KGR), con la concessione di uno statuto speciale, un proprio esercito ed un proprio parlamento. Dal riconoscimento ufficiale della sua autonomia, le relazioni fra il KGR e Baghdad non sono mai state delle migliori, condizionate negativamente da continue diatribe sullo sfruttamento delle risorse petrolifere e riguardo lo status di alcuni governatorati, tra cui quello di Kirkuk. Infatti, in base all’articolo 140 della Costituzione irachena, entro il 31 dicembre 2007 si sarebbe dovuto tenere un referendum per decidere sotto quale giurisdizione ricadono questi territori. A causa di enormi interessi petroliferi e dell’avversione di Baghdad a cedere al KRG altri territori, questo referendum non si è mai tenuto e queste zone continuano ad appartenere al Governo federale iracheno, nonostante la maggior parte di questi territori siano etnicamente e storicamente curdi. Nel 2013-2014, l’esercito federale iracheno fu sbaragliato dai miliziani del sedicente Califfato islamico, i quali riuscirono ad impadronirsi di ampie zone all’interno dell’Iraq. Dopo la quasi totale disfatta dell’esercito iracheno ad opera dell’Isis, le forze armate curde sono riuscite a imporsi come l’ultima linea di difesa di fronte alla minaccia jihadista, riuscendo a sconfiggerla in più occasioni. Questa lotta contro i terroristi ha permesso al Governo regione del Kurdistan di accrescere il proprio prestigio internazionale e, soprattutto, di assumere una posizione di forza nei confronti del Governo federale di Baghdad. Proprio sfruttando quest’ultima, il presidente della Regione autonoma del Kurdistan ha più volte affermato, durante la campagna militare contro lo Stato islamico, l’intenzione di procedere a un referedum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno “una volta che la minaccia [dell’Isis] sarà stata sconfitta”.

Embed from Getty Images

Con la liberazione di Mossul, la presenza dell’Isis in Iraq, anche se non sconfitta, è stata fortemente ridimensionata e alla classe politica di Erbil è parso il momento opportuno per provare ad innalzare il proprio status a quello di stato sovrano indipendente. Ovviamente, sentendosi minacciata sulla propria integrità territoriale, Baghdad è assolutamente contraria all’idea di un Kurdistan iracheno indipendente. Il primo ministo Al Abadi ha più volte criticato l’incostituzionalità del referendum e il KGR per non aver concordato l’iniziativa con il governo federale.
Una delle questioni più delicate riguardo il referendum del 25 settembre è, come accennato precedentemente, la volontà di farlo svolgere anche nelle zone contese con fra Erbil e Baghdad. Come già accennato prima, la composizione etnica di queste zone è estremamente eterogenea e in alcuni goveratorati come quello di xxxxx l’etnia curda rappresenta soltanto una minoranza. Un’eventuale cambiamento di status potrebbe portare ad un inasprimento delle tensioni etniche in queste zone, anche talvolta alcune formazioni politiche rappre presenti, come quella turcomanna e, sorprendentemente, quella araba, si sono espresse più volte favorevolmente ad un cambiamento dello status quo. Inoltre, considerando la presenza di forze armate curde in queste zone e l’intenzione di Baghdad di non riconoscere il risultato del referendum, eventuali colpi di mano da ambo le parti rischierebbero di aprire scenari allarmanti in un paese già profondamente segnato dalla guerra.
A livello regionale, la notizia del referendum del 25 è stato accolto con la netta contrarietà dei paesi in cui sono presenti rilevanti minoranze curde. Infatti, questi stati, preoccupati per la loro integrità territoriale, temono che un innalzamento dello status quo del Kurdistan iracheno possa portare ad un aumento della riottosità dei curdi entro i propri confini. D’altro canto, è interessante esaminare come le iniziali prese di posizioni dei paesi maggiormente preoccupate dal referendum del 25 settembre, Turchia e Iran, abbiano relativamente ammorbidito le proprie posizioni, mantenendo comunque la propria contrarietà di fondo al referendum curdo. Infatti, all’inizio di agosto, il ministro dell’energia turco Berat Albayrak aveva dichiarato che il referendum curdo avrebbe danneggiato la cooperazione energetica fra Erbil e Ankara. Cooperazione che include il fondamentale gasdotto di Ceylan, che permette al KGR l’accesso al mercato internazionale del petrolio, evitando la molesta ingerenza di Baghdad. Più recentemente, il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu ha invece dichiarato che referendum per una separazione non sia una buona idea: “Questo non ha niente a che fare con il nostro commercio con questa regione”. Mentre un portavoce del governo iraniano è arrivato addirittura a dichiarare la volontà di investire maggiormente nel Kurdistan iracheno. Questi cambiamenti di posizione sono dovuti principalmente all’ottimo lavoro diplomatico svolto negli ultimi mesi dai clan Barzani e Talabani, rispettivamente con Turchia e Iran.
A livello internazionale, la posizione degli Stati Uniti risulta particolarmente difficile. Stretta fra la volontà di non deteriorare ulteriormente le relazioni con la Turchia, dove il governo nazionalista di Erdogan, nel 2015, ha riaperto il conflitto con il Partito dei lavoratori curdo (PKK) e la necessità di non potersi inimicare la principale forza di opposizione militare all’Isis, gli Usa non possono prendere le parti di nessuno né di Ankara nè di Erbil, mantenendo così una posizione ambigua sulla vicenda. Questo dilemma è sintetizzato perfettamente dalle dichiarazioni del Segretario della Difesa James Mattis. Il quale, in occasione della sua visita nel Kurdistan iracheno, malgrado non abbia espresso esplicitamente la contrarietà americana al referendum, ha messo in luce il timore che questo possa “distrarre da questioni più importanti”, ovvera la lotta al terrorismo.
Spesso e con motivazioni differenti, analisti e politici ritengono che in base all’attuale contesto internazionale e regionale, un Kurdistan iracheno indipendente possa risultare sconveniente, causando ulteriore instabilità in una regione dove la pressione istituzionale stenta farsi sentire e i conflitti rendono impossibile uno sviluppo economico della regione. Queste problematiche sono sicuramente veritiere, ma peccano di miopia. La forza destabilizzatrice dovuta all’istituzione di un Kurdistan iracheno indipendente è inevitabile: non si presenterà forse mai un momento storico in cui un cambiamento dello status quo internazionale di tale portata avverrà senza causare malcontento e opposizione. L’interrogativo da porsi è piuttosto su quanta instabilità un avvenimento del genere possa creare. Al di là dell’opposizione sovracitate, l’autodeterminazione del popolo curdo, o di una parte di esso, appare come un processo ritardabile, forse, ma inevitabile, in definitiva. Le condizioni socio-politiche attuali non saranno sicuramente ottimali, ma permettono, senza dubbio, che la parte Nord dell’Iraq possa staccarsi da Baghdad in maniera relativamente pacifica. Non sappiamo se un domani queste condizioni si potranno ripetere. La fondazione del Grande Kurdistan tout court è un’idea impraticabile sotto ogni punto di vista, ma ingnorando la questione curda, questa sicuramente non si risolverà. La creazione di una prima entità statale curda può essere un modo per risolvere tale questione in maniera graduale e non traumatica.

Please follow and like us:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *