Israele-Palestina: accordi di Oslo, 13 settembre 1993

Cosa si stabilì negli accordi di Oslo, e qual è la situazione attuale a distanza di 24 anni?

La “Dichiarazione di principi” è il nome del documento risultante dagli accordi di Oslo avvenuto nel 1993 tra il leader palestinese Arafat e il primo ministro israeliano Rabin.
Gli israeliani, in quest’occasione riconobbero per la prima volta l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina come l’interlocutore ufficiale del popolo palestinese e gli garantirono il diritto di governare su alcuni dei territori occupati. L’OLP, da parte sua riconobbe il diritto dello Stato di Israele di esistere nella pace e nella sicurezza.

L’obiettivo principale dell’accordo era quello di “mettere fine a decenni di scontri e conflitti, riconoscendo i reciproci diritti per giungere ad un accordo di pace giusto, durevole e globale”.

Questi riconoscimenti reciproci rappresentarono una novità assoluta nei rapporti tra Israele e i palestinesi. Israele promise di ritirarsi dalla striscia di Gaza e dall’area di Gerico, in Cisgiordania. Promise inoltre di ritirarsi da altri territori occupati militarmente, nei successivi cinque anni. Secondo gli accordi, in questi territori si sarebbero insediati dei governi palestinesi eletti localmente. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è un’entità provvisoria che avrebbe dovuto lasciar spazio cinque anni dopo ad uno Stato indipendente.

 

Una seconda parte dell’accordo, siglato nel 1995, suddivideva la Cisgiordania in tre aree: l’area A sotto il controllo palestinese; l’area B sotto il controllo condiviso: l’amministrazione civile palestinese e il controllo militare israeliano; infine l’area C sotto il controllo israeliano.
In un terzo tempo vennero affrontati gli aspetti più spinosi del problema come i confini tra i due stati, lo status ultimo di Gerusalemme e delle colonie israeliane in Cisgiordania, e infine la questione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi della guerra del 1948.
Tuttavia, il leader palestinese Arafat e l’OLP non ebbero il controllo su tutti i gruppi militari che combattevano per la liberazione della Palestina. Furono diversi i gruppi che si schierarono contro gli accordi: in particolare Hamas e il Jihad Islamico, due gruppi di matrice religiosa, e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.
Nei mesi successivi alla firma, gli attacchi contro Israele aumentarono.

Alcuni israeliani criticarono Arafat di non essere in grado di garantire la pace prevista dagli accordi, mentre altri accusarono addirittura l’OLP di essere complice dei gruppi che continuavano la lotta armata.
In Israele subito dopo il 1993 ci fu un voto di fiducia al governo. In particolare il partito di destra, il Likud, fu contrario agli accordi. Allo stesso tempo Israele rallentò la sua politica degli insediamenti in Cisgiordania, ma non la fermò. La popolazione dei coloni in Cisgiordania crebbe di circa diecimila persone l’anno.
Nel 1995 Rabin, il principale fautore degli accordi, fu ucciso da un fanatico religioso ebreo. Questo evento inferse un colpo basso al processo di Oslo.
Nel 1996 il Likud, ostile agli accordi, vinse le elezioni. Il nuovo primo ministro – nonché l’attuale primo ministro, Benjamin Netanyahu – aveva più volte definito gli accordi di Oslo un errore. Ufficialmente non li rinnegò ma non li mise mai neanche in pratica.
Negli ultimi vent’anni fallirono quasi tutti gli altri incontri che avrebbero dovuto risolvere le questioni lasciate in sospeso nel 1993. Uno degli incontri più importanti, considerato spesso il definitivo tramonto degli accordi di Oslo, fu quello di Camp David, nel luglio del 2000, dove si incontrarono il successore di Netanyahu, il premier laburista Ehud Barak, e Yasser Arafat. Il mediatore fu ancora una volta Bill Clinton. I negoziati fallirono e pochi mesi dopo scoppiò la Seconda Intifada, una serie di scontri molto duri tra palestinesi e israeliani che terminò soltanto nel 2005.

Sempre nel 2005, a un anno di distanza dalla morte di Arafat, si tennero le prime elezioni presidenziali dal 1996. Venne eletto Abbas, uno degli attivisti più moderati dell’OLP. Tuttavia il suo piano politico fallì, forse anche perché sottovalutò la popolarità di Hamas che nelle elezioni del 2006 conquistò la maggioranza.
Abbas dal canto suo ha sempre optato per una posizione mediana, non appoggiando direttamente gli attacchi a causa dei suoi legami con Israele e importanti organizzazioni internazionali, né condannando apertamente gli “eroi dei coltelli” per il timore di perdere ulteriori consensi tra i palestinesi.

Lo stesso Abbas non è riuscito a opporsi efficacemente all’espansione coloniale di Israele in Cisgiordania, né a migliorare la situazione economica della zona che si trova in serie difficoltà e dipende ancora moltissimo da Israele. Si pensi agli ostacoli che Israele impone ai palestinesi per sfruttare i terreni della cosiddetta zona C della Cisgiordania, quella più fertile.
Lo stallo dei colloqui tra Israele e Palestina ha condotto ad un’intensificazione delle violenze. Tra il 2013 e il 2014 John Kerry, segretario di Stato americano, ha provato invano a riavviare le trattative di pace tra le parti.

Cosa rimane degli accordi oltre vent’anni dopo?
Uri Savir, uno dei principali inviati israeliani impegnati nei negoziati, ha scritto un articolo sul New York Times per fare un bilancio degli accordi di Oslo vent’anni dopo la loro firma. Lo scopo principale degli accordi ossia mettere fine all’aspro conflitto che dura da più di 50 anni, scrive Savir, è fallito. Questo è dovuto in primo luogo all’elezione nel 1996 di un governo anti-Oslo e in secondo luogo all’incapacità di Arafat di controllare e fermare l’estremismo usato come mezzo per la lotta politica. Savir sostiene che senza il ruolo attivo della diplomazia americana, nessun accordo possa essere raggiunto.
Alcuni obiettivi sono stati raggiunti, come la creazione di un autogoverno in Palestina, l’Autorità Nazionale Palestinese, che esiste ancora oggi. L’assetto territoriale attuale è il risultato diretto degli accordi di Oslo. Attualmente l’ANP controlla alcune aree della Cisgiordania sia civilmente che militarmente, grazie alle sue forze di sicurezza. Altre aree sono amministrate civilmente, ma il controllo militare è rimasto in mano israeliana, mentre ci sono molte altre aree sotto controllo israeliano sia militare che civile.

Con gli accordi del 1993 divenne chiaro che la soluzione alla questione palestinese avrebbe dovuto contemplare due Stati per due popoli.

Cosa fare?
Alcuni sostengono che sia importante per gli americani e gli europei investire nel settore privato palestinese, cosi come incentivare lo sviluppo nel campo della tecnologia con particolare attenzione alla gioventù palestinese.
Nel processo di peace-making, è indispensabile dare importanza al contesto regionale, che nel passato non ha ricevuto sufficiente attenzione. I palestinesi dovrebbero essere incoraggiati e supportati inoltre dai paesi della Lega Araba.
La lezione principale che ci insegna Oslo, ci dice che il processo di pace per avere successo deve essere inclusivo e non elitario. C’è sempre più bisogno di interazione e cooperazione per raggiungere la riconciliazione.

E’ fondamentale ricordare che la maggioranza dei palestinesi e degli israeliani sono giovani e sono proprio loro a dover essere messi al centro del processo di peace-building.
L’unica cosa che Oslo e un futuro accordo avranno in comune, è l’essere giuste scelte morali che mirano a porre fine all’occupazione israeliana e al rifiuto arabo.

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Eleonora Cambedda

25 anni studentessa in Relazioni Internazionali presso l'Università di Cagliari. Appassionata di Medio Oriente, della lingua e della cultura araba. Negli ultimi anni ha affiancato allo studio accademico, la ricerca personale mirata a conoscere e ad approfondire le dinamiche e gli eventi nel Medio Oriente. In particolare, la sua ricerca si é focalizzata di recente sull'evoluzione dei diritti delle donne musulmane nell'ultimo secolo. Un altro tema a lei caro, é quello della prevenzione e risoluzione dei conflitti, che spera di poter approfondire frequentando un master all'estero nei prossimi anni.

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