Intervista a Anton Salman, sindaco di Betlemme

Anton Salman alla sua prima intervista del 2018: “combattiamo per la nostra dignità, i nostri diritti e la nostra libertà chiedendo alla comunità internazionale di trasformare le parole in fatti”

Anton Salman, sindaco di Betlemme da maggio 2017 ed avvocato della “Custodia della Terra Sancta”, insieme ad Ibrahim Faltas fu uno dei principali attori durante l “assedio alla Chiesa della Natività” a Betlemme (2 aprile- 10 maggio 2002) durante la seconda Intifada, nel ruolo di mediatore con le forze israeliane. In quei giorni, nell’ambito dell’operazione militare denominata “scudo difensivo”, le forze israeliane occuparono Betlemme con lo scopo di catturare alcuni militanti palestinesi. Molti di loro cercarono riparo all’interno della Chiesa dando vita ad un braccio di ferro con le forze israeliane. La situazione si concluse con l’esilio della maggior parte dei militanti palestinesi in Europa e nella Striscia di Gaza. Il bilancio di quei 39 giorni fu di 7 morti palestinesi e 40 feriti.
Salman succede alla prima donna sindaco di Betlemme, Vera Baboun, aggiudicandosi 8 dei 15 seggi disponibili. Di fede cristiana, secondo una legge del 1997 voluta da Yasser Arafat che stabilisce che sindaco e vice sindaco siano entrambi cristiani, uno romano cattolico, mentre l’altro greco ortodosso o viceversa.

F: Lei è stato uno dei protagonisti durante l’assedio alla chiesa della Natività a Betlemme. Può dirci qualcosa in più riguardo quei giorni?

A.S. Era il 2 aprile 2002 ed entrai nella chiesa intorno alle ore 19.00. Il pensiero comune era che tutto si sarebbe risolto in meno di un’ora, ma non fu così. Solo successivamente ci rendemmo conto di essere rimasti “bloccati” all’interno della chiesa, e così fu per 38 giorni. Il 39esimo giorno, era un giovedì notte, uscii dalla chiesa per negoziare con le forze israeliane, e da quel momento non mi fu più permesso di rientrare nella chiesa. Il resto della storia e la sua conclusione sono note a tutti.

F: Ci fu qualche interferenza da parte della comunità internazionale riguardo l’organizzazione e la resistenza all’interno della chiesa, o vi gestivate autonomamente?

A.S. No, la comunità internazionale non ha avuto alcun ruolo. Io ero responsabile sia dell’organizzazione all’interno della chiesa, sia della negoziazione con gli israeliani.  Dentro eravamo soli, fuori, le forze israeliane.

F: Recentemente Donald Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele. Secondo lei, perchè il presidente americano ha rilasciato questa dichiarazione sapendo che la conseguenza sarebbe stata quella di creare instabilità e disordine all’interno del già fragile contesto del Medio-Oriente?

A.S. Semplicemente perchè doveva mantenere le promesse fatte in campagna elettorale ai suoi elettori e soprattutto al Governo israeliano, oltre a voler tenersi stretto la poltrona alla Casa Bianca. Sapeva benissimo che la sua affermazione avrebbe creato proteste e contrasti, ma il supporto di Israele era, ed è, fondamentale per lui e per gli Stati Uniti. A causa di questa sua affermazione, Trump ha perso il ruolo di intermediario neutrale nel processo di pace tra Palestina ed Israele, schierandosi apertamente dalla parte di Israele e contro la Palestina. Il processo di pace quindi ora non riguarda solamente questi due stati: le parti in gioco sono cambiate, con la Palestina da una parte e Israele e gli Stati Uniti (specialmente l’amministrazione Trump) dall’altra.

F: Personalmente pensa che Donald Trump possa in futuro rettificare o ritrattare la sua dichiarazione riguardo Gerusalemme?

A.S. Penso che al momento l’unica azione possibile per fargli cambiare idea sia la pressione che può esercitare la comunità internazionale. Purtroppo però, fin ora, non c’è stata alcuna pressione finalizzata a fargli cambiare il pensiero. La comunità internazionale al momento non riconosce la decisione di Trump, e questo lo apprezzo, ma non è abbastanza. L’influenza che noi vogliamo è un’altra: l’Europa e il resto della comunità internazionale deve ufficialmente riconoscere la Palestina come uno Stato nei confini del 1967, con Gerusalemme sua capitale.

F: Durante le festività natalizie Betlemme si riempie di turisti che visitano luoghi sacri come la Chiesa della Natività, la Grotta del latte, ma anche siti di rilievo politico come il muro che separa Israele e la Palestina. Quali sono i suoi obiettivi per questa legislatura sia dal punto di vista politico che dal punto di vista della città di Betlemme e dei suoi cittadini?

A.S. Come palestinese voglio vedere assicurata la nostra indipendenza, la nostra libertà e la nostra dignità umana. A questo desiderio si aggiunge l’intenzione di “costruire” il nostro Stato nei confini del 1967, con Gerusalemme capitale.
Riguardo la città di Betlemme nei prossimi anni vorrei proseguire nell’opera di sviluppo della città, rendendo la vita dei miei cittadini più semplice grazie alla costruzione di nuove infrastrutture, rinnovando e ristrutturando quelle già esistenti. Questo contribuirà ad aumentare il numero di turisti che visitano Betlemme e i suoi meravigliosi luoghi.

F: Recentemente Benjamin Netanyahu ha dichiarato di voler annettere gli insediamenti in Cisgiordania. Cosa pensa riguardo questa affermazione e in generale della politica del Primo Ministro israeliano?

A.S. Tutti le azioni e le affermazioni di Netanyahu sono chiaramente contro il processo di pace. Lui non è interessato ad alcun processo di pace. Ogni giorno lavora per rafforzare lo status degli insediamenti illegali, e questo è parte del suo gioco contro la Palestina e i palestinesi.

F: Come vede il futuro della Palestina?

A.S. Nessuno può sapere cosa succederà, ma la nostra speranza è che l’occupazione israeliana nei nostri territori finisca presto. A tal proposito, abbiamo bisogno che la comunità internazionale faccia la sua parte riconoscendo ufficialmente la Palestina come uno Stato. Senza questo, sarà molto difficile far terminare questa occupazione e sviluppare un reale processo di pace. A livello internazionale si parla sempre della soluzione a due Stati sui confini del 1967, ma queste parole e questi discorsi hanno un’importanza limitata. Per la pace nella regione la soluzione è trasformare le parole in fatti. Dovete spingere Israele ad accettare la soluzione dei due Stati sulla base dei territori del 1967. Questo è il ruolo principale che la comunità internazionale dovrebbe e deve giocare.

                                                                                                                                    a cura di Fabio Monni

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