India. Dal sacro al profano: le aggressioni in nome dei “gau rakshak”, protettori delle vacche “sacre”

In difesa delle vacche sacre, in nome della fede induista, uccise 28 persone in 7 anni attraverso linciaggi pubblici e aggressioni collettive

Da qualche anno a questa parte in India si rilevano sempre più frequentemente atti di violenze riconducibili, per un lettore occidentale, ad una motivazione ​alquanto inusuale: la difesa delle mucche. Quest’ultime sono considerate sacre per le comunità di fede induista, ma per le confessioni minoritarie, nonché per alcune classi sociali all’interno dell’induismo stesso, costituiscono una delle principali fonti di sussistenza, sia alimentare che economica. Il diverso valore attribuito alla mucca è la fonte delle cruenti persecuzioni. Infatti, una quantità sempre maggiore di simpatizzanti delle frange estreme dei partiti ultra nazionalisti/induisti sta organizzando dei movimenti in difesa dei bovini, con lo scopo di compiere dei veri e propri raid nei confronti di chi è sospettato​ ​anche​ ​solo​ di ​trasportare​ ​mucche ​verso​ ​i​ ​macelli.​

Negli ultimi tempi l’ondata di violenze si è inasprita in seguito ad alcune decisioni prese dal governo: il 23 maggio l’esecutivo attualmente al timone, guidato dal partito conservatore induista (BJP) ha emanato un provvedimento contro il consumo e la macellazione di carne bovina. Il Primo Ministro Narendra Modi afferma che la legge è stata ideata per la prevenzione del maltrattamento degli animali e la regolamentazione del mercato del bestiame. Tuttavia, in merito alla questione era già stato presentato un decreto nel 1960, il Prevention of Cruelty to Animals Act, e la recente decisione di ampliare le restrizioni ha suscitato indignazioni tra diversi elementi della società, tra cui la comunità musulmana, in quanto il provvedimento ricadeva a ridosso del ramadan, tra i dalit (noti come la casta degli “intoccabili”), molti dei quali traggono il proprio sostentamento dalla lavorazione delle pelli bovine, e tra le numerose popolazioni tribali, che vivono principalmente di caccia. Se si tiene in considerazione, inoltre, che la macellazione delle mucche da latte era già bandita in tutti gli Stati dell’India, al di fuori del Kerala e di alcuni Stati del Nord Est, la situazione desta ancora maggiori perplessità. Il decreto nello specifico restringe la possibilità di compravendita ai soli animali destinati all’agricoltura e vieta il commercio diretto di animali da macello ai mercati del bestiame, tra cui oltre le mucche si annoverano anche bufali, tori e cammelli, riservando la licenza di vendita ai soli proprietari terrieri. Risulta evidente come tale provvedimento vada a discapito di contadini e mercanti meno abbienti. In tutto ciò appaiono ancor più paradossali le reali condizioni in cui versano le vacche più anziane scampate al macello, libere di fare le proprie scorribande lungo le strade delle città a caccia di immondizie e lasciate morire​ ​senza​ ​alcuna​ ​particolare​ ​attenzione.

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A destare maggiormente la disapprovazione di una parte dell’opinione pubblica è la convinzione che l’emendamento celi la volontà discriminante del governo, orientata verso la valorizzazione della tradizione hindu, che si teme possa creare una spirale di violenze dettate dalla fede religiosa. Infatti, come documentato da una recente ricerca condotta da IndiaSpend, nei primi sei mesi del 2017 si contano circa 20 aggressioni riconducibili ai gau rakshak. Il numero delle vittime di queste violenze sale a 28 dal 2010 al 25 giugno 2017, di cui il 97% si sono verificati sotto il governo del BJP (al potere dal 2014), e la parte lesa è prevalentemente costituita da musulmani e, in misura minore, da dalit, cristiani e Sikh. Il dato risulta ancor più preoccupante se si pensa alle modalità con cui vengono effettuate le violenze, dal pubblico linciaggio alle aggressioni collettive, che vengono anche riprese e diffuse sui maggiori social network. 

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Il premier Modi solo di recente ha ribadito che costoro che uccidono in nome della difesa delle vacche sacre sono dei falsi gau rakhshak, che andrebbero condannati incondizionatamente, in quanto agirebbero contro gli ideali nazionali di pacifica convivenza. Ciononostante gli oppositori del governo ribadiscono che il silenzio mostrato fino ad ora sia assordante, e che sottintenda un’adesione all’estremismo induista. Il timore di una società alla deriva del “comunalismo”, che si erge sugli scontri etnico-religiosi, si registra sin dalla nascita della repubblica federale indiana (1947), costituendo una minaccia perenne per la democrazia del subcontinente, che, nonostante le periodiche rivendicazioni delle varie comunità religiose è sempre riuscita a mantenere le premesse nehruviane di uno stato laico e tollerante. Attualmente, a detta dell’esecutivo Modi, la situazione è sotto controllo sebbene rimanga alta l’allerta. Non rimane che aspettare sviluppi in merito, con la speranza che il fenomeno possa regredire il prima possibile, scongiurando un’ulteriore diffusione​ ​di​ ​intolleranza​ ​nel Paese noto a tutti come il promulgatore della non-violenza.

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