India: aumentano gli arresti nei confronti dei cristiani accusati di conversioni forzata

La comunità cristiana indiana si sente perseguitata dagli estremisti indù e chiede maggiore protezione dal governo

India, Madhya Pradesh. Lo scorso 14 dicembre nel villaggio di Bhumkahar sono stati arrestati 30 seminaristi e due sacerdoti. L’accusa a loro rivolta è di conversione forzata al cristianesimo, attuata tramite la diffusione dei canti natalizi. I malcapitati sono stati rilasciati il mattino seguente, mentre uno dei loro accusatori sarà giudicato per falsa testimonianza. L’imputazione di conversione forzata è un fenomeno che sta tornando sempre di più alla ribalta in India, incrementando l’insicurezza della comunità cristiana. Infatti, lo scorso 10 dicembre altre 4 persone sono state arrestate nel distretto di Dewas, sempre nel Madhya Pradesh. In questo caso si tratta del pastore di una piccola comunità pentecostale e tre dei suoi fedeli. La cronaca locale riporta come la polizia abbia fatto irruzione durante una cerimonia di raccoglimento mentre si celebrava l’avvento. Questi sono solo gli ultimi episodi di una lunga serie che si sussegue in diversi stati indiani.

La polizia fa ricorso ad una legge istituita nel Madhya Pradesh nel 1968: la “Madhya Pradesh Freedom of Religion Act”. Quest’ultima, attualmente in vigore in sette stati dell’India, fu emanata per arginare l’azione evangelica dei coloni britannici nei confronti delle comunità più remote e meno difese del Subcontinente. Di fatti la pena prevede un’asprimento se la vittima della conversione è una donna, un bambino, o una persona appartenente alle Scheduled Tribes e Scheduled Castes: Tribù e Caste identificate e classificate come comunità svantaggiate a livello socio-economico e religioso. E’ passibile nei confronti di questo reato chiunque cercasse di convertire qualcuno con la forza, con la seduzione (offrendo ricompense materiali o spirituali) o con la frode, in ogni caso contro la propria volontà. Le condanne possono raggiungere i 4 anni di detenzione, mentre le sanzioni ammontano fino a 10 mila rupie indiane.
Il punto critico della legge è la terminologia utilizzata per descrivere la conversione e gli strumenti utilizzati per perpetuarla. Diverse parti politiche fanno appello a tali cavilli per compiere deliberatamente discriminazioni religiose, in modo da poter trarre il consenso da parte dei propri sostenitori. A farne le spese, invece, è principalmente l’opera missionaria cristiana, con le sue scuole, gli ospedali e gli altri enti caritatevoli, considerate fonte di corruzione per lo spirito indiano. A brandire tali teorie, infatti, figurano numerosi gruppi relegati all’estremismo indù. Tra questi si annoverano lo RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh), branca paramilitare di estrema destra, al pari del BDJS (Bharat Dharma Jana Sena) e del VHP (Vishva Hindu Parishad).

E’ interessante notare come si sia capovolto il ruolo di chi fa ricorso a tale provvedimento. Infatti, istituito inizialmente a difesa delle confessioni indigene, attualmente viene utilizzato come un’arma dagli induisti per affermare la propria supremazia. Gli estremisti sono accusati di abusare di tale legge, ergendosi a baluardi della cultura indiana. Dal loro punto di vista, costringere le sette minoritarie a rinnegare la propria fede non costituirebbe una conversione, bensì una riconversione: un ritorno all’induismo, ritenuto il credo ancestrale per tutti i nativi dell’India. Inoltre, non sarebbe nemmeno assimilabile ad una conversione forzata e tantomeno perseguibile penalmente. Tutte le fedi minoritarie sono considerate una minaccia reale per la realizzazione dell'”Hindutva”: l’induizzazione dell’intero Paese, nonché ultimo obiettivo della loro missione. Tale traguardo non è stato fissato nemmeno troppo in là nel tempo, come dichiarato apertamente da uno dei leader del DJS, anzi, dovrà essere raggiunto entro il 2021.

Le comunità religiose minoritarie a tal proposito chiedono una maggiore presenza da parte dello Stato. Per giunta, esse sostengono che l’attuale governo di centro destra, guidato dal BJP, tuteli gli estremisti indù anziché arginarli. In tal senso, a rendere ancor più discutibili le valutazioni sul governo Modi è una recente classifica stilata da Open Doors (un’organizzazione che tiene conto delle violenze subite dalle comunità cristiane a livello globale). Quest’ultima ha classificato l’India al 15esimo posto dei Paesi ritenuti più pericolosi per la comunità cristiana. Una posizione poco gratificante, soprattutto se si tiene conto che il Subcontinente ha scalato ben 16 posizioni negli ultimi 4 anni, periodo che coincide con il governo BJP. Il picco delle violenze nei confronti dei cristiani si è raggiunto nel primo quadrimestre del 2017, raggiungendo circa 410 incidenti. Questi possono variare dalla discriminazione sociale alle percosse pubbliche, nonché all’incendio della propria abitazione. Nella maggior parte dei casi è stato riportato che gli esecutori erano degli estremisti indù.

Le stime nazionali annoverano solo il 2% della popolazione indiana alla confessione cristiana. Inoltre, circa il 70% di quest’ultimi appartiene alla casta dei dalit, più noti come “intoccabili”. Questi sono già soggetti a discriminazioni di tipo socio economiche da tempo immemore nella società indiana. A rendere la questione paradossale è che la conversione al cristianesimo avrebbe dovuto conferire loro una maggiore equaglianza, andando ad abolire le divisioni castali. Ma purtroppo si devono ancora riscontrare episodi che vanno in direzione contraria a tali auspici.
Ulteriormente, i dalit cristiani sono esclusi anche del sistema di classificazione delle Scheduled Castes e Scheduled Tribes, che consente alle classi svantaggiate di ottenere delle quote fisse in diversi settori lavorativi. In effetti, nella costituzione si fa presente che coloro che vi appertengono debbano essere di fede indù, poiché la religione cristiana e islamica non dovrebbe essere soggetta a tali differenze di trattamento. Resta dunque difficoltosa per i dalit di tutte le fedi religiose la via che porta all’estinzione di ogni genere di discriminazione.

Il Primo Ministro Narendra Modi ha definito la discriminazione religiosa anticostituzionale ed ha dichiarato che la libertà di fede è innegoziabile. A fronte di tutto, Modi è tenuto a dare una risposta concreta e immediata alle comunità cristiane. Soprattutto deve riuscire a convincerli che le frange estremiste induiste non siano un’emanazione del governo atto a convertire con la coercizione le minoranze religiose. L’India deve far fronte quanto prima alla minaccia dell’estremismo religioso se non vuole mettere in discussione la sua secolarità agli occhi della comunità internazionale, legittimando la propria storia millenaria, caratterizzata dalla tolleranza e convivenza pacifica tra le innumerevoli espressioni culturali presenti nel Paese.

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Fabiano Balzamino

Nato in Belgio, ho conseguito la maturità scientifica in Calabria e la Laurea Magistrale in Lingue e Civiltà Orientali a Roma. In particolare ho studiato la lingua e la cultura Hindi, concludendo il mio percorso universitario con una tesi sul movimento Naxalita (considerato la minaccia “maoista” del subcontinente indiano). Ho iniziato a collaborare con “il cosmopolitico” perché mi interessano le vicende e le lotte politiche delle minoranze in atto nella regione dell’Asia Meridionale, in tutte le sue forme. Ma sopra ogni cosa, il mio interesse principale è viaggiare.

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