Il diritto di difendere

Nel ventesimo anniversario della Dichiarazione ONU sui Difensori dei Diritti Umani, quella della criminalizzazione della solidarietà è ormai una emergenza globale che necessita di meccanismi di protezione efficaci e diffusi

Karim Hamdy aveva 27 anni quando venne sequestrato dalle forze di sicurezza egiziane nel febbraio del 2015. Le dieci costole rotte e l’emorragia cerebrale rilevate a seguito dell’autopsia lasciano facilmente intuire che in quei dieci giorni di detenzione che lo hanno portato a una morte violenta, sia stato torturato e sotto quella tortura costretto a confessare. Era accusato di aver partecipato a una protesta non autorizzata contro il governo del generale al-Sisi ma il vero motivo per cui Hamdy era scomodo al regime era perchè aveva consacrato la propria carriera di avvocato alla difesa di quelli che subivano abusi dalle forze di polizia egiziane. Hamdy era dunque quello che oggi si definisce un Difensore dei Diritti Umani.
Secondo la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Difensori (e le Difensore) dei Diritti Umani siglata il 9 dicembre 1998, un Difensore è colui che, individualmente o insieme ad altri, agisce per promuovere e proteggere i diritti umani in modo non violento. È un Difensore chi si oppone a dittature e regimi oppressivi, chi si batte per la libertà di espressione, chi lotta contro la discriminazione e le ingiustizie, chi documenta violazioni dei diritti umani, chi difende le vittime di abusi. E come Hamdy, i Difensori subiscono minacce, attacchi fisici, campagne di diffamazione, montaggi giudiziari, arresti arbitrari e perfino la morte sotto tortura.

I rapporti di Amnesty International e di Front Line Defenders documentano più di 300 Difensori nel mondo uccisi soltanto nel 2017, mentre secondo quanto riportato dall’Associazione Giuristi Democratici, in Egitto negli ultimi 3 anni sono stati registrati più di 100 arresti all’anno di avvocati, con l’accusa di terrorismo. Insieme alla Colombia dunque, l’Egitto è il Paese più rischioso per chi lotta in quello che ormai è uno spazio sempre più ristretto di agibilità civile e politica. Dal 2013 si è assistito a massicce campagne contro le opposizioni interne: torture, arresti arbitrati ed esecuzioni di massa per reprimere ogni forma di dissenso sono diventate da tempo pratiche diffuse in un Paese che da anni non conosce tregue dallo stato d’emergenza dei suoi regimi militari. Tuttavia non sono solo le forze armate a perseguitare i Difensori: sono anche i magistrati e i pm stessi che montano prove e processi falsi, quando non si ricorre direttamente alle corti militari.  Nonostante il dettato costituzionale (art. 84) sancisca l’indipendenza del giudiziario, di fatto poi la nomina dei magistrati è in mano all’esecutivo rendendo così il tribunale non una garanzia per il cittadino ma il luogo della repressione governativa.
A vent’anni dalla Dichiarazione Onu, ormai quella dei Difensori è un’ emergenza globale che invece di diminuire è andata progressivamente aumentando soprattutto anche dall’altra parte del mondo, dove i leader locali delle comunità come quella di San Josè de Apartadò in Colombia vengono uccisi mentre difendono la terra e l’ambiente dall’azione devastante delle grandi imprese estrattiviste e delle infrastrutture. Viene oggi dunque da chiedersi se i meccanismi di protezione attivati sia dalle Nazioni Unite che dall’Unione Europea – con la European Union Temporary Relocation Platform – e i programmi promossi da alcune città europee che ancora stentano però ad assumere un profilo nazionale e strutturato, siano sufficienti a rispondere al fenomeno dilagante di criminalizzazione della solidarietà in tutte le sue forme – si veda a questo proposito anche il recente caso di Proactiva Open Arms – e della demonizzazione del diritto di difendere i soggetti più vulnerabili.

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