Germania post voto. Il nodo della coalizione

All’indomani delle elezioni che hanno riconfermato la CDU-CSU prima forza politica, seppur in netto calo, Angela Merkel dovrà fare i conti con un risultato che rende incerte le future alleanze

Il voto tedesco ha consegnato all’Europa una Germania in cui la “Mutti” Angela Merkel esce fortemente indebolita. Non solo per gli 8 punti percentuali in meno della Cdu-Csu rispetto ai risultati del 2013, ma soprattutto perché nell’immaginario collettivo è finita l’epoca del dominio incontrastato della Cancelliera.
Pur continuando ad essere la candidata del partito più votato (distaccando la Spd di 12 punti e ottenendo la stragrande maggioranza dei 299 seggi uninominali), la sensazione è quella dell’inizio della fine di un’era in cui i partiti tradizionali devono fare i conti con un sentimento di insoddisfazione proveniente da aree ben precise del paese. In un periodo in cui la presenza dei partiti sul territorio non è più forte e radicata come un tempo, il voto, un tempo fondato sull’ideologia di appartenenza, è oggi molto più fluido e incontrollabile.

Tuttavia, sulla base dei risultati nelle circoscrizioni elettorali, è possibile analizzare alcune tendenze che rendono più chiaro l’andamento del voto.
È interessante notare come in tutta l’area dell’ex Ddr Alternative fur Deutschland sia risultato stabilmente il secondo partito per consensi ottenuti, superando addirittura la Cdu nella Sassonia e arrivando a punte del 35% nell’area di Dresda, il distretto dove è stata eletta l’ex leader, ora dimissionaria, Frauke Petry. Il successo di Afd in queste zone è dovuto anche al parziale calo della Linke, da sempre la principale forza politica della zona Orientale.
Si osserva dunque in Germania ciò che è successo anche in altri paesi (vedi Francia e Usa): le cosiddette formazioni populiste fondano il loro successo non solo sui voti provenienti da destra, ma anche da quel bacino elettorale che una volta apparteneva alle forze socialdemocratiche o comunque non conservatrici (vedi l’area della Rust Belt statunitense, in cui gli operai alle ultime presidenziali hanno votato in massa per Trump). Difficile definirli soltanto “voti” di protesta, piuttosto possono essere considerati “vuoti” lasciati dai partiti di governo e da una politica in materia di immigrazione che ad oggi viene vista con diffidenza in tutte le aree periferiche e popolari delle città europee. Si è parlato spesso del sentimento di abbandono denunciato dalle nuove classi operaie e più disagiate che, temendo l’arrivo di stranieri disposti a lavorare senza particolari garanzie, votano Lega in Italia, Afd in Germania, Front National in Francia. Non a caso l’Afd ha fondato il suo successo proprio nell’area di confine della Germania con i paesi del gruppo “Visegrad”, i principali oppositori alla politica di accoglienza portata avanti strenuamente dalla Merkel.
L’immigrazione, e la sicurezza che ne deriva, è quindi il principale motivo del balzo in avanti del partito guidato da Alice Weidel e Alexander Gauland, in un paese che non ha sofferto particolarmente la crisi economica degli ultimi anni, e che nel 2016 ha registrato una disoccupazione pari al 4% e un Pil Pro capite annuo superiore di quasi 10 mila euro rispetto alla media Ue.
Nonostante i dati diano ragione ad Angela, quest’ultima paga lo scotto di essersi spostata a sinistra con le sue politiche su immigrazione, salario minimo, energia e matrimoni gay che, se da una parte le hanno garantito di mantenere stabile la Grosse Koalition, dall’altra hanno creato malumori non solo nella Cdu ma anche all’interno del partito gemello bavarese Csu, già deluso dalle dichiarazioni in merito all’accoglienza dei profughi siriani nel 2015.

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In questo panorama politico l’altra grande sconfitta è la Spd di Martin Schulz, sprofondata al minimo storico del 20% dei consensi e conservando soltanto qualche roccaforte in Bassa Sassonia (Brema) e nelle Renania Settentrionale – Vestfalia (Dortmund). Lo scarso fervore della campagna elettorale (strategia riuscita alla Cancelliera) e la presenza dei socialdemocratici nel governo in due delle ultime tre legislature, hanno impedito veri e propri attacchi sulle scelte attuate dai precedenti governi mostrando alla popolazione due leader quasi speculari. Quest’immagine ha sfavorito entrambi, ma se Merkel poteva contare sul ruolo guida politica ed economica che la Germania ha assunto in Europa, non si può dire lo stesso di Schulz, che ha passato gli ultimi 20 anni nel Parlamento Europeo, ricoprendo numerosi ruoli fino alla presidenza.
Accanto al tracollo dei partiti tradizionali, al successo dell’Afd e alla tenuta della Linke, si deve registrare il ritorno nel Bundestag per i liberali di Lindner e il seppur minimo aumento dei Verdi, che hanno superato il 9% dei consensi.
Nel nuovo universo politico tedesco saranno proprio questi ultimi due partiti ad avere un ruolo fondamentale nella formazione del nuovo governo. A seguito delle dichiarazioni di Schulz, infatti, la Spd non rinnoverà la fiducia al quarto mandato della leader della Cdu. La scelta probabilmente è derivata dalla necessità di riacquistare consensi, che un ruolo di opposizione potrebbe favorire, e dalla volontà di non lasciare il monopolio della lotta politica all’estrema destra entrata in Parlamento.

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Su queste basi tutte le ipotesi relative alle possibili alleanze per la formazione di una maggioranza celano numerose insidie dal punto di vista della stabilità e dell’immagine dei cristiano-democratici.
Ad oggi la coalizione più probabile è la cosiddetta “Giamaica”, dal colore dei tre partiti che la formano cioè Cdu, Liberali e Verdi. Tale soluzione garantirebbe una fiducia di 393 parlamentari, 38 in più rispetto al minimo richiesto. Nonostante sia considerata l’ipotesi più logica, questa soluzione non esalta Angela Merkel, in parte per la distanza ideologica tra i due partiti di minoranza su molti temi cruciali, in parte per il rigore economico sostenuto dai liberali che richiederebbero il Ministero dell’Economia come moneta di scambio per il loro sostegno, e rendendo in questo modo di difficile applicazione l’istituzione del Ministro delle Finanze Europeo tanto voluto da Macron. Inoltre la Cdu sarebbe maggiormente esposta agli attacchi dell’opinione pubblica, essendo vista come principale responsabile nelle scelte più delicate.
L’unica altra coalizione ad oggi immaginabile sarebbe proprio quella con la Spd (se quest’ultima cambiasse la propria posizione), che porterebbe ad una maggioranza ancor più risicata, ma con la quale sarebbe garantita una maggiore collaborazione ed una stabile politica filo-europea.
Probabilmente questa sarebbe anche la soluzione gradita alla Afd, che si ritroverebbe ad avere una visibilità maggiore tra le forze ostili al governo, e si proporrebbe come l’unica formazione veramente nuova nel panorama politico nazionale ed estranea ai “giochi di potere” (nonostante sia stata fondata da Bernd Lucke, economista dell’università di Amburgo, e nonostante il suo leader Alexander Gauland abbia un passato nella Cdu).
Nell’universo delle coalizioni possibili sembra invece quasi impossibile coinvolgere nel governo di Berlino le ali estreme di sinistra e di destra, per scarsa affinità ideologica e per l’estrema instabilità che ne deriverebbe. Improbabile anche la formazione di un governo di minoranza che si formi su coalizioni su singoli argomenti.

Ad oggi, dunque, la Germania si appresta ad affrontare una spinosa questione istituzionale di cui si possono solo intuire i possibili scenari ma non le conseguenze future per quanto riguarda la tenuta democratica. Di sicuro Angela Merkel dovrà prepararsi al suo mandato più difficile, avendo però sempre come obiettivo quella stabilità e quella politica del compromesso che le hanno permesso di governare tanto a lungo.

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