Essere jihadisti

Essere jihadisti Isis, Abu Bakr al Baghdadi
Essere jihadisti Isis, Abu Bakr al Baghdadi

Il fenomeno dei jihadisti che ha un carattere politico, sociale, culturale e giuridico è stato, con grande probabilità, sottovalutato dalle agenzie di intelligence americane.

Ma la conquista di un vasto territorio tra Siria e Iraq da parte dell’ ISIS, nuova sigla del terrore, erede di Al-Qaeda, l’ala più estremista dell’islam integralista sunnita, un’ala fanatica, pericolosa, che fonda la sue atrocità sulle uccisioni, violenze sessuali, schiavitù, atti di pulizia etnica e conversioni forzate, capeggiata dal terrorista  autoproclamatosi “califfo”, Abu Bakr al Baghdadi, ha indotto gli USA, negli ultimi mesi, da un lato a intensificare l’attività di intelligence in quei territori, anche attraverso voli di ricognizione e sorveglianza, dall’altro a trasformare la politica militare USA, iniziata con una campagna di raid aerei ad agosto a scopo “difensivo” a favore delle minoranze religiose e del personale diplomatico presente, in una forma spiccatamente “aggressiva” e “offensiva”, l’unica possibile –secondo il portavoce del Pentagono, ammiraglio John Kirby – in grado di distruggere la capacità di comando e di controllo dell’ISIS.

Fatto sta che a partire dall’inizio dell’estate scorsa si è registrato un’impennata del numero dei combattenti stranieri arruolati nella “Legione Straniera di Allah” per percorrere la strada della guerra santa in Siria e Iraq. I jihadisti reclutati, accorsi da tutto il mondo a combattere nel nome del Corano per lo Sato islamico, sono passati nel volgere di pochi mesi da 10mila a oltre 30mila, di cui 3mila europei. Stima, purtroppo, destinata a crescere. L’allarme è stato lanciato dalla Cia e da Gilles de Kerchove, responsabile del coordinamento europeo per l’Antiterrorismo, che ha giudicato possibile che questo aumento sia dovuto all’avanzata sul terreno del gruppo dello Sato islamico e all’impatto che la proclamazione di un “califfato” sulle zone conquistate ha determinato.

I paesi che forniscono i combattenti stranieri sono 80 tra cui: USA, Canada, Giappone, Australia.

Il vecchio continente fornisce una vera e propria brigata con oltre 3000 combattenti – molti dei quali con passaporto europeo – che militano tra le file dello Sato islamico e delle altre organizzazioni jihadiste attive in Siria e Iraq. Francia e Inghilterra sono le capitali del jihadismo di esportazione, grazie alle corpose comunità islamiche legate al loro storico ruolo di paesi colonizzatori. In Francia  almeno 930 fra cittadini e residenti d’Oltralpe militano sul fronte siriano. Di questi 350 (di cui 60 donne reclutate a vario titolo) combattono attivamente tra le file dell’ISIS. Nel Regno Unito si contano 500 volontari in Siria e 250 tornati in patria, e una componente rosa considerevole. Come non ricordare Sally Jones, convertita 45enne del Kent, famosa per le sue apparizioni su YouTube in cui si dichiara ansiosa di decapitare un cristiano. O un’altra britannica convertita che gestisce a Raqqa un bordello dove le donne yazide irachene sono ridotte al ruolo di schiave sessuali per soddisfare i combattenti del Califfato. Poi c’è il Belgio che conta quasi 400 volontari che hanno deciso di combattere per lo Stato islamico. I Paesi Bassi 130 volontari. La Germania 378, tra cui diverse ragazzine (la più giovane delle quali di soli 13 anni), volate in Siria per sposare, in una sorta di romantico ideale, jihadisti conosciuti via internet. La Spagna, con un campo di addestramento vicino Ávila, a circa 100 chilometri da Madrid, e le sue numerose comunità marocchine e tunisine, conta una brigata di quasi 100 volontari. L’Italia 50 combattenti (100 coloro che in vario modo e con vari livelli d’intensità simpatizzano con l’ideologia jihadista). Anche l’Austria conta numerosi volontari, mentre la Scandinavia, ha accertato 350 casi di adolescenti letteralmente plagiati dal fascino sinistro della guerra in nome di Allah, in un nuovo fenomeno chiamato children-jihad.

La crescita senza freni del numero dei combattenti stranieri indottrinati alla Jihad e pronti a morire per essa, desta grande preoccupazione, oltre a essere elemento destabilizzante sul giudizio della politica estera di Barack Obama, che oggi, pur prevedendo una guerra contro l’ISIS di altri tre anni, non è stato, secondo analisti militari, capace di adottare opportune strategie per contrastare la crescita dell’ISIS e l’espansione dell’Islam.

Qualche settimana fa il Guardian on line ha rivelato un dossier dell’UE dalla quale emerge la possibilità concreta di un attacco di grandi dimensioni in Europa, con il rientro dei jihadisti europei dall’Iraq e dalla Siria. Gli USA venuti a conoscenza del dossier hanno espresso preoccupazione circa la reazione europea, non abbastanza attiva. Resta in ogni caso uno stato di allerta altissimo su potenziali bersagli come le metropolitane americane e di Parigi, tanto che le polizie e servizi segreti, in Europa e nel mondo, sono fortemente impegnate nel proseguire la caccia ai terroristi ovunque si nascondano. E’ di qualche giorno fa la notizia secondo cui è stato sventato in una operazione antiterrorismo il primo attacco collegato all’ISIS sul suolo britannico. Uno dei quattro arrestati a Londra secondo il Daily Telegraph e Daily Mail, sarebbe un ex jihadista che ha combattuto in Siria e di recente era tornato nel Regno Unito. Le indagini riguardano anche la possibilità che i quattro stessero organizzando una “esecuzione” simile alle decapitazioni dei miliziani dell’ISIS sui prigionieri occidentali nelle loro mani. Sullo sfondo resta un’attività intensa dell’UE i cui paesi ogni anno arrestano in media 200 militanti e sventano una mezza dozzina di attentati riconducibili all’ideologia jihadista.

Diversi gli studi in corso, attraverso ricerche universitarie e giornalistiche, sui reclutamenti di jihadisti in Europa, un fenomeno in espansione e decisamente pericoloso per i giovani ….. anche non musulmani, non strutturati mentalmente, e dunque facile esca dei reclutatori della guerra santa.

La volontà di individui di partecipare alla Jihad al punto di essere pronti a commettere crimini contro l’Umanità, basti pensare alle decapitazioni apparse negli ultimi mesi su YouTube spesso ad opera di giovani, angoscia, ma al tempo stesso alimenta il desiderio di capire come nasce il fenomeno dei “foreign fighters”, i ragazzi occidentali che lasciano la loro vita per andare a combattere la loro “guerra santa” in Medio Oriente. Sapere dunque chi sono gli jihadisti europei, perché sono partiti e come sono stati reclutati.

Intanto occorre fare una premessa. Gli jihadisti, definiti anche “islamisti rigettanti violenti” (diversi dai rigettanti non-violenti e i partecipazionisti ad es. i Fratelli musulmani) sono individui o gruppi, frequentemente legati o perlomeno ispirati ad Al-Qaeda, che rigettano la partecipazione in sistemi democratici e usano la violenza come metodo principale per raggiungere l’obiettivo della creazione di un ordine politico islamico, nel senso di Stato i cui principi governativi, istituzioni e sistema giuridico derivano direttamente dalla shari’a. Ma sono definiti anche “jihadisti salafiti” (diversi dai “salafiti quietisti” e i “salafiti politici”) i quali adottano la forma più estrema del “salafismo” e usano la violenza per ottenere i propri obiettivi. Il “salafismo” è un movimento ideologico contemporaneo che, pur prefiggendosi il ritorno agli albori dell’islam, ha abbandonato il modernismo che è stato proprio delle sue manifestazioni ottocentesche, e si è investito di un profondo conservatorismo, letteralismo (interpretazione stretta e letterale dei testi chiave dell’islam) e, in alcuni casi di intransigenza e intolleranza (interpretazione che deve scolpire ogni aspetto della vita privata e pubblica del musulmano). I musulmani che cercano risposte esistenziali sono attratti dall’islam assoluto che il salafismo fornisce. Va precisato comunque che il salafismo in generale, pur adottando idee e posizioni in netto contrasto con l’interpretazione attuale dei diritti della donna o della libertà religiosa, e nonostante alcuni segmenti del movimento salafita approvi l’uso della violenza, non va confuso, salvo casi particolari, all’estremismo e al terrorismo.

In Europa i profili di jihadisti includono criminali incalliti che vivono ai margini della società, così come laureati che lavorano in prestigiose istituzioni del continente, oppure teenager e cinquantenni, convertiti ad Allah, senza alcuna conoscenza dell’Islam, e musulmani con alle spalle studi in teologia musulmana, donne e uomini. Un dato è certo: è stata, attraverso studi condotti già da tempo, demolita l’immagine del terrorista necessariamente povero, proveniente da classi disagiate e senza grandi prospettive. I profili di jihadisti sono molto complessi, strettamente legati al concetto di terrorismo fondamentalista islamico internazionale, fenomeno antico, in continua evoluzione e intrinsecamente complesso e articolato. Si tratta di soggetti dalle caratteristiche sociologiche (età, sesso, origine etnica, istruzione, condizione sociale) estremamente eterogenee che condividono la fede jihadista, e interagiscono su internet, la principale piattaforma operativa, con i vari social network: Twitter, Facebook, YouTube, Paltalk e Instagram, con altri dello stesso credo nel paese in cui vivono e nel resto del mondo. Internet viene dunque sfruttato per le sue innumerevoli potenzialità in termini d’indottrinamento, addestramento, comunicazione, propaganda, raccolta di fondi, reclutamento dei nuovi adepti, ecc. mettendo così in atto un processo di “radicalizzazione d’ispirazione jihadista silenziosa”, tanto che in certi casi, prendiamo i teenager partiti per lo Sato islamico, nemmeno i genitori, in alcuni casi, si sono accorti della loro trasformazione, frutto di ore e ore trascorse davanti ad uno schermo ad ascoltare i discorsi dei predicatori e combattenti capaci di plagiarli letteralmente. Molti di essi, ritenuti “aspiranti jihadisti”, non sono coinvolti in alcuna attività violenta, ma limitano la propria militanza ad una attività spasmodica su internet, mirata a disseminare la propaganda jihadista che spazia dal materiale teologico a quello di puro addestramento operativo. Spesso operano al di fuori dell’ambito delle moschee, dove le loro idee non trovano terreno fertile; non hanno dei veri e propri contatti con i network jihadisti tradizionali che fanno capo a gruppi della galassia di Al-Qaeda, che tendono a essere diffidenti nei confronti dei nuovi militanti; internet è la loro unica piattaforma operativa.

I siti web di matrice jihadista sono a migliaia, non parlano più solo arabo , ma inglese, e in misura minore francese, tedesco e olandese. I siti vengono gestiti in parte direttamente da gruppi jihadisti, e in parte da soggetti ad essi scollegati, e grazie ai social fanno propaganda jihadista per creare proseliti in tutto il mondo.

Il passaggio dalla militanza da tastiera, ossia “jihadista da tastiera”, a quella nella vita reale, ossia da vero terrorista, riguarda solo alcuni che maturano l’idea di passare all’azione, che può consistere in pianificare attacchi o viaggiare all’estero per unirsi a un jihad.

Non pochi sono gli attacchi di piccola entità che vengono eseguiti da individui ispirati al jihadismo, ma operanti autonomamente. Questa    auto-radicalizzazione come filosofia del terrorismo trova conferma nei proclami lanciati dall’ideologo di Al-Qaeda Abu Musab al Suri, secondo cui «Al Qaeda non […] rappresenta il vertice della rete jihadista globale ma è piuttosto l’appello, rivolto a tutti i musulmani nel mondo, ad intraprendere il jihad […]», e dal portavoce qaedista Azzam al Amriki che, pochi giorni dopo la nota missione dei Navy Seals ad Abbottabad, in un filmato diffuso su internet intitolato “Responsabile solo di se stesso”, ribadiva la chiamata a un terrorismo fai-da-te.

Alla auto-radicalizzazione legata ad internet si affianca una radicalizzazione che avviene in piccoli gruppi, processo che parte dal basso verso l’alto. I soggetti hanno il primo contatto con l’ideologia attraverso amici, parenti, e conoscenti occasionali. Quelli che restano colpiti e coinvolti diventano dei simpatizzanti della jihad, e con un ulteriori incontri con soggetti quali predicatori estremisti, veterani di vari conflitti e web master di siti jihadisti possono iniziare un vero percorso di radicalizzazione. Il passo successivo per l’aspirante jihadista, a prescindere da come è avvenuta  la radicalizzazione,  è diventare un militante  unendosi a gruppi jihadisti all’estero. Nella stragrande maggioranza dei casi l’aspirante jihadista, cerca di entrare in contatto  in moschea, in palestra, in un ristorante o in un internet caffè con dei “facilitatori” per ricevere una facilitazione logistica per recarsi in Siria o in qualsiasi altro paese. Tali soggetti, in genere dei militanti che hanno combattuto in vari conflitti, possono fornire consigli su come entrare in un paese, fornire un numero telefonico giusto nel paese di destinazione, ma addirittura fornire visti, documenti falsi, biglietti aerei e soldi, mettendo così in campo un vero e proprio reclutamento.

Le motivazioni, che possono spingere un giovane a cominciare un processo di indottrinamento e poi a partire per unirsi ad un gruppo jihadista sono svariate e complesse. Può avere bisogno di vendetta, perché si percepisce come la vittima della società che gli impedisce di essere felice, e l’arruolamento nella “legione straniera di Allah” gli può far credere di fare qualcosa per mettere il mondo al suo posto.

Può avere bisogno di uno Status, perché magari è uno studente o un neo immigrato che si vede non realizzate quelle aspettative che in un altro posto la comunità gli riconoscerebbe. Al-Qaeda offre la gloria,il rispetto,la leggenda dei martiri.

Può aver bisogno di una identità, che solo l’appartenenza ad un gruppo di combattenti come quello di Al-Qaeda, con le sue regole chiare, la sua struttura, la sua obbedienza totale, i suoi ruoli e la sua ideologia, può dare. Può avere inoltre bisogno di un’avventura, perché facendo parte di una classe sociale medio alta è totalmente disinteressato alla vita mondana che lo aspetta, e pur di dimostrare di essere un uomo è disposto a sottoporsi a sfide difficili e avventurose.

Nonostante motivazioni apparentemente forti, nelle ultime settimane contrariamente a quanto si potesse immaginare molti occidentali che si sono arruolati tra le file dell’ISIS, presi da un cambio di rotta hanno disertando fuggendo dai luoghi di conflitto. Si tratterebbe, secondo il Sunday Times, di miliziani pentiti che ora fuggono pur non sapendo dove andare. Alcuni sarebbero bloccati in Turchia per paura di essere arrestati nel caso decidessero di rientrare in patria. Quelli fuggiti da Aleppo e Raqqa in Siria, sarebbero stati indotti dopo la delusione per essere stati impiegati non per combattere contro il regime siriano di Assad, ma contro gruppi rivali.

Il problema maggiore nel futuro prossimo sarà legato ai combattenti che rientrano dal jihad e che rappresentano un serio pericolo per l’intero occidente. Gilles de Kerchove, il capo dell’antiterrorismo europeo, è esplicito: «Non tutti sono estremisti, ma molti si radicalizzano in Siria. E una volta tornati a casa possono diventare una seria minaccia».

Onu, Nato, UE sono chiamate in causa alla stregua dei governi nazionali nel definire una politica preventiva del fenomeno.

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