Elezioni in Israele. La vittoria di Netanyahu in bilico.

Israele 17 marzo 2015. Elezioni politiche: è sfida all’ultimo voto

Domani in Israele si vota per rinnovare in anticipo la Knesset, unica camera con i suoi 120 membri del Parlamento israeliano, dopo solo due anni di legislatura del governo guidato da Benjamin Netanyahu. Dissidi interni al governo hanno portato a dicembre scorso a convocare nuove elezioni. Lo stesso Netanyahu ha spinto per l’interruzione anticipata della legislatura, al fine di ottenere una più coesa maggioranza di centrodestra. Per contrastare al Likud il ruolo di primo partito e la leadership a Benjamin Netanyahu, Tzipi Livni, ex ministro della giustizia, che guida la formazione centrista Hatnuah, ha creato un cartello elettorale di centro sinistra “l’Unione sionista” con il Labor Israel Party, partito laburista, di Isaac Herzog.

I sondaggi parlano di un testa a testa tra il Likud e l’Unione sionista, entrambi proiettati alla conquista di 22-24 seggi.

In campo molte questioni: temi di sicurezza e di politica estera, come le relazioni con la Palestina, e temi interni come l’insoddisfazione economica in particolare per il costo eccessivo per la vita.

Instabilità politica israeliana.

Uno dei maggiori problemi della governabilità di Israele è legato al suo sistema elettorale strettamente proporzionale in una singola circoscrizione che comprende tutto il paese. I cittadini possono votare solo il partito, ma non direttamente alcun candidato. Tale meccanismo spinge la maggior parte dei partiti a organizzare primarie per scegliere i candidati da mettere in lista, salvo i partiti religiosi, dove i candidati sono solo maschi e vengono scelti dal leader. La partita si gioca prima delle elezioni, e al momento dello scrutinio del voto ad un partito basta aver raggiunto la soglia del 3,25 dei voti per entrare in Parlamento. Puntualmente però la Knesset, l’unica camera con i suoi 120 membri, si ritrova frammentata, con il risultato di governi instabili ed elezioni frequenti. Basti pensare che dal 1948 ad oggi in Israele si sono succeduti 19 elezioni parlamentari e 33 governi. Per ovviare a questo strutturale problema, occorrerebbe una nuova legge elettorale, che potrebbe essere l’obiettivo della prossima coalizione di governo, qualora dal 17 marzo, dovesse uscire dalle urne un margine di voti molto ridotto tra Likud e Unione Sionista, e i piccoli partiti farebbero sentire il loro peso.

Il partito di Benjamin Netanyahu

Il Likud, partito dell’attuale primo ministro, detiene attualmente la maggioranza relativa e ha guidato gran parte dei governi degli ultimi anni. Il Likud in politica economica è un partito liberale, favorevole alle liberalizzazioni, e alla riduzione della spesa pubblica. Ha preso negli ultimi anni posizioni sempre più decise, nei riguardi della questione della Palestina rinnegando l’idea di formare una Palestina indipendente. D’altronde Benjamin Netanyahu, conosciuto anche come “Bibi”, che tenta di conquistare il suo quarto mandato come primo ministro alla guida del Likud, ha condotto una politica di espansione degli insediamenti ebraici nei Territori occupati e ha rotto nell’aprile del 2014 tutti i colloqui di pace con i palestinesi. Ormai è gelo totale con Abu Mazen, non riconosce più in Mahmoud Abbas un interlocutore credibile, a dispetto delle critiche della comunità internazionale, e ha fatto scricchiolare i rapporti con Barack Obama. E nella sua campagna elettorale portata avanti per l’appuntamento del 17 marzo le relazioni con i palestinesi sono scivolate ai margini, nonostante la guerra di Gaza l’anno scorso sia costata la vita a più di duemila persone.

Lo Stato-nazione degli ebrei è un altro progetto che Netanyahu vorrebbe realizzare. In realtà Israele non ha una costituzione, ma solo delle leggi fondamentali, e “Bibi” vorrebbe rendere definitiva la natura ebraica dello Stato. Solo una sua vittoria con una più chiara maggioranza conservatrice gli consentirebbe di approvare la legge di natura costituzionale per definire la natura di Israele. Anche se uno Stato-nazione degli ebrei creerebbe non poche difficoltà di convivenza tra Israele e il resto del mondo arabo. Progetto che non piace neanche a Barack Obama, e che rappresenta un ulteriore elemento di dissenso con la Casa Bianca.

Il nucleare dell’Iran è uno degli argomenti chiave della campagna del Likud di Netanyahau. Il suo recente discorso al Congresso USA è stato dedicato pressoché interamente alle trattative sul nucleare. All’America ha rimproverato le eccessive concessioni fatte alle ambizioni atomiche del regime degli ayatollah, che rappresenta la più pericolosa minaccia per la sicurezza di Israele. Questo braccio di ferro con il suo vitale alleato non gioverà di certo al Likud.

I sostenitori di Netanyahau hanno delle precise aspettative: sicurezza interna e regionale, niente concessioni territoriali ai palestinesi, cessazione delle liberazioni terroristi, lotta al terrorismo, battaglia contro l’Iran e la sua atomica.

Il tema dell’economia israeliana è il tallone d’Achille di Netanyahau, ed è la causa di un sensibile suo indebolimento nei sondaggi.

“La questione del budino” del ragazzo israeliano residente a Berlino, è stata ampiamente usata da molti in Israele per parlare del rapido aumento del costo della vita nel paese. Il 41 per cento degli israeliani fatica a far quadrare i conti a fine mese, molti beni di prima necessità è risultato molto più costoso che nella media dei paesi OCSE, i prezzi delle abitazioni e affitti sono troppo cari, gli stipendi bassi, e i giovani sono spesso costretti a vivere a lungo a casa con i genitori per l’impossibilità di pagare l’affitto. E’ soprattutto il sotto-proletariato urbano a lamentarsi degli affitti troppo cari e stipendi troppo bassi, e in queste settimane di campagna elettorale è tornata la mobilitazione anti Netanyahu che aveva riempito le piazze di Israele nel 2011. Tutti elettori che il Likud perderebbe, e che potrebbero disertare i seggi, consentendo al centrosinistra “Unione sionista” di puntare al successo.

Inoltre, Israele è un paese con una forte diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, tanto da sembrare più un paese in via di sviluppo piuttosto che in linea con la media europea. Inevitabile constatare che la causa principale è legata al campo della sicurezza nazionale che assorbe molte risorse economiche del bilancio di Israele.

Il centrosinistra

Sul fronte opposto, l’Unione sionista ha stabilito degli accordi secondo i quali in caso di vittoria alle elezioni i due leader Tzipi Livni e Isaac Herzog si alterneranno nel ruolo di primo ministro. Herzog guiderà il governo per i primi due anni e per gli altri due Livni. Il cartello elettorale di centrosinistra ha in agenda un’economia progressista, è favorevole alla ripresa del dialogo e quindi schierato in difesa della soluzione dei due Stati, anche se entrambi i leader preferiscono dedicarsi ai temi economici per contrastare il Likud. Tale silenzio ha fatto adirare i leader dell’Olp che hanno espresso preoccupazione, anche se un esponente del Labor ha dichiarato – riportato sul New York Time – che in caso di vittoria verrà riaperto il dossier Palestina.

Degli altri partiti, quello degno di nota è Lista comune coalizione formata da tutti i principali partiti arabi di Israele, sia arabi-nazionalisti che di estrema sinistra, che con grande probabilità potrebbero appoggiare in caso di vittoria un governo a guida Unione sionista.

Benjamin Netanyahu ha buone chance di rimanere premier di Israele.

L’Unione sionista, mentre, in caso di vittoria sarà in grado di esprimere una radicale svolta politica soprattutto estera ?

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