Donne, vita, libertà: le origini del mito dell’emancipazione della donna curda del Rojava

Dalle fila del PKK alle unità militari femminili dello YPJ, il discorso nazionalista curdo ha profondamente segnato il percorso di emancipazione della donna 

Unite da un unico slogan – Jin, Jiyan, Azadi – Donna, Vita, Libertà – le donne del Rojava, la regione nel Nord est siriano a maggioranza curda, reclamano oggi uno spazio importante nello scenario siriano e regionale e segnano un rinnovato protagonismo nella lotta di liberazione nazionale e di riscatto sociale collocandosi al centro di una complessa dialettica che unisce retorica nazionalista, retaggio dell’ideologia socialista e anti colonialista, costruzione dello stereotipo dell’altro e strumentalizzazione ideologica del ruolo femminile, che non è del tutto nuova nella storia recente degli Stati nazionali del Medio Oriente nell’era della decolonizzazione.

Ma da dove nasce questo mito della donna curda?

Il progetto politico del confederalismo democratico e il ruolo fondamentale che esso assegna alla donna nello spazio sociale e politico non nasce in un vacuum ma affonda le sue radici nelle vicende della minoranza curda in Turchia e nella storia del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan turco, con il quale il PYD siriano ha forti legami) dell’ultimo ventennio del XX secolo, in un percorso contraddittorio che spesso non ha visto le donne padrone e consapevoli del ruolo che veniva loro assegnato.
Guardando agli anni della resistenza all’imperialismo turco d’inizio secolo scorso, le donne curde sono state fatte depositarie di una tradizione identitaria in funzione anti turca a partire dalla conservazione della lingua curda, unica lingua che la maggior parte di loro parlava per mancanza di istruzione e che le ha rese così meno soggette alle politiche di assimilazione statale. Al tempo stesso però la retorica turca usava questo attaccamento alle tradizioni reinterpretandolo come segno di profonda arretratezza in confronto all’emancipazione delle loro controparti turche e giustificando così la propria azione politica tra assimilazione ed esclusione.
Tuttavia dopo il colpo di stato militare turco nel 1980, migliaia di uomini curdi furono arrestati e si profilò così un nuovo protagonismo sia in famiglia che in società delle donne rimaste sole, figlie, sorelle o mogli.
Molte entrarono nelle fila del PKK, fino ad arrivare ad assumere ruoli di primo piano sia all’interno che all’esterno del partito, riscoprendo una dimensione pubblica e attiva, fatto che segnò una significativa rottura con i ruoli tradizionali. In una società indubbiamente ancora patriarcale come quella curda, l’emancipazione passò dunque attraverso il coinvolgimento politico e militare nella lotta anti turca.

Eppure all’epoca – e in parte ancora oggi – il percorso di emancipazione era considerato secondario rispetto alla lotta di liberazione nazionale e il movimento femminista appariva più come un supporto alla più ampia ideologia nazionalista che un movimento autosufficiente e compiuto. Significativi furono comunque i passi avanti condotti in questa direzione: nel 1987 fu creato lo YJUK, l’Unione Patriottica delle Donne del Kurdistan, la prima organizzazione indipendente di donne; al 1993 risalgono invece le prime unità militari composte di sole donne e non più sottoposte a una linea di comando maschile, lontani precursori del modello dell’attuale YPJ curdo siriano. Nei campi di addestramento le donne lavoravano e combattevano al pari degli uomini, arrivando a diventare anche comandanti, e ricevevano soprattutto una formazione politica costante attraverso la vita in comunità.
Infine, nel 2005 venne fondato il KJB, il Consiglio Superiore delle Donne, che riuniva in sé tutti i vari movimenti legati alle donne, le forze di autodifesa e le organizzazioni giovanili: una significativa porzione di popolazione che si andava strutturando e dotando di strumenti e spazi per il dibattito e la definizione delle proprie posizioni all’interno della società.

A questo processo ovviamente non poteva mancare la formulazione di un impianto teorico di base che ha poi trovato la sua espressione compiuta in “Liberare la vita – La rivoluzione delle donne”, riflessione del leader curdo Öcalan, sulla lotta per l’emancipazione della donna come lotta al tempo stesso di classe e anti colonialista, mutuando parte delle premesse e degli assunti della tradizione socialista. Secondo il padre del movimento curdo, infatti, le donne sono un elemento imprescindibile nella lotta di liberazione nazionale e di cambiamento sociale e il parallelismo che si instaura tra oppressione della donna e oppressione da parte del sistema capitalista e colonialista chiama il popolo curdo a una duplice lotta di liberazione.
Forte di tale premessa, la narrativa legata a questa ideologia della liberazione ha criticato lo spazio pubblico tradizionale come dominio esclusivo maschile, arrivando così a formulare l’imperativo imprescindibile del progetto politico, sociale ed economico curdo nel dare libero accesso alle donne a tutti i livelli della vita pubblica.
In questo percorso, senza dubbio i nazionalisti curdi hanno contribuito allo stereotipo della donna curda in posizioni rilevanti all’interno della società per sottolineare le comuni radici con l’Occidente e ottenere così consenso agli occhi degli osservatori internazionali, impadronendosi in parte delle istanze del movimento femminista che non fu mai così effettivamente autonomo e svincolato da una certa retorica.

Con gli anni, molte delle istanze del movimento curdo in Turchia oltrepassarono il confine meridionale e trovarono una formulazione anche in terra siriana, fino alla fondazione nel 2003 del PYD, il partito di opposizione al regime siriano che più ha contribuito alla costituzione della Federazione Democratica della Siria del Nord e che porta avanti la battaglia sulle donne come parte integrante di un più ampio progetto che unisce confederalismo democratico, ecologia sociale e socialismo libertario ma che spesso tuttavia sacrifica l’autonomia delle istanze di empowerment femminile alle esigenze imposte dalla lotta per l’affermazione dell’autodeterminazione del popolo curdo.
Queste donne oggi oppongono il proprio modello di società egualitaria alla duplice oppressione del regime di Assad, a quella di un Califfato ormai al suo epilogo e a quella dell’imperialismo turco alle porte di Afrin, non senza infinite contraddizioni interne.

Sono le donne arruolate nelle fila dello YPJ, l’unità femminile dello YPG, il braccio armato del partito PYD; sono le lavoratrici delle cooperative agricole, artigianali e alimentari che cercano di trovare uno spazio nel mercato ripensando il modello economico su base collettivista; sono le attiviste delle varie organizzazioni che confluiscono nel Congresso Kongra Star; sono le amministratrici partecipi in proporzione uguale rispetto agli uomini a tutti gli spazi decisionali e di dibattito del nuovo sistema politico, così come definito dalla Costituzione.
Ma all’indomani dell’incontro di Ankara e dell’intervento militare delle potenze occidentali, la scommessa forse più grande sarà quella di vedere se il progetto di emancipazione femminile curdo sarà in grado di proseguire autonomamente anche a fronte di un’eventuale sconfitta politica del fronte nazionalista, che tanto ha contribuito, in maniera controversa, alla costruzione dell’immaginario femminile curdo.

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