Dalla difesa all’economia: i volti femminili del progetto democratico del Rojava

Hanno equo accesso a tutti gli aspetti della vita pubblica e la Costituzione riconosce loro pari diritti e dignità: queste donne, pur tra luci e ombre, sono le protagoniste di un nuovo capitolo della storia siriana

Dalle combattenti dello YPJ alle donne impegnate nelle istituzioni politiche, nelle cooperative di piccola scala e nelle organizzazioni sociali, l’universo curdo femminile si compone di elementi estremamente diversificati tra loro – non sempre tutti noti al grande pubblico – restituendo agli occhi degli osservatori internazionali l’immagine di una parte significativa della società siriana che cerca di ridefinire i valori fondanti del proprio assetto politico, economico e sociale anche e soprattutto attraverso l’affermazione di un nuovo modello di femminilità.
Sono soprattutto le donne dello YPJ, l’Unità di Protezione della Donne fondata nel 2013 come braccio femminile delle milizie dello YPG, l’ala armata del partito dell’Unione Democratica curdo, ad essersi posizionate nello scenario internazionale come un elemento di forte novità sia dal punto di vista politico- militare che dal punto di vista sociale in un contesto di conflitto regionale estremamente complesso, guadagnandosi credito soprattutto grazie alla difesa di Kobane nel 2014 e degli Yazidi sul Sinjar nello stesso anno contro l’avanzata di Daesh.
Questo ha contribuito in particolar modo a far sì che si ritagliasse per loro uno spazio mediatico nelle cronache mediorientali di non indifferente risonanza e si ridefinisse il ruolo stesso della donna in questa regione. Eppure molte sono le criticità che incrinano questo modello.

Alla sessualizzazione dello sterminio portata avanti da Daesh (e prima ancora dalle forze di sicurezza turche negli anni della repressione curda), dove lo stupro e la violenza etnica diventano strumento di disaggregazione sociale e in qualche modo strategia di cancellazione dell’identità del nemico, lo YPJ risponde proponendo combattenti sacerdotesse votate alla causa, prive della dimensione sessuale: arruolandosi ricevono un preciso addestramento a controllare l’istinto sessuale e finché dura il loro servizio non possono avere relazioni, sposarsi né tantomeno avere figli. Secondo l’addestramento, le donne devono impegnarsi nella trasformazione della società piuttosto che diventare mogli e madri; e dunque riscattarsi dai vincoli riproduttivi imposti dal modello patriarcale, incarnato dal regime di Assad e da Daesh, le rende libere non solo di controllare il proprio corpo ma di imporsi anche come liberatrici della propria nazione. Tutto questo per un tempo limitato, in una sorta di laicismo sessuale temporaneo, funzionale al raggiungimento dell’obiettivo nazionale, che rifiuta la militarizzazione permanente della società e si impegna a rendere sostenibile il ruolo attivo e pubblico delle donne anche nelle fasi post guerra di stabilizzazione.

Tuttavia questo modello di emancipazione femminile risente ancora fortemente di convinzioni di base legate all’universo patriarcale: di fatto, le famiglie delle giovani arruolate sono più disposte a lasciare andare le proprie figlie in un contesto sessualmente non promiscuo, che ne possa garantire la sicurezza in mancanza di tutele maschili di riferimento.
Nonostante tali contraddizioni, queste combattenti hanno conquistato lo scenario internazionale e tutt’ora dominano l’immaginario legato alla donna curda ma esiste anche un universo silenzioso e sommerso fatto di molte altre donne su cui non si impone la stessa forte retorica nazionalista. Si tratta di organizzazioni e iniziative in cui le donne sono sia promotrici che beneficiarie: dal Kongra Star, il Congresso che riunisce tutte le organizzazioni delle donne nel Rojava, come opportunità di crescita e confronto, alle Mala Jine, le Case delle Donne, spazi aperti alla partecipazione e al sostegno anche e soprattutto famigliare. Molti sono i centri antiviolenza – soprattutto domestica – gestiti dalle donne stesse: offrono assistenza, ascolto, mediazione con la famiglia e supporto legale. Tutti questi spazi sono veri e propri laboratori di quella che viene definita la Jineoloji, la scienza delle donne, il prodotto intellettuale autonomo di riflessione, approfondimento e formulazione dei modelli politici, economici e sociali femminili.

Ma la novità senza dubbio più interessante è rappresentata dalle cooperative di donne, presenti in gran parte del territorio del Rojava e promosse per la maggior parte dal Kongra Star. Solo nel Cantone di Jazeera se ne contano più di 100 e si tratta di cooperative a piccola scala: agricole, di allevamento, di artigianato, di ristorazione, di trasformazione alimentare. In questo modello l’attività produttiva femminile viene collettivizzata e inserita in un percorso di empowerment e trasformazione sociale dove al tradizionale ruolo riproduttivo-sessuale femminile si affianca anche quello produttivo-economico, prima di esclusivo dominio maschile.
A ben guardare tuttavia, questo fondamentale traguardo non è stato frutto di un percorso autonomo ma è nato da una condizione bellica in cui molte vedove di mariti caduti nella resistenza a Daesh si sono ritrovate nella posizione di capi famiglia con nuovi ruoli da ricoprire all’interno della famiglia stessa e dell’intera rete economica e sociale.

Sarà interessante osservare la resilienza di questo nuovo equilibrio nel momento in cui il conflitto terminerà e le vecchie strutture tenteranno di riorganizzare il tessuto sociale secondo le categorie tradizionali. Solo allora si potrà valutare l’effettiva concretezza della scommessa curda: modello esportabile per altre realtà mediorientali o semplice conseguenza di contingenze legate al conflitto?

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