Crisi sul fronte europeo. Bruxelles richiama Varsavia: l’Ue invoca per la prima volta l’art. 7

L’Europa non ci sta e si fa sentire. Tensione tra Bruxelles e Varsavia dopo l’ennesima legge che va a ritoccare il sistema giudiziario polacco

E già, sono ormai due anni che in Polonia va avanti un percorso di riforme del sistema giudiziario tradotto in ben 13 leggi le quali fin da subito hanno destato preoccupazione a Bruxelles. Il 20 dicembre scorso la Commissione è giunta per la prima volta ad avviare la procedura prevista all’art. 7 in quanto – secondo l’Ue-  in Polonia vi è un chiaro rischio di violazione dello Stato Diritto.
Accusa pesante sostenuta da una mossa azzardata, tanto è vero che mai prima si era giunti a tanto. Eppure i campanelli di allarme la Commissione li aveva suonati a più riprese nell’arco di questi due anni – sono state adottate tre Raccomandazioni, la prima è quella del 27 luglio 2016, poi c’è stata quella del 21 dicembre 2016 e, infine, l’ultima è quella del 27 luglio di quest’anno. Inoltre, tra Bruxelles e Varsavia sono state scambiate più di 25 lettere sulla questione. Il governo polacco ha fatto orecchie da mercanti. Ora però non è più il tempo delle chiacchiere. Con questa azione l’Ue dimostra che fa sul serio e richiama all’ordine il riluttante stato membro.  

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Polonia. Il partito nazionalista Legge e Giustizia (Pis) è al governo dall’ottobre del 2015 e tra le promesse fatte in campagna elettorale c’erano i sussidi per le famiglie e una politica più dura contro l’immigrazione, ma soprattutto proprio la riforma del sistema giudiziario messa sotto accusa dall’Ue. Nonostante il recente cambio di guardia al vertice dell’esecutivo con la nomina di Mateusz Morawiecki al posto di Beata Szydlo non sembra esservi stato un nuovo approccio verso l’Unione europea. Il nuovo primo ministro continua infatti a difendere il piano delle riforme. Il Governo polacco sostiene di dover mettere in atto quanto detto durante il periodo elettorale e cioè riformare il corrotto sistema giudiziario. Per la Polonia quindi non c’è nessuna violazione.

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Ue. Secondo la Commissione, invece, la violazione c’è e in particolare, sono due i problemi riscontrati: un ministro della giustizia con troppo potere ( il sistema giudiziario diviene eccessivamente controllato dall’esecutivo), nonché una discriminazione di genere derivante dall’introduzione di una differente età pensionabile per i magistrati donna (60 anni) e uomo (65 anni) – in violazione dell’articolo 157 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea e della direttiva 2006/54 sulla parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego. Nella giornata del 20 dicembre, si è deciso così di azionare la cd opzione atomica: l’art. 7 così come rivisto dal Trattato di Lisbona. Se il governo polacco non eseguirà le misure proposte dall’Ue – essenzialmente modificare le leggi approvate concernenti il sistema giudiziario – entro i prossimi tre mesi si passerà alla fase successiva. La situazione verrà valutata dal Consiglio dell’Unione Europea e servirà il voto di 22 dei 28 stati membri affinché si possa procedere con un avvertimento formale. La fase successiva consisterebbe nelle sanzioni quali sospensione del diritto di voto nelle Istituzioni europee e sospensione dei finanziamenti europei. In questo caso servirebbe un voto successivo favorevole di tutti i paesi membri; scenario però poco probabile visto il veto assicurato da parte dell’Ungheria.

I vari esponenti delle Istituzioni europee hanno dichiarato che non vi è alcun intento punitivo e che continuano a cercare un dialogo costruttivo con lo stato polacco. Ad appoggiare la decisione della Commissione anche organizzazioni internazionali come Amnesty International che da tempo mostrano preoccupazione per quel che sta accadendo in Polonia.
Visti i presupposti si tratta di un’azione già annunciata da tempo senza la quale l’Ue avrebbe, di fatto, perso credibilità. Eppure è un’azione che fa discutere: fa storcere il naso a chi pensa che l’Unione Europea si stia traducendo in una mera progressiva cessione di sovranità da parte degli stati a beneficio di una Europa bacchettona che non sa stare al posto suo. La Commissione avrebbe volentieri evitato tutto ciò soprattutto in questo momento storico dove non mancano i problemi tra la questione dell’immigrazione, il pericolo del terrorismo, Brexit, questione catalana, e una Merkel indebolita; non c’è da star tranquilli. Ma i Trattati parlano chiaro e la Polonia non ha lasciato altra scelta che far scattare l’opzione atomica dell’art. 7 in virtù del rispetto dei valori fondamentali dell’Unione Europea.

L’ Ue si trova a fare i conti con un’altra gatta da pelare e se la conclusione dell’anno porta a fare riflessioni, l’Europa non può non riflettere su quanto appaia sempre più disunita e su come ciò favorisca lo sviluppo di nazionalismi ed euroscetticismi che non fanno altro che gettare benzina sul fuoco.

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Sara D'Aquanno

Appassionata di politica fin dai tempi del liceo, ho conseguito la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali all'età di 24 anni con votazione 110/110 con Lode presso l'Università degli Studi Roma Tre, presentando una tesi in ambito di tutela dei diritti fondamentali concernente il diritto alla privacy in Europa. Dopo la Laurea ho vissuto a Bruxelles dove ho conosciuto da vicino le Istituzioni europee sviluppando ulteriormente il mio interesse per la politica e per tutto ciò che riguarda l'Unione Europea.

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