Cosa sta succedendo in Kurdistan?

La ricerca dell’indipendenza da parte dei curdi irakeni rappresenta il nodo cruciale delle crisi in Medio Oriente e quella del Kurdistan appare una questione troppo sottovalutata dall’Occidente

In un periodo in cui i referendum indipendentisti sono tornati di moda (tutti non riconosciuti dalle autorità centrali e per questo banditi) con la richiesta di indipendenza della Catalogna a far più rumore in Europa, anche in Medio Oriente la situazione è diventata molto più instabile e pericolosa di quanto già non lo fosse, per gli equilibri della regione con il referendum in Kurdistan. Il referendum di fine settembre ha visto la partecipazione in massa di oltre il 90% della popolazione e ha confermato con un plebiscito la voglia di indipendenza del popolo curdo. I curdi sono soliti essere considerati in maniera diversa a seconda del tempo o del luogo dove si trovano. In alcuni luoghi sono osteggiati come terroristi (vedi Turchia), in altri sono guerriglieri e persino eroi (vedi Siria), in altri sono semplicemente scomodi o utili a seconda del momento e dell’utilità che ha la comunità internazionale. L’opinione pubblica accentua questo processo a causa di una trattazione superficiale e strumentale.

Ma chi sono i curdi e dove si trova il Kurdistan?

Saliti alla ribalta delle cronache mainstream nostrane in questi giorni con la riconquista di Raqqa in Siria e con la guerra all’Isis in cui stanno ricoprendo un ruolo di primo piano, rappresentano una popolazione molto diversificata abitante di un territorio vasto e martoriato. I Curdi infatti sono un popolo senza terra, disperso tra Turchia, Iraq, Iran e Siria e rappresentano una delle più grandi diaspore generatesi dopo la prima guerra mondiale, da quando i vincitori della grande guerra rifiutarono di concedergli uno Stato autonomo, dopo averlo inizialmente promesso. Da allora questo popolo disperso nelle vaste zone che vanno dalla Turchia all’Iran, lotta per l’irredentismo e per unificare sotto un unico stato le popolazioni curde.

Quanti curdi ci sono?

Non tutti i contesti che coinvolgono la popolazione ovviamente sono simili. I curdi iracheni vivono in autonomia rispetto allo Stato iraqueno, sin da prima guerra in Iraq successiva all’annessione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, nel 1991. I curdi siriani con la guerra che devasta la Siria dal 2011, si sono separati dallo stato a cui teoricamente apparterrebbero. In sostanza quindi a oggi esisterebbero due Kurdistan autonomi i cui soldati sono spalleggiati da quelli del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), l’organizzazione politico-militare dei curdi di Turchia e dai Curdi iraniani.

I perché della paura di un Kurdistan indipendente

Innanzitutto, i guerriglieri curdi stanno svolgendo un ruolo di primo piano nelle dinamiche della regione, infatti, nella lotta contro il gruppo Stato islamico sono stati assolutamente decisivi. Insieme ai ribelli siriani, hanno combattuto i jihadisti sul campo nell’illusione di potersi conquistare in questo modo il diritto all’indipendenza. Nessuno degli stati in cui sono dispersi, però, ha intenzione di accettare senza colpo ferire uno Stato curdo indipendente, perché, secondo molti osservatori, significherebbe la separazione da importanti territori e grandi ricchezze naturali. Come sempre quando si parla di Medio Oriente il petrolio è sempre importante, e una delle motivazioni centrali dell’estrema tensione tra il Kurdistan iracheno e il resto dell’Iraq a maggioranza araba e sciita rileva sicuramente il fatto che il Kurdistan rappresenti un grande serbatoio di petrolio, con oltre il 40 per cento delle esportazioni petrolifere del bilancio iracheno. Però l’oro nero non è l’unica motivazione.

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La paura di un grande Kurdistan

Al centro delle motivazioni degli scontri per Kirkuk sta proprio il timore di vedere, ai confini con gli Stati in questione (Iraq, Iran, Turchia e Siria), l’ascesa di un grande e ricco Kurdistan unitario. Quindi la questione curda è il tema principale che appare trascendere tutti i conflitti del Medio Oriente e andare oltre il conflitto per il petrolio. Kirkuk è in questi giorni la città contesa (lo è da sempre), è una città 850mila abitanti, di cui un terzo curdi e un venti per cento turcomanni, che nel 2014, dopo la fuga delle truppe irachene, era stata conquistato dall’Isis, ma poi riconquistata dai Peshmerga che fino a domenica scorsa la controllavano. L’importanza della città è data dal fatto che rappresenta un fondamentale snodo petrolifero, con la fortuna e la disgrazia dell’estrazione quotidiana di circa 400.000 barili di petrolio, rappresentando il punto di partenza dell’oleodotto che arriva fino al terminal turco di Cehyan. Negli anni ’60 ha dato il via all’arabizzazione della città con il trasferimento di grandi masse di curdi in altre zone e il contemporaneo trasferimento di arabi in città, un processo che ha portato a una profonda trasformazione demografica della zona.

La madre di tutte le guerre mediorientali

Come già detto, l’impegno nei confronti dell’Isis aveva illuso i curdi dell’Iraq di essere finalmente arrivati al momento di poter chiedere la separazione, ma le reazioni nei confronti del referendum sulla questione dell’indipendenza hanno dimostrato come gli altri attori regionali non avessero nessuna intenzione di agire attivamente per favorire l’indipendenza. Infatti, la celebrazione del referendum, e la vittoria schiacciante dei favorevoli, ha peggiorato ulteriormente i rapporti tra leader curdi e iracheni. Gli Stati Uniti non avevano appoggiato il referendum, ma anzi nelle ultime settimane avevano promosso diversi tentativi (poi andati a vuoto) per fermarlo e per iniziare dei negoziati. Anche il presidente curdo Barzani si era detto disposto a negoziare con il governo iracheno sulla situazione di Kirkuk e su altre questioni, senza condizioni preventive, ma il primo ministro iracheno Abati aveva però risposto che non avrebbe negoziato a meno che il governo curdo non avesse invalidato il risultato del referendum sull’indipendenza. Una situazione che è sembrata molto simile a quella catalana che è però precipitata con l’ultimatum inevaso da parte delle forze sciite, che prevedeva: la consegna dell’aeroporto di Kirkuk al Governo centrale, la consegna della base militare K-1, la consegna di tutti i giacimenti petroliferi, la consegna di tutti i miliziani dell’Isis tenuti prigionieri dai Peshmerga, e permettere il ritorno dell’esercito iracheno in tutti i luoghi che occupavano prima dell’offensiva dell’Isis, oltre alla revoca dell’incarico al governatore di Kirkuk, Najmaldin Karim.

La riconquista irakena

Secondo quanto era previsto alla scadenza dell’ultimatum senza soddisfazione per l’Iraq, nella notte di domenica è partito l’attacco, con le forze speciali che hanno varcato il confine territoriale della città. La penetrazione in territorio curdo è stata alquanto indolore, visto che, i militari di Baghdad hanno ricevuto una resistenza minima e in poche ore hanno preso controllo dell’aeroporto, della base militare, e dei giacimenti di petrolio e gas. Le truppe curde hanno preferito infatti ritirarsi, così come il governatore, Najm Eddin Karim, fuggito prima che arrivassero i soldati. Il Governo locale di Masud Barzani ha accusato il premier iracheno, Haidar Al Abadi, di essersi rivolto ai Guardiani della rivoluzione iraniani per portare avanti l’attacco militare e ha accusato di tradimento il partito dell’Unione nazionale curda, rivale di Barzani. In ogni caso, le ostilità non sembrano terminate, anzi, visto che il comando centrale dei peshmerga ha già promesso di stare preparando la controffensiva contro Baghdad. Quel che è chiaro è che i curdi di Barzani sembrano essere isolati, visto che anche gli Stati Uniti, l’unica potenza che avrebbe potuto sostenerli, ha comunicato di non voler entrare nel merito e farsi coinvolgere in una guerra regionale.

Questione chiave per la comunità internazionale

È sempre più evidente il fatto che in Kurdistan si stia giocando una battaglia tale da mettere al repentaglio gli equilibri di una regione ormai stravolta. La questione curda è il vero punto chiave della regione, uno dei tanti equivoci residuo della grande guerra che non ha mai trovato soluzione e che ora sembra sul punto di esplodere. Do questo in pochi sembrano accorgersi. Come risponderà la comunità internazionale nei confronti delle richieste dei curdi?

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Daniele Maisto

Blogger, giornalista laureato in scienze politiche e relazioni internazionali e studi diplomatici. Vive di attualità e politica, runner appassionato di tanti sport, auto, musica e tecnologia, crede nella possibilità che una descrizione meno faziosa dei fatti possa rendere il mondo più democratico.

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