Brexit: gli interessi in gioco e le prospettive future

Trattative in corso tra UK e UE sull’articolo 50. Quale futuro avranno i 3 milioni di cittadini europei residenti nel Regno Unito?

A più di un anno dal referendum che ha decretato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, non è ancora chiaro quali saranno gli esiti per le due controparti.
Il processo di withdraw, regolamentato dall’art. 50 del TUE, prevede infatti un periodo di due anni di trattative prima che i trattati Ue concludano la loro efficacia nei confronti del paese che stia recedendo, a meno che non si arrivi ad un accordo che soddisfi entrambi i soggetti in un arco di tempo inferiore. Non sembra questo il caso, poiché sia Theresa May che il Consiglio Europeo, rappresentato dal presidente Donald Tusk, puntano ad ottenere il massimo risultato (o la minore perdita) in termini economici e di diritti dei cittadini.

A tal proposito sono proprio questi ultimi i due i fronti più caldi su cui si sta concentrando il dibattito politico degli ultimi mesi.
A seguito della lettera ufficiale di attivazione dell’articolo 50, consegnata dal governo britannico lo scorso 29 marzo, è iniziato il conto alla rovescia e le conseguenti valutazioni sul prezzo che il Regno Unito dovrà pagare per poter recedere dai trattati.
Per quanto riguarda gli impegni economici già presi, e che dunque dovranno essere rispettati, qualche giorno fa il Sunday Telegraph aveva affermato che i negoziatori della Brexit stessero preparando una prima proposta di circa 40 miliardi di euro per sbloccare le trattative. Al di là delle valutazioni economiche, è evidente come in questo contesto sia May che l’Unione Europea non vogliano mostrarsi deboli o in balìa della controparte.
Per questo motivo, a seguito della polemica che ne è seguita, la premier britannica si è affrettata a smentire la notizia tramite un suo collaboratore. Indebolita dalle elezioni che lei stessa aveva richiesto e ottenuto, la leader dei Tories non poteva permettersi un altro passo falso accerchiata sia dai fan della hard Brexit, che le contestano di non far valere gli interessi del paese, che dai laburisti di Jeremy Corbyn i quali, a seguito della rimonta elettorale e del grande consenso ottenuto tra i giovani, si sentono ancora più legittimati a criticare l’operato del governo. I prossimi mesi saranno decisivi per chiarire quale ruolo voglia giocare Theresa May e quanto influirà la politica interna sulle scelte decisive da attuare nell’ambito della procedura di recesso dall’Ue.

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Soggiorno, lavoro, assistenza sanitaria i temi caldi dei residenti UE in UK
L’altro grande tema di discussione è quello relativo al futuro dei cittadini europei che già risiedono in terra britannica e ai relativi diritti che dovranno essergli riconosciuti in riferimento a tre macro-aree: soggiorno, prestazioni lavorative e misure assistenziali. È forse questo l’argomento più delicato perché sull’immigrazione, e sui diritti che ne derivano, si gioca da tempo un match agguerrito in cui Ue e Regno Unito cercano di portare a casa il miglior risultato per i propri cittadini senza che nessuno voglia recedere dalla proprie posizioni.
Anche in questo caso il primo ministro britannico gioca su un terreno scivoloso: non può, e non vuole, dimostrarsi debole nei confronti di un Europa che comunque rimane, e rimarrà, un partner strategico sia a livello economico che politico; d’altra parte è consapevole che il destino dei circa tre milioni di cittadini europei che vivono in Uk, occupando posizioni di rilievo soprattutto in ambito medico e assistenziale, non può dipendere da ragioni di politica interna o di propaganda elettorale – una porzione di cittadini pro Brexit, in particolare quella che vive al di fuori delle grandi città, ha una posizione più conservatrice e tendente a rifiutare l’apporto positivo dell’immigrazione rispetto ai cittadini della City.
Così in un primo proposal dello scorso 26 giugno, veniva prevista la possibilità di ottenere da parte di quei cittadini europei il “settled status” in modo che risultassero residenti nel Regno Unito alla data di conclusione delle trattative di recesso previste dall’art. 50 del TUE (molto probabilmente marzo 2019). Lo status in questione sarebbe raggiunto solo dopo cinque anni di soggiorno “regolare”, ma permetterebbe di poter godere delle stesse prestazioni riservate ai britannici in ambito scolastico, sanitario, sociale e pensionistico. Tale condizione sarebbe però garantita solo a condizione di reciprocità.
La proposta sembrava accogliere quella che veniva definita come “prima priorità dei negoziati” nel documento contenente gli orientamenti adottati dal Consiglio Europeo in data 29 aprile 2017. In quest’ultimo si auspicava la possibilità per i cittadini europei, che risiedessero legalmente nel Regno Unito per un periodo di cinque anni, di ottenere un permesso di soggiorno permanente.

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Nonostante ciò, il documento britannico non ha scaldato gli animi dei capi di Stato, con Angela Merkel che ha dichiarato «Un buon inizio, ma restano molte questioni da chiarire», e Jean Claude Junker che l’ha definita «Una proposta insufficiente».
Al di là delle dichiarazioni, le trattative sono ancora all’inizio ed è naturale che ognuno cerchi di portare a casa il maggior risultato possibile in base alle circostanze e agli interessi in gioco.
Ciò che ci preme sottolineare è che Theresa May, Donald Tusk e i maggiori capi di Stato facenti parte del Consiglio Europeo, sono ben consapevoli di dover raggiungere un compromesso che renda il più possibile indolore la nuova strada che i britannici hanno deciso di percorrere il 23 giugno 2016.
Da una parte, infatti, il Regno Unito non avrà più un ruolo decisivo nella genesi delle principali politiche comunitarie, dovendo ricontrattare i rapporti economici che lo legano al vecchio continente. Dall’altra l’Europa perderà una pedina importante non solo a livello di entrate finanziarie, ma soprattutto in campo geopolitico, aspetto da non sottovalutare se si pensa al rapporto che ha sempre legato la monarchia britannica agli Stati Uniti, e al ruolo da tramite che la prima avrebbe potuto giocare in questi anni di presidenza Trump.
Insomma, come sembra evidente, la Brexit ha già prodotto alcuni effetti di incertezza e instabilità e sembra aver conferito un colpo importante all’immagine dell’Unione Europea. Tuttavia ci si trova ancora in una prima fase d’indagine e sono ancora molti gli aspetti da chiarire e gli interessi in gioco da entrambe le parti. Non resta dunque che attendere le prossime mosse, consapevoli però che una soluzione definitiva dovrà essere trovata, e che quest’ultima non potrà non tenere in considerazione i risvolti economici e politici in ambito internazionale che comporterà ogni decisione.

 

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