Arabia Saudita, il cammino delle donne saudite verso la libertà

Il Re Salmān con un decreto regio ha stabilito che le donne saudite che lo desiderassero, potranno ottenere la patente di guida e mettersi al volante

Una grande svolta nel Regno. L’Arabia Saudita ha annunciato che consentirà alle donne il diritto alla guida, ponendo fine alla politica di vecchia data finora adottata e considerata dai più, un simbolo globale di repressione femminile nel Regno ultra conservatore. Infatti la politica anti-guida per le donne ha avuto un impatto molto negativo sulla reputazione del Regno saudita. Si spera quindi che anche le relazioni internazionali beneficeranno di questa importante riforma.
L’Arabia Saudita, sede dei luoghi più sacri dell’Islām, è una monarchia governata mediante la Shariʿa.
Gli ufficiali sauditi hanno fornito numerose spiegazioni al divieto alla guida imposto alle donne in tutti questi anni. Alcuni hanno affermato fosse inappropriato concedere alle donne tale diritto per un fattore culturale. Altri han posto l’accento sul problema della promiscuità preservata nel paese mediante l’apartheid sessuale. I più religiosi, gli ’ulamā, hanno addirittura discusso il fatto che la guida potesse arrecare alle donne dei problemi fisici…
Ma facciamo qualche passo indietro nel tempo, osservando e analizzando la condizione femminile…

Il diritto alla guida

In Arabia Saudita non è mai esistita una legge che vietasse alle donne di guidare. La prima manifestazione per il diritto alla guida ebbe luogo nel 1990 quando, in occasione della prima guerra del Golfo, il re saudita Fahd aveva accettato la presenza temporanea di truppe statunitensi a protezione dei giacimenti petroliferi nella provincia orientale ai confini con l’Iraq. La presenza nel paese di donne soldato, a capo scoperto e alla guida di jeep e camion militari, così come di migliaia di donne in fuga dal Kuwait anch’esse al volante delle loro automobili, portò le saudite a lottare per ottenere i medesimi diritti. La manifestazione del 1990, si risolse però con un nulla di fatto. Le manifestanti vennero imprigionate e rilasciate il giorno successivo solo dopo che i rispettivi mariti firmarono un documento dove si impegnarono a proibir loro di guidare in futuro. Le donne in questione vennero inoltre licenziate dai loro posti di lavoro. Sono tuttavia le donne stesse che, condannando l’azione delle attiviste, ritenute responsabili del fallimento della causa in questione, han creduto che i cambiamenti dovessero avvenire senza sfidare apertamente o criticare la casa reale.
Vent’anni dopo, vennero organizzate altre due manifestazioni promosse dall’associazione “Women2Drive” che, attiva dal 2011, ha lanciato una campagna online sfruttando la ventata di riforme portate dalle Primavere Arabe. Da allora “Woman2Drive” ha organizzato periodiche dimostrazioni, chiedendo alle donne saudite con patente internazionale, di filmarsi alla guida. Il primo video di questo tipo è stato girato il 19 maggio 2011: la 32enne saudita Manāl Al-Sharīf per le strade di Khobar, invita altre donne a prendere il suo esempio. In seguito, altre attiviste hanno sfidato il divieto alla guida affermando che il fatto di non essere state arrestate ma rilasciate piuttosto rapidamente, facesse ben sperare che la posizione delle autorità saudite sull’argomento stesse cambiando. La manifestazione del 2013 venne lanciata infine dopo che la Shūrā, l’organo consultivo saudita che conta 30 deputate tra i suoi 150 membri, bocciò la richiesta di tre parlamentari di discutere la revoca del divieto di guida per le donne.

Il diritto allo sport

Anche l’attività fisica in Arabia Saudita è proibita alle donne. Lina Al-Maeena, sfidando questo divieto, è stata la prima donna ad aver creato una squadra di pallacanestro. Le iniziative a favore dell’esercizio fisico di Lina e del marito, hanno riscosso enorme successo e i due coniugi nel 2009, con l’appoggio del Re Abdullah (2005-2015), – considerato il padre delle prime riforme nei confronti delle donne saudite-, hanno dato vita ad una società sportiva, la Jeddah United, la cui missione è quella di promuovere lo sport nel rispetto della religione e della cultura. Oggi il governo è consapevole che questo sia utile a prevenire il diabete e l’obesità, assai diffusi nel paese. L’impegno di Lina ha fatto sì che, per la prima volta, nel 2012, due donne saudite potessero partecipare ai Giochi Olimpici.
Un altro importante traguardo, raggiunto grazie al benestare del Re, ha visto le donne prendere parte alla Shūrā e partecipare per la prima volta, nel 2015, alle elezioni dei consigli municipali.

Le donne e l’arte

Inoltre, l’arte acquista oggi un peso significativo nell’evoluzione dei diritti delle donne saudite. A dimostrarlo è la loro partecipazione alla Biennale di Venezia nel 2013, dove han esposto le loro opere insieme a quelle dei colleghi uomini.
Sempre a Venezia, in occasione della 69esima mostra internazionale dell’arte cinematografica, è stato presentato nel 2012 il capolavoro della prima regista e produttrice saudita Haifā Al-Mansūr.
Il film, La bicicletta verde (Wadjda il titolo originale) narra la storia di Wadjda, una bambina di dieci anni che vive nella periferia di Riyāḍ. Wadjda dopo la scuola, trascorre i pomeriggi in compagnia del suo amichetto Abdullah e desidera poter andare in bicicletta e giocare con lui. Ma in Arabia Saudita, l’uso della bicicletta è proibito alle bambine perché considerato un mezzo pericoloso per la loro virtù. La protagonista Wadjda sarà disposta a tutto pur di poter racimolare i soldi che le permetteranno di acquistare una fantastica bicicletta verde che ha visto nella vetrina di un negozio sulla via di casa. La bicicletta verde è un omaggio alla figura femminile. Finalmente alla fine del film vediamo la bambina correre per le strade col suo amico Abdullah.      

                          

Per le donne diventa importante sostenersi e collaborare per ottenere la giusta considerazione all’interno di una società fondamentalmente maschilista e conservatrice. Questo film ha il merito di aver scosso le coscienze e di aver portato la casa reale, nell’aprile del 2013, a promulgare il provvedimento che permette alle donne di andare in biciletta purché velate e sorvegliate dal loro guardiano.
L’importante passo in avanti compiuto oggi potrebbe incontrare delle resistenze nel Regno. Non dobbiamo dimenticare che in Arabia Saudita ogni donna ha un Wali Amr, vale a dire un guardiano (suo padre, suo fratello e successivamente suo marito o addirittura suo figlio). Anche dopo l’adesione del paese alla CEDAW, la situazione non è migliorata di molto. Il governo saudita è stato invitato spesso dalle Nazioni Unite ad eliminare la figura del guardiano per le donne che rappresenta il maggiore ostacolo nella tutela dei loro diritti. Le donne devono tutt’oggi ricevere il permesso di un tutore di sesso maschile per potersi sposare, mettersi in viaggio, prestare lavoro salariato o intraprendere studi superiori. Inoltre le donne saudite coniugate con cittadini stranieri, a differenza delle loro controparti maschili, non possono trasmettere la cittadinanza ai figli. 

In conclusione

Il programma di riforme iniziato con Abdullah continua attualmente col successore Salmān. Nell’aprile del 2015 è stato reso noto il documento “Saudi Arabia Vision 2030”, il quale prevede un radicale cambiamento nella società e nella politica saudita. Il testo è stato presentato al Consiglio dei Ministri dietro indicazione del Re e coordinato dal figlio Mohammed bin Salmān, definito dal The Guardian una “rising star”. 
Salmān investirà dunque sul futuro delle donne affinché possano contribuire alla crescita economica e sociale del Regno. Il problema sta nel conciliare questi desideri di riforma con il conservatorismo dell’establishment religioso che si oppone all’inclusione delle donne nella vita sociale e politica. Questo documento sembrerebbe poter mettere a dura prova l’antica alleanza fra la casa degli Al-Saʿūd e gli ’ulamā wahabiti. Si dovrà attendere ancora per poter capire cosa effettivamente cambierà e quali vette rimarranno irraggiungibili.

Please follow and like us:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *