Ahed Tamimi: la diciassettenne simbolo della nuova intifada

Ahed Tamimi guida dal carcere la resistenza palestinese all’oppressione israeliana

È bionda, ha gli occhi verdi ed è palestinese. Gli agenti di sicurezza israeliani hanno indagato per oltre due anni sulle origini della ragazza e sulla sua famiglia, convinti si trattasse di uno stratagemma mediatico. Il suo nome è Ahed Tamimi ed è diventata il simbolo della rinnovata intifada palestinese. Ha solo 16 anni ed è originaria della Cisgiordania, del villaggio di Nabi Saleh, 20 km a nord-ovest di Ramallah, già conosciuta per i feroci scontri tra la resistenza palestinese ed il movimento sionista. Ahed non indossa il velo, la si riconosce per i lunghi capelli sciolti e lo sguardo gelido che sfida gli occupanti israeliani. La famiglia Tamimi è già nota alle forze di sicurezza israeliane, essendo suo padre Bassem un esponente di spicco di Al-Fatah, organizzazione politica e paramilitare a cui appartiene Mahmoud Abbas (anche Abu Mazen), Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese. Già da piccola Ahed manifestava il suo sostegno alla causa palestinese partecipando a dimostrazioni popolari contro l’occupazione e gli insediamenti sionisti nei territori palestinesi. Ha sempre dato prova di una forte personalità e una determinazione senza precedenti. Immagini del 2012 la ritraggono, allora undicenne, protestare per impedire l’arresto della madre, motivo per cui sia Abu Mazen sia il Presidente turco Erdogan hanno voluto incontrarla e premiarla, riconoscendone lo straordinario coraggio. Nel 2015 era stata fotografata mentre mordeva la mano di un militare israeliano nel tentativo di ostacolare l’arresto del fratello. I video che documentano gli scontri a Nabi Saleh lasciano stupefatti pure per il modo con cui la ragazza affronta i soldati che irrompono nel villaggio; si rivolge ai militari come se stesse parlando a dei bambini, li rimprovera e li schiaffeggia come una madre profondamente delusa per il comportamento dei figli.

Dal dicembre 2017, quando è stata arrestata, Ahed Tamimi è diventata a tutti gli effetti la nuova icona dell’intifada palestinese. Il 15 dicembre scorso nel villaggio di Nabi Saleh si è tenuta una manifestazione contro la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, cui ha partecipato la famiglia Tamimi sotto l’occhio vigile dei militari israeliani. Pochi giorni dopo, il 19 dicembre, Ahed è arrestata insieme alla madre e alla cugina per aver schiaffeggiato e preso a calci uno dei soldati presenti alla dimostrazione. Nel video dell’aggressione si colgono esattamente le dinamiche che regolano i rapporti tra Israele e la popolazione palestinese. Sebbene una ragazzina disarmata non possa rappresentare una reale minaccia per due soldati armati di fucile ed equipaggiamento militare, il governo israeliano ha ritenuto di aver subito un affronto senza precedenti, cui i due militari “non hanno saputo rispondere adeguatamente”. Il ministro dell’Istruzione Bennett ha appunto dichiarato in occasione dell’arresto che le tre donne Tamimi avrebbero dovuto “trascorrere la loro vita in carcere”. La questione dei minori incarcerati e delle violenze nei loro confronti sta diventando il tratto caratteristico di questa nuova stagione di scontri. Nel 2017 il governo israeliano ha arrestato 483 minori di un’età compresa tra i 13 e i 17 anni, di cui otto hanno dichiarato di aver subito atti di tortura da parte dei militari. Un’indagine di Middle East Monitor rivela che dall’inizio della seconda intifada, dal settembre del 2000 ad aprile 2017, tremila bambini palestinesi sono stati uccisi, 13 mila sono stati feriti in modo grave e 12 mila sono stati arrestati. I gruppi di difesa dei diritti umani hanno riportato che l’abuso e la violazione dei diritti dei minori sono ormai parte della procedura seguita dalle autorità quando si trovano a dover arrestare dei minori. Gli abusi includono la violazione di norme del diritto israeliano stesso: i minori arrestati non vengono informati dei loro diritti, non hanno il diritto di rimanere in silenzio e viene loro negata la presenza di un avvocato o dei genitori durante l’interrogatorio. Gli schiaffi e i calci di Ahed ai militari sono tra l’altro il vano tentativo di vendicare il cugino quindicenne Mohammed, che durante una manifestazione fu colpito alla testa da un proiettile di gomma da una distanza così ravvicinata da richiedere l’asportazione chirurgica di parte della scatola cranica. Nonostante l’appello di Amnesty International al governo israeliano per il rilascio di Ahed, accusata per 12 capi d’imputazione tra cui aggressione aggravata ed incitamento alla violenza, le autorità sembrano non provare alcuna clemenza. Prolungando la permanenza in carcere della ragazza, Israele sta inoltre violando le norme contenute nella Convenzione sui diritti dell’infanzia, di cui è parte, che ammette la detenzione di minori unicamente come extrema ratio, che comunque deve protrarsi per il minor tempo possibile. Non solo Ahed sta rischiando una condanna a 10 anni di carcere, ma si tratta di un processo ad un minore dinnanzi ad una corte marziale, pertanto asservita alle logiche dell’occupazione, dove non si tiene conto delle particolari circostanze in cui è nata e cresciuta la ragazza, che altrove, in un tribunale ordinario ad esempio, avrebbero avuto ruolo di attenuanti. Amnesty International ha dichiarato che ogni anno centinaia di minori palestinesi vengono processati da tribunali militari dopo aver subito violenze e torture, psicologiche e fisiche, durante un periodo più o meno lungo di detenzione.

Anche se il governo di Tel Aviv ha fatto rimuovere dai social gli account tramite i quali Ahed documentava i soprusi subiti dai palestinesi nei territori occupati, la resistenza continua. La famiglia della ragazza è impegnata a diffondere e a mantenere viva la lotta per la liberazione di Ahed mentre in tutto il mondo si tengono manifestazioni di sostegno alla causa palestinese e alla famiglia Tamimi. La nascita di questi nuovi movimenti ha coinciso con l’inasprirsi di misure di varia natura adottate dal governo nei confronti degli abitanti non israeliani dei territori di Israele e della vicina Cisgiordania, siano essi arabi musulmani, cristiani, o membri delle comunità beduine. In particolare, in seguito ad una serie di divieti rivolti ai palestinesi musulmani di Gerusalemme, l’escalation di violenze dell’estate 2017 ha spinto il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen a dichiarare l’inizio di una nuova intifada. In questo già difficile scenario, la dichiarazione di Trump di voler spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo di fatto Gerusalemme capitale di Israele, ha infiammato gli animi di coloro che, come Ahed Tamimi e la sua famiglia, vivono l’occupazione e di quelli che ovunque nel mondo sostengono la causa palestinese.

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